Édouard Manet: lo scandalo del Déjeuner sur l’herbe spiegato
C’è una domanda che mi sono fatto molte volte, guardando questo quadro, e alla quale non ho mai trovato una risposta del tutto soddisfacente: perché fa ancora effetto? Sono passati più di centosessant’anni. La nudità nell’arte non scandalizza più nessuno, la pittura figurativa ha attraversato rivoluzioni su rivoluzioni, il sistema accademico che condannò Manet nel 1863 non esiste più da un pezzo. Eppure Le déjeuner sur l’herbe — colazione sull’erba, olio su tela, duecentotto centimetri per duecentosessantaquattro, oggi appeso al Musée d’Orsay di Parigi — continua a produrre qualcosa. Continua a chiedere qualcosa. Continua a guardare chi lo guarda con quella strana, insolente, impossibile fermezza che, nel 1863, mandò in frantumi le certezze estetiche e morali di un’intera civiltà.
Per capire cosa successe bisogna capire il contesto — non come esercizio accademico, ma perché senza contesto lo scandalo non si capisce, e senza capire lo scandalo non si capisce perché questo quadro è ancora, a distanza di quasi due secoli, uno degli oggetti visivi più carichi di senso che la storia dell’arte occidentale abbia prodotto.
Il Salon des Refusés: quando il rifiuto diventa storia
Il 1863 è l’anno in cui il Salon di Parigi — quella fortezza accademica che decideva ogni anno chi era arte e chi non lo era — rifiuta un numero così alto di opere da provocare una protesta pubblica. Napoleone III, forse per quietare gli animi, forse per curiosità, ordina che le opere rifiutate vengano esposte in una mostra separata: il Salon des Refusés. I visitatori accorrono in massa — molti per ridere, molti per scandalizzarsi, alcuni per capire. Tra le opere esposte c’è Le déjeuner sur l’herbe di Édouard Manet, trentunenne, già noto negli ambienti artistici parigini, già considerato da alcuni un talento e da molti un provocatore.
La reazione del pubblico è immediata e feroce. Non è la reazione di chi non capisce: è la reazione di chi capisce benissimo, e non vuole capire. Perché ciò che Manet ha fatto non è dipingere una cosa brutta o tecnicamente sbagliata — è dipingere una cosa che non avrebbe dovuto essere dipinta in quel modo. E la differenza, come vedremo, è tutto.
Il nudo che non si può guardare
Il nudo femminile era, nel 1863, uno dei soggetti più rappresentati nella pittura accademica francese. Le dèe, le ninfe, le eroine bibliche e mitologiche — venivano dipinte nude con regolarità e con il consenso entusiasta del pubblico e della critica. Nessuno si scandalizzava di Venere sdraiata, di Diana cacciatrice, di Susanna sorpresa al bagno. Perché questi nudi erano nudi di finzione — corpi che non appartenevano al presente, che erano protetti dalla distanza del mito e della storia, che non potevano essere confusi con donne reali che abitavano le strade di Parigi.
La donna al centro del Déjeuner non è una dea. Non è una ninfa. È Victorine Meurent — un nome, un’identità, una persona reale che Manet usava abitualmente come modella e che, in questo quadro, siede sull’erba completamente nuda accanto a due uomini vestiti con abiti moderni, borghesi, contemporanei. Uno di loro è il fratello di Manet. L’altro è il suo cognato. Persone riconoscibili. Persone che potevano essere incontrate per strada.
Questo era l’orrore. Non la nudità: la contemporaneità della nudità. Il fatto che quella donna nuda esistesse nel presente, non nel passato mitologico. Il fatto che quegli uomini vestiti — con i loro cappelli e le loro giacche — sedessero accanto a lei come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se la nudità femminile potesse coesistere con la vita ordinaria, come se non richiedesse il travestimento della mitologia per essere ammissibile, come se la realtà potesse entrare nella pittura senza chiedere il permesso.
La fonte e la trasgressione
La cosa più ironica — e più geniale — dello scandalo del Déjeuner è che Manet non ha inventato la composizione. L’ha rubata dalla tradizione. Il gruppo delle tre figure principali — la donna e i due uomini — riprende quasi letteralmente un gruppo di figure nel Giudizio di Paride di Marcantonio Raimondi, incisione tratta da un disegno di Raffaello. Il gruppo della donna che si bagna sullo sfondo riecheggia la figura di una ninfa in un’opera di Tiziano. Manet conosceva i classici alla perfezione. Sapeva esattamente cosa stava facendo.
E cosa stava facendo, esattamente? Stava prendendo una composizione nobile, venerabile, accettata dal canone — e riempiendola di contenuto contemporaneo. Stava dimostrando che la forma classica e il soggetto moderno potevano coesistere, che la pittura non aveva bisogno del travestimento mitologico per essere legittima, che il presente era degno delle stesse dimensioni e della stessa attenzione compositiva riservata agli dei greci. Era un atto di appropriazione consapevole e di sovversione sistematica al tempo stesso — il tipo di gesto che solo chi conosce perfettamente le regole riesce a violare con quella precisione chirurgica.
Lo sguardo che cambia tutto
Ma c’è un elemento del Déjeuner che supera tutti gli altri in termini di impatto visivo e di rottura con la convenzione: lo sguardo di Victorine. Guarda direttamente lo spettatore. Non guarda i due uomini seduti accanto a lei, non guarda il paesaggio, non guarda in basso con la modestia che la pittura accademica richiedeva ai nudi femminili. Guarda noi. Con una calma assoluta, senza imbarazzo, senza la messa in scena del pudore, senza chiedere il permesso di essere guardata.
Questo sguardo è il vero scandalo del quadro — più della nudità, più della contemporaneità degli abiti maschili, più di qualsiasi altra trasgressione tecnica o compositiva. Perché quello sguardo rifiuta la logica del voyeurismo su cui si reggeva tutta la pittura di nudo accademica. Nella tradizione, il nudo femminile era offerto allo sguardo dello spettatore — che era implicitamente maschile — senza che la figura dipinta ne fosse consapevole, o fingendo che non ne fosse consapevole. La donna dipinta non guardava chi guardava. Non sapeva di essere guardata. Questa finzione permetteva allo spettatore di guardare senza sentirsi guardato, senza dover rispondere di quel gesto, senza essere chiamato in causa.
Victorine Meurent lo sa. Guarda chi guarda. E in quello sguardo — diretto, fermo, privo di qualsiasi compiacenza — c’è una rivendicazione di soggettività così radicale che il pubblico del 1863 non riuscì a tollerarla. Non era una donna dipinta: era una presenza. Non era un oggetto dello sguardo: era qualcuno che guardava a sua volta, che chiedeva conto, che non accettava le regole del gioco.
Perché fa ancora effetto
Si torna alla domanda di partenza. Perché, ancora oggi, questo quadro produce qualcosa?
Perché quello sguardo non ha smesso di funzionare. Perché la rottura che Manet ha messo in scena nel 1863 — tra la finzione dell’arte e la realtà della vita, tra il travestimento nobile del presente e la sua rappresentazione diretta, tra l’oggetto che si guarda e il soggetto che guarda — non è una rottura datata, non è un episodio storico chiuso. È una tensione che continua a essere presente ogni volta che l’arte cerca di dire la verità sul proprio tempo invece di decorarlo.
Manet non era un rivoluzionario nel senso ideologico del termine. Non aveva un programma politico, non voleva abbattere il sistema. Voleva solo dipingere ciò che vedeva — le persone reali, la vita reale, la Parigi reale — con la stessa serietà e la stessa maestria con cui i pittori del passato avevano dipinto gli dei.
Che questo fosse rivoluzionario non fu colpa sua. Fu colpa di un sistema che aveva dimenticato che l’arte, alla fine, è sempre contemporanea — o non è niente.

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