Katsushika Hokusai oltre la grande onda. Excursus, opere e biografia definitiva

Katsushika Hokusai oltre la grande onda. Excursus, opere e biografia definitiva

Katsushika Hokusai oltre la grande onda. Excursus, opere e biografia definitiva

Nel panorama dell’arte giapponese del periodo Edo, Katsushika Hokusai occupa una posizione che trascende i confini nazionali per assumere valenza universale. La sua opera si configura come un laboratorio visivo dove convergono tradizione nipponica e influenze occidentali, creando una sintesi che anticipa molte delle rivoluzioni percettive dell’arte moderna. Attraverso la tecnica della xilografia policroma ukiyo-e – letteralmente “immagini del mondo fluttuante” – Hokusai costruisce un atlante visivo che cattura l’essenza mutevole della realtà, trasformando paesaggi, scene quotidiane e fenomeni naturali in epifanie formali di straordinaria potenza.

La sua ricerca non si limita alla rappresentazione mimetica del visibile, ma indaga le strutture profonde attraverso cui la natura manifesta la propria energia. L’onda che si solleva minacciosa, il monte Fuji che emerge imperturbabile all’orizzonte, i ponti sospesi tra cielo e terra: ogni soggetto diventa pretesto per un’indagine sulla relazione tra forma e forza, tra staticità e movimento, tra permanenza e trasformazione. In questo senso, Hokusai anticipa quella comprensione dinamica della realtà che sarà propria della modernità occidentale, influenzando profondamente artisti come Monet, Van Gogh, Degas, aprendo la strada al movimento del Japonisme che avrebbe rivoluzionato l’arte europea di fine Ottocento.

Biografia essenziale di Katsushika Hokusai

Katsushika Hokusai nasce nell’ottobre o novembre del 1760 a Warigesui, nel quartiere di Honjo a Edo, l’attuale Tokyo. Le circostanze della sua nascita rimangono avvolte nell’incertezza: secondo alcune fonti sarebbe il figlio biologico di un artigiano costruttore di specchi di nome Nakajima Ise, ma venne cresciuto da una famiglia adottiva. Questa origine ambigua segna simbolicamente un’esistenza caratterizzata da continue metamorfosi identitarie.

Un ritratto di Hokusai

A sei anni Hokusai manifesta già un interesse precoce per il disegno, come ricorderà egli stesso nella tarda età. A dodici anni lavora come apprendista presso un intagliatore di legno, esperienza che gli fornisce la conoscenza tecnica delle matrici xilografiche. A diciotto anni entra nella bottega del maestro Katsukawa Shunsho, uno dei più importanti artisti ukiyo-e specializzati in ritratti di attori kabuki. Secondo la tradizione, assume il nome di Shunro, incorporando parte del nome del maestro come segno di appartenenza alla scuola Katsukawa.

La morte di Shunsho nel 1792 rappresenta una svolta decisiva. Il nuovo caposcuola Katsukawa Shunko non accetta le sperimentazioni stilistiche di Hokusai, costringendolo ad abbandonare la scuola. Questo evento, potenzialmente traumatico, diventa invece occasione di liberazione. Hokusai inizia a studiare autonomamente diverse tradizioni pittoriche: la scuola Kano, con il suo approccio decorativo; la scuola Tosa, custode dello stile yamato-e; e soprattutto le tecniche prospettiche occidentali, accessibili attraverso le stampe olandesi che penetravano in Giappone nonostante la politica isolazionista dello shogunato.

Nel 1798, all’età di trentotto anni, adotta per la prima volta il nome Hokusai – letteralmente “studio della stella polare” – scelto in onore della divinità buddhista Myoken e come augurio di una carriera brillante. Questo segna l’inizio del periodo più fecondo della sua produzione. Hokusai diventa artista indipendente, fondando la propria bottega e iniziando ad attrarre allievi affascinati dal suo stile innovativo.

La vita personale di Hokusai è segnata da perdite e difficoltà finanziarie. Sposa due donne, entrambe morte durante il matrimonio, dalle quali ha cinque figli. La figlia più giovane, Oei, diventa anch’essa artista di talento, collaborando spesso con il padre negli ultimi anni. I problemi economici lo perseguitano costantemente: la morte del figlio primogenito Tominosuke, che lo sosteneva finanziariamente, e successivamente i debiti accumulati dal nipote dedito al gioco d’azzardo, lo costringono a periodi di estrema povertà.

Per sopravvivere, Hokusai pubblica manuali didattici e si dedica all’illustrazione di libri popolari. Cambia residenza oltre novanta volte – segno di un’inquietudine esistenziale che si riflette nella sua produzione artistica. Nel 1839, all’età di settantanove anni, un incendio distrugge il suo studio e molte opere. Nonostante questo, continua a lavorare fino alla morte, avvenuta il 10 maggio 1849 all’età di ottantotto anni. Sul letto di morte pronuncia parole che riassumono la sua filosofia artistica: “Se i cieli mi dessero dieci – anche solo cinque anni in più – riuscirei a diventare un vero artista”.

Opere e riconoscimenti di Katsushika Hokusai

La produzione di Hokusai attraversa diversi periodi stilistici, ciascuno segnato da un cambiamento di nome d’arte – ne adotterà circa trenta nel corso della vita. Durante il periodo Shunro (1779-1794), realizza principalmente ritratti di attori kabuki secondo i canoni della scuola Katsukawa. Il periodo Sori (1794-1798) vede invece una svolta verso i paesaggi, come testimonia “Primavera a Enoshima” (1797), dove già emerge l’interesse per la natura come soggetto autonomo.

Il periodo Hokusai (1798-1810) segna la maturazione stilistica. In questi anni produce le raccolte “Scenari famosi della Capitale d’Oriente” e “Otto vedute di Edo” (1800), opere che rivelano l’assimilazione delle tecniche prospettiche occidentali. Nel 1804 realizza una performance leggendaria che lo rende celebre: davanti a una folla assembrata a Edo, dipinge un ritratto monumentale del patriarca zen Daruma utilizzando una scopa imbevuta di inchiostro su una superficie di circa 350 metri quadrati.

Il capolavoro che definisce la sua fama è la serie “Trentasei vedute del Monte Fuji” (1830-1833), inizialmente composta di trentasei stampe alle quali ne furono aggiunte altre dieci per il successo dell’opera. Questa serie rappresenta un’ossessione personale: il monte Fuji, montagna sacra del Giappone, viene raffigurato da innumerevoli angolazioni, in diverse stagioni e condizioni atmosferiche. Due stampe della serie assurgono a status iconico: “La grande onda di Kanagawa” (1830-1831) e “Il Fuji rosso” (1830-1831).

“La grande onda di Kanagawa” costituisce probabilmente l’immagine più celebre dell’arte giapponese. La composizione cattura un momento di sospensione drammatica: un’onda gigantesca si solleva minacciosa sopra tre imbarcazioni di pescatori, mentre sullo sfondo il monte Fuji emerge piccolo ma imperturbabile. La genialità compositiva risiede nella tensione tra la forza dinamica dell’onda – le cui creste schiumose ricordano artigli protesi verso le barche – e la stabilità iconica della montagna sacra.

L’uso del blu di Prussia, pigmento importato dall’Occidente, conferisce all’opera un’intensità cromatica inedita nell’ukiyo-e tradizionale. La stampa incarna perfettamente la filosofia buddhista del mondo fluttuante: l’impermanenza delle cose umane di fronte all’eternità della natura.

“Il Fuji rosso”, formalmente intitolato “Vento chiaro, mattino chiaro”, rappresenta il monte nella luce dell’alba, quando la montagna assume tonalità rossastre. La composizione è di una semplicità quasi astratta: il profilo triangolare del Fuji domina la superficie, circondato da un cielo azzurro punteggiato di nuvole bianche. L’opera dimostra come Hokusai sapesse estrarre potenza espressiva dalla riduzione formale, anticipando certe soluzioni dell’arte moderna.

Tra il 1814 e il 1878 viene pubblicata la monumentale serie “Hokusai Manga” (schizzi sparsi di Hokusai), quindici volumi contenenti migliaia di disegni che spaziano dai paesaggi alle scene di vita quotidiana, dalle figure mitologiche agli studi anatomici, dagli animali agli oggetti. Quest’opera, concepita come manuale didattico per i suoi allievi, rivela l’ampiezza degli interessi di Hokusai e la sua capacità di catturare l’essenza delle cose attraverso pochi tratti essenziali. Il termine “manga” – che Hokusai utilizzava nel senso tradizionale di “schizzi informali” – sarà poi adottato nel Novecento per designare il fumetto giapponese, creando un legame simbolico tra l’arte del maestro e la cultura popolare contemporanea.

Altre serie significative includono “Cascate famose in varie province” (1833), “Ponti famosi” (1834), e “Cento vedute del Monte Fuji” (1834-1849), quest’ultima pubblicata in tre volumi quando Hokusai aveva già superato i settant’anni. In quest’opera tarda, firmata con lo pseudonimo “Gakyō rōjin” (vecchio pazzo per la pittura), l’artista raggiunge una sintesi straordinaria tra virtuosismo tecnico e libertà espressiva.

Durante la vita Hokusai gode di riconoscimento in ambito locale ma non raggiunge fama internazionale. La sua riscoperta avviene dopo la morte, quando il Giappone si apre al commercio internazionale nella seconda metà dell’Ottocento. Le sue stampe, spesso utilizzate come carta da imballaggio per ceramiche esportate, vengono scoperte dagli artisti europei, generando quel fenomeno di fascinazione per l’arte giapponese noto come Japonisme.

Focus sulla tecnica e sul concetto dietro l’opera

La tecnica dell’ukiyo-e – stampa xilografica policroma – richiede un processo collaborativo complesso che coinvolge diversi artigiani specializzati. Hokusai disegna l’immagine originale a inchiostro, che viene poi trasferita su una matrice di legno di ciliegio o pero. Un intagliatore esperto scava il legno creando la matrice per ogni colore – le opere più elaborate richiedono fino a dieci matrici diverse. Infine, uno stampatore applica i pigmenti e stampa la carta, sovrapponendo con precisione millimetrica le diverse matrici.

Hokusai introduce innovazioni significative in questo processo tradizionale. L’adozione del blu di Prussia, pigmento sintetico europeo importato in Giappone all’inizio dell’Ottocento, permette di ottenere tonalità di blu più intense e stabili rispetto ai pigmenti vegetali tradizionali. Questa scelta tecnica conferisce alle sue stampe marine quella caratteristica luminosità che le distingue dalle opere dei predecessori.

L’influenza della prospettiva occidentale si manifesta nella costruzione dello spazio. Mentre la tradizione giapponese privilegiava la visione dall’alto e la sovrapposizione di piani bidimensionali, Hokusai incorpora la prospettiva lineare europea, creando profondità illusionistica. Tuttavia, non si tratta di un’imitazione meccanica: l’artista fonde le due tradizioni, mantenendo elementi decorativi della composizione giapponese mentre introduce punti di fuga occidentali.

Il concetto che sottende la pratica di Hokusai è quello di un’arte che cattura il “ki” – l’energia vitale che anima tutte le cose. Le sue onde non sono semplici rappresentazioni dell’acqua, ma incarnazioni di una forza primordiale. I suoi ponti non sono solo strutture architettoniche, ma metafore della connessione tra terra e cielo, tra umano e divino. Il monte Fuji stesso diventa simbolo di permanenza assoluta che sfida il mutamento incessante del mondo fluttuante.

La sua filosofia artistica emerge chiaramente nelle parole scritte nella prefazione di “Cento vedute del Monte Fuji”: “Dall’età di sei anni ho avuto la mania di copiare la forma delle cose. Dall’età di cinquanta ho pubblicato infiniti disegni, ma tutto ciò che ho prodotto prima dei settant’anni non vale la pena di essere considerato. A settantatré ho finalmente compreso qualcosa della vera struttura della natura, degli animali, delle erbe, degli alberi, degli uccelli, dei pesci e degli insetti. Di conseguenza, a ottant’anni avrò fatto ancora più progressi. A novanta penetrerò il mistero delle cose. A cento avrò certamente raggiunto uno stadio meraviglioso, e quando avrò centodieci anni, ogni punto, ogni linea possiederanno vita propria”.

Ispirazione e ispirati

La formazione artistica di Hokusai si nutre di molteplici tradizioni che egli sintetizza in una visione originale. L’influenza del maestro Katsukawa Shunsho gli fornisce le basi tecniche dell’ukiyo-e, particolarmente nella rappresentazione delle figure umane e nella composizione teatrale. Tuttavia, è l’incontro con l’arte occidentale – accessibile attraverso le stampe olandesi che penetravano clandestinamente in Giappone – a fornire lo stimolo per le sue innovazioni più significative.

Le stampe europee, particolarmente quelle fiamminghe e francesi, gli rivelano le possibilità della prospettiva lineare e dello scorcio anatomico. Hokusai studia queste tecniche con l’ossessione di chi comprende di trovarsi di fronte a strumenti espressivi inediti. Allo stesso tempo, mantiene saldamente radicata la propria pratica nella tradizione giapponese, creando quella sintesi est-ovest che costituisce la sua originalità.

Sul versante delle influenze esercitate, Hokusai diventa figura centrale per la comprensione europea dell’arte giapponese. Quando le sue opere raggiungono l’Europa nella seconda metà dell’Ottocento, scatenano una rivoluzione percettiva. Gli impressionisti francesi – Claude Monet, Edgar Degas, Camille Pissarro – scoprono nelle sue stampe soluzioni formali che confermano le proprie intuizioni sulla rappresentazione del movimento e della luce.

Vincent van Gogh colleziona ossessivamente stampe giapponesi e copia esplicitamente alcune opere di Hokusai. La sua “Notte stellata” (1889) rivela nella forma vorticosa delle nuvole e nell’uso dinamico del colore l’eco della “Grande onda”. Van Gogh scrive al fratello Theo: “Qui sono in Giappone”, riferendosi alla Provenza dove cercava quella luminosità che aveva ammirato nelle stampe nipponiche.

Claude Debussy si ispira esplicitamente alla “Grande onda” per la composizione del poema sinfonico “La Mer” (1905), utilizzando l’immagine come copertina della prima edizione. Il compositore francese traduce in musica quella comprensione dinamica della natura che Hokusai aveva espresso visivamente.

Henri de Toulouse-Lautrec, Gustav Klimt, Alphonse Mucha e numerosi artisti dell’Art Nouveau assorbono dalla sua opera la concezione decorativa della linea, l’uso espressivo del colore piatto, la composizione asimmetrica. Il Japonisme diventa movimento culturale che trasforma profondamente l’estetica europea di fine Ottocento.

Katsushika Hokusai, la sintesi armonica di due mondi

L’opera di Katsushika Hokusai si configura come uno dei più straordinari esempi di sintesi culturale nella storia dell’arte. La sua capacità di assorbire influenze occidentali senza tradire la propria tradizione, di innovare rimanendo fedele all’essenza dell’ukiyo-e, testimonia una comprensione profonda dei meccanismi attraverso cui le culture dialogano e si trasformano reciprocamente.

Il paradosso di Hokusai risiede nel fatto che la sua fama internazionale si consolida quando il Giappone, dopo secoli di isolamento, si apre forzatamente al mondo. Le sue stampe, create per un pubblico popolare giapponese e spesso utilizzate come semplice carta da imballaggio, diventano oggetto di culto per artisti europei alla ricerca di alternative alla tradizione accademica occidentale. Ciò che per il contesto giapponese era arte commerciale diventa, nel contesto europeo, rivelazione di possibilità espressive inedite.

La modernità di Hokusai non consiste tanto nell’anticipazione di specifiche soluzioni formali – anche se indubbiamente la sua opera prefigura molte conquiste dell’arte moderna – quanto nella sua comprensione della natura come processo dinamico piuttosto che come insieme di forme statiche. Le sue onde, i suoi ponti, le sue vedute del Fuji non rappresentano oggetti ma forze, non descrivono apparenze ma catturano energie. In questo senso, la sua arte offre un modello alternativo alla concezione occidentale della rappresentazione, basata sulla mimesi statica della realtà.

L’eredità di Hokusai trascende l’ambito strettamente artistico per assumere valenza culturale. Il termine “manga”, da lui utilizzato per designare i suoi schizzi didattici, diventa nel Novecento la denominazione del fumetto giapponese, creando un filo rosso che collega la tradizione pittorica del periodo Edo alla cultura popolare contemporanea. Questa continuità simbolica testimonia come la sua opera abbia fornito modelli formali e concettuali che continuano a nutrire l’immaginario visivo giapponese.

La frase pronunciata sul letto di morte – il rimpianto di non avere altri anni per diventare finalmente “un vero artista” – rivela un atteggiamento verso la creazione artistica che sfida la concezione occidentale del capolavoro compiuto. Per Hokusai, l’arte non è produzione di oggetti definiti ma processo infinito di approssimazione a una verità che sempre sfugge. In questo senso, la sua opera rimane aperta, incompiuta per definizione, invito permanente a continuare la ricerca.

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