Excursus a 360 gradi su Edgar Degas
Nel panorama dell’impressionismo francese, Edgar Degas occupa una posizione singolare, quasi paradossale. Mentre i suoi contemporanei inseguivano la luce nei paesaggi en plein air, Degas si chiudeva nel proprio atelier per costruire metodicamente composizioni che solo apparentemente catturavano l’immediatezza dell’istante. La sua opera si configura come una fenomenologia del movimento urbano, un’indagine sui corpi che abitano la metropoli moderna: ballerine nei foyer dell’Opéra, lavandaie curve sotto il peso del lavoro, fantini e cavalli sospesi nell’attimo della corsa, donne che emergono dall’intimità della toilette.
La sua pittura non celebra la modernità con entusiasmo naïf, ma ne rivela le tensioni profonde. Attraverso angolazioni vertiginose mutuate dalla fotografia e dall’arte giapponese, Degas costruisce uno sguardo che è insieme clinico e poetico, che osserva la vita parigina con la distanza dell’entomologo e la partecipazione dell’artista che comprende di appartenere allo stesso mondo che rappresenta. Ogni suo dipinto costituisce un esperimento sulla relazione tra corpo e spazio, tra gesto e significato, tra apparenza e sostanza psicologica.
Biografia essenziale di Edgar Degas
Hilaire-Germain-Edgar De Gas nasce a Parigi il 19 luglio 1834, in una famiglia dell’alta borghesia finanziaria con radici italiane. Il padre, Auguste De Gas, è banchiere e dirige la filiale parigina della banca fondata dal nonno Hilaire a Napoli, città da cui la famiglia era fuggita durante la Rivoluzione francese. La madre, Célestine Musson, proviene da una famiglia franco-americana di New Orleans. Questo retaggio cosmopolita segnerà profondamente la sensibilità dell’artista, offrendogli prospettive multiple sulla cultura europea e americana.
L’ambiente familiare è raffinato e colto. Auguste De Gas è appassionato d’arte e musica, frequenta assiduamente le esposizioni parigine e organizza serate musicali nel proprio salotto. Il giovane Edgar riceve un’educazione classica al liceo Louis-le-Grand, istituzione d’élite dove sviluppa solide competenze umanistiche. Nel 1853, seguendo le aspettative paterne, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza della Sorbona, ma abbandona gli studi dopo appena sei mesi per dedicarsi interamente all’arte.
Questa scelta, inizialmente malvista dal padre, ottiene infine il suo consenso. Auguste comprende la serietà delle intenzioni del figlio e gli allestisce uno studio nella casa di famiglia. Nel 1854, Edgar inizia a frequentare l’atelier del pittore Louis Lamothe, discepolo di Ingres, esperienza che segnerà indelebilmente la sua concezione del disegno. L’incontro con Ingres stesso, avvenuto nel 1855, assume valenza quasi iniziatica: il vecchio maestro gli consiglia di “disegnare linee, molte linee, sia da ricordo sia dal naturale”. Questa massima diventerà il principio metodologico che guiderà tutta la sua produzione.
Tra il 1856 e il 1859, Degas compie numerosi viaggi in Italia, soggiornando presso i parenti a Napoli e Firenze. Questi anni italiani costituiscono la sua vera accademia: passa intere giornate a copiare nei musei, studiando ossessivamente i maestri del Quattrocento e del Cinquecento. Beato Angelico, Mantegna, Botticelli, Signorelli, ma anche i veneziani Bellini e Giorgione diventano i suoi interlocutori silenziosi. A Roma frequenta Villa Medici e i corsi di nudo, incontra Gustave Moreau con cui stringe amicizia duratura.
Nel 1862 avviene l’incontro decisivo con Édouard Manet al Louvre, dove entrambi stanno copiando Velázquez. Questa amicizia-rivalità segnerà profondamente l’evoluzione di Degas verso tematiche contemporanee. Manet lo introduce nell’ambiente del Café Guerbois, dove si riuniscono i futuri impressionisti: Monet, Renoir, Pissarro, Cézanne. Qui si discute appassionatamente di arte, letteratura, politica. Degas partecipa attivamente al dibattito, manifestando già quel temperamento polemico e quella indipendenza intellettuale che lo caratterizzeranno.
Gli anni Settanta segnano una svolta drammatica. Nel 1870 scoppia la guerra franco-prussiana: Degas si arruola nella Guardia Nazionale e durante le esercitazioni di tiro scopre di soffrire di un problema alla vista che progressivamente peggiorerà fino a renderlo quasi cieco. Nel 1872 parte per New Orleans con il fratello René, soggiorno documentato dal capolavoro “Il mercato del cotone a New Orleans”, ma l’esperienza americana lo delude profondamente. Scrive all’amico pittore James Tissot: “Qui si ama il cotone e si vive per il cotone”.

Al ritorno, nel 1873, la morte del padre rivela l’entità disastrosa dei debiti familiari. Degas è costretto a vendere la collezione d’arte paterna e la casa di famiglia per saldare i creditori. Questa crisi finanziaria lo obbliga per la prima volta a considerare la pittura non solo come vocazione ma anche come professione. Paradossalmente, questa necessità economica coincide con la piena maturazione del suo stile.
Negli anni successivi, Degas diventa figura centrale del movimento impressionista, partecipando a sei delle otto mostre del gruppo tra il 1874 e il 1886. Tuttavia, mantiene sempre una distanza critica dai colleghi, rifiutando il termine “impressionista” e preferendo definirsi “realista” o “indipendente”. Le sue posizioni politiche conservatrici e il suo antisemitismo, manifestato durante l’affaire Dreyfus alla fine del secolo, lo isolano progressivamente. L’artista si ritira in una solitudine crescente, accentuata dal peggioramento della vista che lo costringe ad abbandonare la pittura a olio per il pastello e infine per la scultura.
Muore a Parigi il 27 settembre 1917, all’età di ottantatré anni, quasi cieco e pressoché dimenticato dal mondo dell’arte. Ai funerali partecipano pochissime persone. Solo dopo la morte, la vendita della sua collezione personale e delle opere rimaste in studio rivela l’ampiezza straordinaria della sua produzione e la sua importanza come collezionista.
Opere e Riconoscimenti
La produzione di Degas attraversa diverse fasi stilistiche che riflettono un’evoluzione costante nella ricerca formale e tematica. I primi lavori, realizzati tra il 1855 e il 1865, mostrano l’ambizione di diventare pittore di storia secondo il canone accademico. “Giovani spartane che si esercitano” (1860-1862) e “Semiramide costruisce una città” (1861) testimoniano questa aspirazione, ma già rivelano un’inquietudine compositiva che si allontana dalla retorica pompier.
Il capolavoro di questo periodo è “La famiglia Bellelli” (1858-1867), ritratto monumentale degli zii materni eseguito durante il soggiorno fiorentino. L’opera richiede quasi dieci anni di elaborazione e costituisce una riflessione profonda sulla psicologia familiare.

La baronessa Laura Bellelli, zia di Degas, è ritratta in abito nero da vedova per la recente morte del padre. Il suo volto austero, che ricorda i ritratti botticelliani, domina la composizione con un’espressione di malinconia e di tensione repressa. Il marito, il barone Gennaro Bellelli, è relegato al margine destro, seduto di spalle in una posa che suggerisce estraneità emotiva. Le due figlie, Giovanna e Giulia, occupano il centro ma sembrano divise dalle dinamiche conflittuali dei genitori. L’opera trasforma il ritratto familiare in indagine psicologica, rivelando attraverso la disposizione spaziale le tensioni invisibili che strutturano le relazioni domestiche.
La svolta verso i soggetti moderni avviene nella seconda metà degli anni Sessanta. Degas abbandona progressivamente la pittura di storia per concentrarsi su tematiche contemporanee: l’ippodromo, il teatro, il caffè-concerto, il mondo del lavoro femminile. “L’orchestra dell’Opéra” (1870) inaugura la serie di opere dedicate al mondo del balletto, tema che diventerà centrale nella sua produzione. La composizione è audacemente asimmetrica: in primo piano i musicisti dell’orchestra, ritratti con precisione quasi fotografica, mentre sullo sfondo le ballerine appaiono come frammenti di corpi in movimento, gambe e tutù colti da un’angolazione che anticipa le inquadrature cinematografiche.
“L’assenzio” (1875-1876) costituisce uno dei vertici della sua riflessione sulla modernità urbana. Due figure sedute al tavolino di un caffè: una donna con lo sguardo vacuo, perso nel vuoto, davanti a un bicchiere di assenzio; accanto a lei un uomo che fuma la pipa, ugualmente isolato nella propria solitudine. L’opera suscitò scandalo quando fu esposta a Londra nel 1893, venendo interpretata come celebrazione della degenerazione morale. In realtà, Degas costruisce un’implacabile fenomenologia dell’alienazione metropolitana, mostrando come la modernità produca solitudini parallele anche nello spazio condiviso del locale pubblico.
“La classe di danza” (1873-1876) rappresenta forse l’opera più celebre dell’artista. La scena ritrae una lezione nel foyer dell’Opéra: il vecchio maestro Jules Perrot, già étoile dell’Opéra negli anni Trenta, osserva una giovane ballerina che esegue un arabesque mentre le compagne attendono il proprio turno in pose di stanchezza e noia.

La composizione è costruita con rigore quasi matematico attraverso la prospettiva del pavimento e lo specchio sulla parete di fondo, ma l’apparente casualità dei gesti e delle posizioni crea un effetto di naturalezza catturata dal vivo. L’opera richiese in realtà anni di preparazione attraverso decine di studi disegnativi.
Negli anni Ottanta, Degas si concentra sulla serie dei nudi femminili alla toilette, esposti nell’ottava mostra impressionista del 1886. “La tinozza” (1886) mostra una donna china sulla bacinella, colta in un momento di assoluta intimità. L’inquadratura dall’alto, quasi voyeuristica, rivela l’influenza della fotografia e dell’arte giapponese. Degas dichiarò: “Il nudo è sempre stato presentato in pose che presupponevano un pubblico; invece le mie donne sono gente semplice, onesta, che non si occupa d’altro che della propria cura fisica… è come se le si guardasse dal buco della serratura”.
La scultura occupa un ruolo importante ma misconosciuto nella sua produzione. “Piccola danzatrice di quattordici anni” (1880-1881), esposta alla sesta mostra impressionista, suscitò reazioni contrastanti. La scultura in cera, vestita con un vero tutù e scarpe da ballo, capelli veri raccolti con un nastro di raso, rappresentava un’innovazione radicale. Molti critici la definirono “orribile”, colpiti dalla magrezza quasi patologica della giovane modella e dalla rottura con le convenzioni della scultura accademica. Oggi è considerata una delle opere fondative della scultura moderna.
Durante la vita, Degas godette di riconoscimento nel circolo ristretto degli intenditori e dei collezionisti, ma rifiutò sempre la fama pubblica. La sua celebre frase “Vorrei essere famoso e sconosciuto” rivela il desiderio contraddittorio di essere apprezzato dagli esperti rimanendo sottratto alla volgarità del successo di massa. Solo dopo la morte, con le grandi vendite degli anni Venti e le successive retrospettive, la sua opera ottiene il riconoscimento universale che merita.
Focus sulla Tecnica e sul Concetto
La pratica artistica di Degas si fonda su un paradosso metodologico che lo distingue radicalmente dagli impressionisti ortodossi: mentre questi ultimi privilegiano la spontaneità della sensazione visiva, Degas costruisce l’apparenza della spontaneità attraverso processi di elaborazione lunghissimi e meticolosi. La sua celebre dichiarazione “Nessuna arte è meno spontanea della mia” costituisce una rivendicazione polemica contro l’ideologia impressionista del “dipingere d’impulso”.

Il disegno rappresenta il fondamento della sua ricerca. Fedele all’insegnamento di Ingres, Degas non abbandona mai la pratica del disegno preparatorio, realizzando decine di studi per ogni opera finita. Questi disegni non sono semplici schizzi ma indagini analitiche sul movimento, sulla struttura anatomica, sulla relazione tra figura e spazio. Nei suoi taccuini si trovano annotazioni scritte che accompagnano gli schizzi, dimostrando come il processo creativo coinvolga simultaneamente osservazione visiva e riflessione intellettuale.
La fotografia gioca un ruolo fondamentale nella sua concezione compositiva. Degas acquista una macchina fotografica intorno al 1895 e sperimenta intensamente con questo medium, realizzando ritratti di amici, autoritratti, scene di interno. Tuttavia, l’uso della fotografia non è mai meccanico: non si tratta di copiare fotografie, ma di assimilare il tipo di visione che la fotografia rende possibile. Le inquadrature decentrate, i tagli audaci delle figure, le angolazioni vertiginose che caratterizzano le sue composizioni derivano da una comprensione profonda delle possibilità percettive offerte dall’obiettivo fotografico.
L’influenza dell’arte giapponese, particolarmente delle stampe ukiyo-e, è altrettanto determinante. Degas colleziona stampe di Hokusai, Hiroshige, Utamaro, studiandone le soluzioni compositive. L’asimmetria, i piani ravvicinati senza profondità prospettica, l’uso decorativo della linea, la frammentazione delle figure ai margini della composizione sono tutte strategie mutuate dall’arte nipponica e reinterpretate in chiave moderna.
La tecnica del pastello diventa centrale nella sua produzione matura, specialmente dopo il 1880 quando i problemi alla vista rendono difficile lavorare con l’olio. Ma l’adozione del pastello non è solo necessità: Degas scopre in questo medium possibilità espressive inedite. Lavora i pastelli stratificandoli, fissandoli con vapori, grattandoli, creando superfici di straordinaria complessità materica. La polvere colorata del pastello permette effetti di sfumatura e di vibrazioni cromatiche che anticipano certe soluzioni dell’arte del Novecento.
Sperimentando tecniche miste, Degas sovrappone pastello, gouache, olio diluito, tempera, creando superfici che sfidano ogni classificazione. Il monotipo, tecnica di stampa in un solo esemplare, diventa un campo di sperimentazione dove l’artista esplora gli effetti della luce artificiale, creando atmosfere notturne e teatrali di grande suggestione.
Il concetto che sottende questa ricerca tecnica è quello di una pittura come costruzione intellettuale che deve produrre l’illusione della naturalezza. Degas comprende che la modernità ha alterato irreversibilmente i modi della visione: la velocità del treno, la luce elettrica, la fotografia hanno creato nuove forme di percezione che l’arte deve saper rappresentare. Le sue ballerine non sono celebrazioni della grazia, ma analisi scientifiche del movimento del corpo addestrato. I suoi nudi non sono idealizzazioni accademiche, ma studi sugli effetti della luce sulla pelle. Le sue scene di ippodromo non sono narrazioni aneddotiche, ma indagini sulla dinamica dei corpi in tensione.
Ispirazioni ricevute e date da Edgar Degas
La formazione intellettuale di Degas si nutre di molteplici tradizioni che egli sintetizza in una visione originale e irriducibile. L’influenza di Jean-Auguste-Dominique Ingres costituisce il fondamento metodologico: da Ingres deriva il primato assoluto del disegno, la concezione della linea come strumento di costruzione formale, l’ossessione per la precisione anatomica. Tuttavia, Degas tradisce programmaticamente l’ideale neoclassico di Ingres applicando il suo metodo a soggetti moderni che il maestro avrebbe considerato indegni dell’arte elevata.

La pittura veneziana del Cinquecento, studiata durante i soggiorni italiani, fornisce un modello alternativo: da Giorgione, Tiziano, Veronese deriva la sensibilità per il colore come strumento espressivo autonomo, capace di costruire atmosfere e suggerire profondità psicologiche. Questa duplice fedeltà alla linea ingresiana e al colore veneziano crea una tensione produttiva che attraversa tutta la sua opera.
Eugène Delacroix rappresenta un riferimento costante per la concezione del movimento e per l’uso drammatico del colore. Degas copia ripetutamente i dipinti di Delacroix, studiandone le soluzioni compositive e cromatiche. Dal grande romantico eredita anche l’interesse per i soggetti esotici e per la rappresentazione della vita contemporanea come epopea moderna.
Il realismo di Gustave Courbet e la sua affermazione della legittimità artistica dei soggetti quotidiani costituisce un precedente fondamentale. Tuttavia, Degas supera il materialismo courbetiano attraverso un’indagine psicologica che trasforma l’osservazione realistica in analisi della condizione umana.
Édouard Manet, amico-rivale, rappresenta il confronto più stimolante. Entrambi condividono l’ambizione di diventare “pittori classici della vita moderna”, ma con approcci radicalmente diversi. Dove Manet privilegia l’immediatezza della pennellata e l’effetto d’insieme, Degas insiste sulla costruzione meticolosa e sul dettaglio psicologico. La loro amicizia, segnata da tensioni e incomprensioni, testimonia due diverse vie alla modernità pittorica.

L’impressionismo fornisce il contesto necessario per la maturazione del suo linguaggio, ma Degas ne rifiuta i principi fondamentali. Contrariamente a Monet, Pissarro, Sisley, non dipinge en plein air, non privilegia il paesaggio, non dissolve la forma nel colore. La sua partecipazione alle mostre impressioniste è strategica: gli permette di esibire le proprie opere senza sottomettersi al giudizio dei Salon ufficiali, ma mantiene sempre la propria indipendenza estetica.
Sul versante delle influenze esercitate, Degas anticipa molte delle ricerche dell’arte del Novecento. La sua scomposizione analitica del movimento prefigura il futurismo, mentre l’interesse per la fotografia e per le angolazioni insolite annuncia le sperimentazioni delle avanguardie. Henri de Toulouse-Lautrec riprende direttamente i suoi soggetti teatrali e le sue soluzioni compositive, traducendole nell’universo dei cabaret e dei bordelli.
Pablo Picasso, nel periodo blu e nel periodo rosa, rivela una conoscenza profonda dell’opera di Degas, particolarmente nelle scene di circo e nelle figure di acrobati. Anche la sua scultura, con l’uso di materiali eterogenei e la rottura delle convenzioni accademiche, trova un precedente nella “Piccola danzatrice” di Degas.
Francis Bacon, nel Novecento inoltrato, riconosce in Degas un precursore dell’indagine sul corpo come luogo di tensione e deformazione. Le sue figure isolate nello spazio, colte in posizioni innaturali, riprendono certe intuizioni degassiane sulla solitudine urbana e sulla frammentazione dell’identità moderna.
L’indagine di Edgar Degas e il suo lascito
L’opera di Edgar Degas si configura come una delle indagini più penetranti sulla condizione della modernità condotte attraverso il medium pittorico. La sua capacità di trasformare soggetti apparentemente banali – ballerine che provano, donne che si lavano, cavalli che corrono – in territori di riflessione filosofica testimonia una comprensione profonda delle trasformazioni antropologiche prodotte dall’urbanizzazione e dall’industrializzazione.
Il paradosso di Degas consiste nell’aver utilizzato metodi tradizionali – il disegno accademico, lo studio dal vero, la costruzione prospettica – per produrre una visione radicalmente moderna. Mentre i colleghi impressionisti cercavano di catturare l’istantaneità dissolvendo la forma nel colore e nella luce, Degas costruiva meticolosamente l’apparenza dell’istantaneità attraverso processi di elaborazione che richiedevano mesi o anni. Questa tensione tra costruzione e spontaneità, tra controllo intellettuale ed effetto di naturalezza, costituisce il nucleo del suo contributo all’arte moderna.
La sua riflessione sul movimento come fenomeno complesso che coinvolge simultaneamente dimensioni fisiche, psicologiche e sociali anticipa molte delle preoccupazioni dell’arte del Novecento. Le ballerine di Degas non sono celebrazioni della grazia femminile, ma analisi scientifiche di corpi addestrati, sottoposti a discipline rigorose che li trasformano in macchine gestuali. Questo sguardo clinico, che alcuni critici hanno interpretato come misoginia, è in realtà espressione di un interesse antropologico per le forme attraverso cui la società moderna modella i corpi e le identità.
La progressiva cecità che colpisce Degas negli ultimi decenni di vita assume una valenza quasi simbolica: l’artista che aveva costruito la propria opera sull’ossessione della visione esatta si trova costretto ad abbandonare la pittura per la scultura, a passare dal vedere al toccare. Tuttavia, anche questa limitazione diventa occasione di ricerca: le sculture tarde, modellatein cera con gesti sempre più sommari, rivelano una libertà formale che anticipa le sperimentazioni espressioniste.
L’eredità di Degas rimane complessa e contraddittoria, come la sua personalità. Artista conservatore che produce opere radicalmente innovative, collezionista raffinato che vive nell’isolamento, pittore della vita parigina che odia la mondanità, Degas incarna le tensioni irrisolte della modernità. La sua opera continua a interrogarci perché non offre risposte consolatorie ma domande inquietanti sulla natura della visione, sulla relazione tra arte e vita, sulla possibilità stessa di rappresentare un mondo in accelerazione costante.
Bibliografia di Riferimento
La ricerca su Edgar Degas si articola attraverso una produzione critica vastissima che riflette la complessità della sua opera e della sua personalità. Il testo fondamentale rimane la monumentale biografia di Roy McMullen, Degas: His Life, Times, and Work (Houghton Mifflin, 1984), che intreccia analisi storica, indagine psicologica e riflessione estetica. Il catalogo ragionato in quattro volumi curato da Jean Sutherland Boggs, Degas (Metropolitan Museum of Art, 1988), costituisce lo strumento indispensabile per lo studio della produzione completa.
Per comprendere la tecnica pittorica risultano essenziali gli studi di Anthea Callen, The Art of Impressionism: Painting Technique and the Making of Modernity (Yale University Press, 2000), che dedica capitoli importanti alle sperimentazioni di Degas con pastello e tecniche miste. Il volume di George T. M. Shackelford e Xavier Rey, Degas and the Nude (Museum of Fine Arts Boston, 2011), esplora la serie dei nudi femminili attraverso analisi tecniche approfondite e contestualizzazioni culturali.
Il rapporto con la fotografia trova la sua trattazione più completa in Malcolm Daniel, Edgar Degas Photographer (Metropolitan Museum of Art, 1998), che documenta l’attività fotografica dell’artista e ne analizza l’influenza sulla concezione compositiva. Richard Kendall, Degas and the Little Dancer (Yale University Press, 1998), offre invece un’indagine approfondita sulla genesi e la ricezione della celebre scultura.
Per il contesto storico-culturale, Paul Valéry, Degas Danse Dessin (Gallimard, 1938), scritto da un poeta che aveva conosciuto personalmente l’artista negli ultimi anni di vita, rimane un documento insostituibile. Le riflessioni di Valéry, sebbene impressionistiche, colgono aspetti della personalità e del metodo creativo di Degas che sfuggono alle analisi puramente accademiche.
Gli studi più recenti hanno esplorato le dimensioni problematiche dell’opera degassiana. Norma Broude, in saggi pubblicati su Art Bulletin e raccolti nel volume Impressionism: A Feminist Reading (Westview Press, 1991), ha analizzato criticamente la rappresentazione femminile in Degas, aprendo dibattiti fecondi sulla misoginia dell’artista e sulle implicazioni politiche del suo sguardo. Carol Armstrong, Odd Man Out: Readings of the Work and Reputation of Edgar Degas (University of Chicago Press, 1991), propone invece una rilettura che contestualizza le provocazioni di Degas nell’ambito più ampio della modernizzazione parigina.
La bibliografia si completa con i cataloghi delle principali mostre: Degas (Galeries nationales du Grand Palais, 1988), Degas and the Ballet (Royal Academy, 2011), e Degas: A Passion for Perfection (Fitzwilliam Museum Cambridge, 2017), che offrono contributi specialistici sulle diverse fasi della produzione e sull’eredità dell’artista nell’arte contemporanea. La recente mostra Degas at the Opéra (Musée d’Orsay, 2019) ha ricostruito il contesto teatrale che fu fonte primaria di ispirazione, rivelando aspetti inediti del rapporto tra l’artista e il mondo dello spettacolo parigino.
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