Henri de Toulouse-Lautrec: il manifesto come arte e la Parigi che non dorme mai
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Henri de Toulouse-Lautrec: il manifesto come arte e la Parigi che non dorme mai

Henri de Toulouse-Lautrec: il manifesto come arte e la Parigi che non dorme mai

Toulouse-Lautrec non ha mai dipinto paesaggi. Non ha mai dipinto nudi accademici, non ha mai dipinto scene storiche, non ha mai dipinto la luce del mattino su un campo di grano. Ha dipinto la notte. La notte di Parigi alla fine dell’Ottocento, con la sua luce artificiale, i suoi corpi che si muovono sulla pista da ballo, le sue facce che cambiano colore a seconda di dove si trovano rispetto ai lampioni a gas. È una pittura di luoghi specifici, di persone specifiche, di un momento specifico della storia di una città. Per questo è ancora viva.

Albi 1864: il corpo e la discendenza

Henri Marie Raymond de Toulouse-Lautrec-Monfa nasce il 24 novembre 1864 ad Albi, nel Midi francese, da una delle famiglie aristocratiche più antiche della regione. I Toulouse-Lautrec erano conti di lunga data, con radici che risalivano ai Crociati. Il padre — il conte Alphonse — è un personaggio eccentrico, appassionato di falconeria, di cavalli, di costumi medievali. La madre è una donna colta, religiosa, affettuosa.

A quattordici anni Henri si rompe il femore sinistro; a quindici, il femore destro. I due incidenti — probabilmente aggravati da una fragilità ossea congenita legata all’alta consanguineità della famiglia aristocratica — bloccano la crescita delle gambe. Le ossa non si consolidano normalmente; Henri raggiunge l’altezza di un metro e cinquantadue. Le gambe restano corte, il busto si sviluppa normalmente. Per il resto della vita si muove con difficoltà, aiutandosi con un bastone che diventerà un elemento quasi iconico della sua figura.

Il dolore fisico e l’emarginazione sociale che ne deriva — non è un cavaliere, non può seguire le tradizioni della sua famiglia — lo spingono verso la pittura con un’intensità che non avrebbe avuto in circostanze normali. Studia con Léon Bonnat e Fernand Cormon a Parigi, dove si trasferisce nel 1882. Incontra Van Gogh nell’atelier di Cormon, ne diventa amico. Scopre Hokusai e le stampe giapponesi — la linea di contorno decisa, i colori piatti, le composizioni asimmetriche: un vocabolario visivo diverso da quello della pittura europea accademica, che assimila e reinventa.

Montmartre e il Moulin Rouge

Dalla metà degli anni Ottanta Toulouse-Lautrec abita a Montmartre — la collina a nord di Parigi che in quegli anni è il quartiere degli artisti, degli anarchici, delle cantanti, delle prostitute, dei giocatori di carte. La vita di quartiere è densa, rumorosa, notturna. Lautrec la frequenta con la stessa sistematicità con cui un naturalista studia un ecosistema: conosce tutti, frequenta ogni cabaret, ogni circo, ogni locale.

Il Moulin Rouge apre nel 1889 al Boulevard de Clichy. Lautrec ne diventa un frequentatore abituale e poi l’illustratore di fiducia: nel 1891 realizza per il locale il primo dei suoi grandi manifesti pubblicitari — un’immagine in cui la silhouette nera di Valentin le Désossé danza in primo piano mentre la Can-Can dancer La Goulue occupa il centro della composizione, circondata da un pubblico ridotto a una fascia di colore piatto. Il manifesto è stampato in tremila copie, affisso per tutta Parigi. È un rivoluzione nel design della comunicazione visiva: la semplificazione radicale della forma, il colore piatto, la tipografia integrata nell’immagine, la figura ritagliata su fondo neutro senza prospettiva aerea. Come Degas aveva trasformato il teatro e la danza in soggetto pittorico, Lautrec trasforma la vita notturna in sistema visivo.

Jane Avril, Yvette Guilbert, La Goulue: i ritratti del cabaret

Le persone che Lautrec dipinge non sono anonime: hanno nomi, storie, caratteri riconoscibili. Jane Avril — ballerina del Moulin Rouge, poi di altri locali, con uno stile personale più raffinato e psicologicamente complesso di La Goulue — appare in una serie di manifesti e dipinti in cui ogni volta è riconoscibile ma mai ridotta alla sua immagine pubblica. C’è sempre qualcosa di privato nei ritratti che Lautrec fa di lei: la testa inclinata, lo sguardo di lato, un momento di concentrazione tra un numero e l’altro.

Yvette Guilbert — chanteuse di cabaret, con una voce di qualità mediocre e una capacità di recitazione straordinaria — è ritratta in una serie di litografie che Lautrec realizza intorno al 1894. La Guilbert detestava i suoi ritratti: le sue mani con i guanti neri, il suo collo lungo, il suo mento appuntito erano esasperati da Lautrec fino alla caricatura. “Siete terribile, Lautrec”, gli scrisse. “Ma siete anche un genio.” La tensione tra la fedeltà psicologica e la distorsione espressiva è il cuore dei ritratti di Lautrec: non sono documenti, sono interpretazioni.

Il bordello come soggetto: la sincerità dello sguardo

Tra il 1892 e il 1895 Lautrec trascorre periodi in alcune case di tolleranza parigine — non come cliente esclusivamente, ma come osservatore. Dipinge le donne in momenti privati: mentre si lavano, mentre parlano tra loro, mentre aspettano. Non c’è voyeurismo in questi dipinti — c’è una qualità dell’attenzione che è difficile trovare altrove nella pittura del periodo. Le donne non sono oggetti della pittura: sono persone che stanno facendo qualcosa, e quella cosa è normale. Lautrec guarda senza giudizio, senza sentimentalismo, senza distanza morale. Il risultato sono alcune delle scene di vita quotidiana più oneste della pittura europea dell’Ottocento.

La tecnica si adatta al soggetto: oli diluiti con acquaragia su cartone non preparato, con effetti di materia quasi pastosa che ricordano i pastelli di Degas e degli impressionisti ma con un ritmo della pennellata più nervoso, più urgente. Non c’è rifinitura: i segni del lavoro sono visibili, la velocità dell’esecuzione è parte del significato.

1901 a trentasei anni

L’alcolismo peggiora dopo il 1897. Nel 1899 viene internato in una clinica a Neuilly-sur-Seine, dove disegna intensamente per dimostrare di avere ancora le facoltà mentali. Viene dimesso, riprende a lavorare, riprende a bere. Nel settembre 1901 muore al castello di Malromé, nella tenuta di famiglia, a trentasei anni.

L’opera è distribuita principalmente al Musée Toulouse-Lautrec di Albi — la città natale, che ha costruito un museo nel castello arcivescovile per ospitare la collezione donata dalla madre — e al Musée d’Orsay di Parigi. I manifesti sono riprodotti e venduti in tutto il mondo. L’immagine di La Goulue al Moulin Rouge è una delle più diffuse della grafica europea dell’Ottocento.

Come Picasso aveva visto Lautrec come una delle sue influenze fondamentali — il modo in cui la linea può essere espressiva senza essere accademica, il modo in cui il colore piatto può avere più forza del chiaroscuro — la sua eredità si misura non in singole opere ma in un vocabolario. La grafica del Novecento, il design del manifesto, l’illustrazione editoriale, il fumetto d’autore: tutti passano da Lautrec, almeno in parte. È uno dei casi in cui l’influenza è più grande della fama.

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