3 validi motivi per andare a vedere la mostra su Hokusai a Palazzo Bonaparte, a Roma
La primavera romana del 2026 si arricchisce di un evento espositivo eccezionale: dal 24 marzo al 5 luglio, Palazzo Bonaparte ospita la più completa mostra mai dedicata in Italia a Katsushika Hokusai, maestro assoluto dell’arte giapponese e creatore dell’iconica “La grande onda di Kanagawa”. L’esposizione, organizzata in occasione dei 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, si configura come un’opportunità unica per immergersi nell’universo di un artista che ha rivoluzionato non solo l’arte nipponica ma l’intero panorama visivo occidentale. Ecco tre ragioni per cui questa mostra merita assolutamente una visita.
1. Un percorso completo nell’opera del “vecchio pazzo per la pittura”
La mostra romana si distingue per l’ampiezza e la profondità del percorso espositivo, che offre una panoramica senza precedenti sull’intera produzione di Hokusai. Non si tratta di una semplice rassegna delle opere più celebri, ma di un’indagine sistematica su un artista che ha attraversato quasi novant’anni di storia dedicandosi ossessivamente alla pittura.
Il percorso espositivo permette di comprendere l’evoluzione stilistica di Hokusai attraverso le diverse fasi della sua carriera. Dalle prime opere influenzate dalla scuola Katsukawa, dove il giovane artista realizzava ritratti di attori kabuki secondo i canoni tradizionali, fino alla maturità rivoluzionaria delle “Trentasei vedute del Monte Fuji” (1830-1833), la mostra documenta un itinerario creativo caratterizzato da continue metamorfosi. Non è un caso che Hokusai abbia cambiato nome d’arte circa trenta volte nel corso della vita: ogni mutamento identitario corrispondeva a una nuova fase di ricerca, a un diverso approccio alla rappresentazione.
Particolare attenzione viene dedicata ai “Manga di Hokusai”, quindici volumi pubblicati tra il 1814 e il 1878 contenenti migliaia di disegni che spaziano dai paesaggi alle scene quotidiane, dalle figure mitologiche agli studi anatomici. Questi manuali didattici, originariamente concepiti per gli allievi dell’artista, rivelano l’ampiezza enciclopedica dei suoi interessi e la capacità di catturare l’essenza delle cose attraverso pochi tratti essenziali. La mostra offre l’opportunità di osservare da vicino questi fogli raramente esposti, comprendendo come il termine “manga” – utilizzato da Hokusai nel senso tradizionale di “schizzi informali” – sia stato poi adottato nel Novecento per designare il fumetto giapponese, creando un ponte simbolico tra l’arte del maestro e la cultura popolare contemporanea.
Un elemento di particolare interesse è la sezione dedicata alla tecnica dell’ukiyo-e, la xilografia policroma che costituiva il medium principale di Hokusai. Attraverso l’esposizione di matrici di legno originali, stampe in diverse fasi di realizzazione e apparati multimediali che ricostruiscono il processo creativo, il visitatore può comprendere la complessità di una tecnica che richiedeva la collaborazione di diversi artigiani specializzati. L’artista disegnava l’immagine originale, che veniva poi trasferita su matrici di legno di ciliegio o pero da intagliatori esperti; infine, uno stampatore applicava i pigmenti sovrapponendo con precisione millimetrica le diverse matrici. Le opere più elaborate richiedevano fino a dieci matrici diverse, ciascuna corrispondente a un colore specifico.
La mostra permette inoltre di apprezzare l’innovazione tecnica introdotta da Hokusai attraverso l’adozione del blu di Prussia, pigmento sintetico europeo che conferisce alle sue stampe marine quella caratteristica intensità luminosa. Osservare dal vivo la differenza tra le opere che utilizzano pigmenti vegetali tradizionali e quelle che incorporano il nuovo blu sintetico consente di comprendere come Hokusai fosse costantemente alla ricerca di strumenti espressivi inediti, disposto ad assorbire influenze straniere senza tradire la propria tradizione.
2. L’incontro con capolavori iconici di Hokusai, in un contesto di eccellenza
Il cuore pulsante della mostra è costituito dall’esposizione di opere che hanno segnato la storia dell’arte mondiale. “La grande onda di Kanagawa” (1830-1831), probabilmente l’immagine più celebre dell’arte giapponese, sarà presente in stampe originali provenienti da importanti collezioni internazionali. Osservare dal vivo questa composizione permette di cogliere sfumature che nessuna riproduzione fotografica può restituire.
La genialità compositiva dell’opera risiede nella tensione dinamica tra la forza minacciosa dell’onda – le cui creste schiumose ricordano artigli protesi verso le barche dei pescatori – e la stabilità imperturbabile del monte Fuji che emerge piccolo ma eterno sullo sfondo. Hokusai non racconta una catastrofe, ma cattura un momento di sospensione drammatica dove tutto potrebbe accadere. L’onda non è uno tsunami, come spesso si crede, ma un’onda improvvisa osservata con attenzione quasi scientifica. La stampa incarna perfettamente la filosofia buddhista del “mondo fluttuante”: l’impermanenza delle cose umane di fronte all’eternità della natura.
Accanto alla “Grande onda”, la mostra presenta “Il Fuji rosso” (1830-1831), formalmente intitolato “Vento chiaro, mattino chiaro”, che rappresenta la montagna sacra nella luce dell’alba quando assume tonalità rossastre. La composizione è di una semplicità quasi astratta: il profilo triangolare del Fuji domina la superficie, circondato da un cielo azzurro punteggiato di nuvole bianche. L’opera dimostra come Hokusai sapesse estrarre potenza espressiva dalla riduzione formale, anticipando certe soluzioni dell’arte moderna che emergeranno solo decenni dopo in Occidente.
La serie completa delle “Trentasei vedute del Monte Fuji” – in realtà quarantasei, poiché al successo dell’opera furono aggiunte dieci stampe supplementari – costituisce un’ossessione personale dell’artista. Il monte Fuji, montagna sacra del Giappone, viene raffigurato da innumerevoli angolazioni, in diverse stagioni e condizioni atmosferiche. Ogni stampa propone un punto di vista diverso, rivelando come Hokusai concepisse il paesaggio non come entità statica ma come fenomeno in costante trasformazione.
Altre serie significative esposte includono “Cascate famose in varie province” (1833) e “Ponti famosi” (1834), opere che trasformano elementi architettonici e naturali in meditazioni filosofiche sulla relazione tra permanenza e mutamento, tra costruzione umana e forza della natura.
La location stessa contribuisce alla qualità dell’esperienza. Palazzo Bonaparte, affacciato su Piazza Venezia nel cuore di Roma, si è affermato negli ultimi anni come uno degli spazi espositivi più prestigiosi della capitale, ospitando mostre di altissimo livello dedicate a maestri come Monet, Van Gogh, Hopper, Munch. Le sale elegantemente restaurate offrono un contesto espositivo che valorizza le opere, mentre gli apparati multimediali appositamente realizzati permettono di approfondire aspetti tecnici e storici senza disturbare la contemplazione diretta.
3. Comprendere l’influenza di Hokusai sull’arte occidentale moderna
La mostra romana dedica ampio spazio a documentare l’impatto rivoluzionario che l’opera di Hokusai ha esercitato sull’arte europea della seconda metà dell’Ottocento, fenomeno noto come Japonisme. Questa sezione assume particolare rilevanza perché permette di comprendere come la cultura visiva contemporanea sia debitrice verso un maestro che operava in un Giappone ancora isolato dal resto del mondo.
Quando le stampe di Hokusai raggiunsero l’Europa – spesso utilizzate come semplice carta da imballaggio per ceramiche esportate – scatenarono una rivoluzione percettiva. Gli impressionisti francesi scoprirono nelle sue opere soluzioni formali che confermavano le proprie intuizioni sulla rappresentazione del movimento e della luce. Claude Monet collezionò ossessivamente stampe giapponesi, che tappezzavano le pareti della sua casa a Giverny. Le sue serie dedicate ai ninfee e alla cattedrale di Rouen rivelano l’influenza di Hokusai nell’idea di rappresentare lo stesso soggetto in diverse condizioni di luce, catturando l’impermanenza del momento.
Vincent van Gogh arrivò a copiare esplicitamente alcune opere di Hokusai. La sua “Notte stellata” (1889) rivela nella forma vorticosa delle nuvole e nell’uso dinamico del colore l’eco della “Grande onda”. Van Gogh scriveva al fratello Theo: “Qui sono in Giappone”, riferendosi alla Provenza dove cercava quella luminosità che aveva ammirato nelle stampe nipponiche.
Edgar Degas assorbì dalle stampe giapponesi la concezione dello spazio asimmetrico e le angolazioni audaci che caratterizzano le sue ballerine. Henri de Toulouse-Lautrec, Gustav Klimt, Alphonse Mucha e numerosi artisti dell’Art Nouveau incorporarono nella propria ricerca la concezione decorativa della linea, l’uso espressivo del colore piatto, la composizione asimmetrica che avevano scoperto in Hokusai.
Anche la musica subì il fascino del maestro giapponese: Claude Debussy si ispirò esplicitamente alla “Grande onda” per la composizione del poema sinfonico “La Mer” (1905), utilizzando l’immagine come copertina della prima edizione. Il compositore francese tradusse in musica quella comprensione dinamica della natura che Hokusai aveva espresso visivamente.
La mostra documenta questa circolazione internazionale attraverso un dialogo tra le opere di Hokusai e quelle degli artisti occidentali che ne furono influenzati. Questa sezione comparativa permette di comprendere come l’arte non evolva in isolamento, ma attraverso fertili contaminazioni tra culture diverse. Il paradosso di Hokusai consiste nel fatto che la sua fama internazionale si consolidò proprio quando il Giappone, dopo secoli di isolamento, si aprì forzatamente al mondo nella seconda metà dell’Ottocento. Ciò che per il contesto giapponese era arte popolare e commerciale divenne, nel contesto europeo, rivelazione di possibilità espressive inedite.
Un evento che celebra 160 anni di relazioni tra Italia e Giappone, attraverso il ponte artistico e stilistico del vecchio pazzo
La mostra assume ulteriore significato in quanto celebra i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, avviate nel 1866. L’evento diventa così non solo un’opportunità per apprezzare un grande maestro dell’arte, ma anche un ponte culturale che testimonia l’amicizia e lo scambio tra due culture lontane geograficamente ma profondamente affini nel gusto per la bellezza e l’armonia.
Il percorso espositivo si articola in sezioni tematiche dedicate alla natura, al folklore e alla spiritualità giapponese, offrendo al pubblico italiano un’occasione unica per comprendere i fondamenti filosofici che sottendono l’estetica nipponica. La visione del mondo che emerge dalle opere di Hokusai – dove permanenza e trasformazione, forza e fragilità, monumentalità e dettaglio convivono in equilibrio precario – offre prospettive alternative alla tradizione occidentale, arricchendo la nostra comprensione della relazione tra arte e vita.
La mostra su Hokusai a Palazzo Bonaparte si configura quindi come un evento imperdibile per chiunque sia interessato non solo all’arte giapponese, ma alla storia dell’arte in generale e ai meccanismi attraverso cui le culture dialogano e si trasformano reciprocamente. Dal 24 marzo al 5 luglio 2026, Roma offre l’opportunità di immergersi nell’universo di un artista che, pur operando in un contesto culturale specifico, ha saputo parlare un linguaggio universale che continua a risuonare con straordinaria potenza.
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