Il 2025 dell’arte in Italia: tre mostre che hanno davvero segnato l’anno
Il 2025 non è stato un anno “facile” per l’arte in Italia. È stato, piuttosto, un anno di frizione, di assestamento critico, di ritorni necessari e di aperture controllate. Dopo stagioni dominate dall’iper-evento, dalla spettacolarizzazione e da una certa ansia di contemporaneità a tutti i costi, il sistema dell’arte italiano ha mostrato segnali chiari di maturazione: meno fuochi d’artificio, più pensiero; meno slogan, più struttura.
In questo scenario, alcune mostre si sono distinte non per clamore mediatico, ma per capacità di incidere, di orientare il dibattito, di restituire senso alla pratica espositiva. Tre, in particolare, possono essere considerate emblematiche del 2025: non semplici “mostre di successo”, ma veri dispositivi critici, capaci di leggere il presente attraverso il passato e di interrogare il futuro senza ingenuità.
La Biennale Architettura 2025 a Venezia, a cura di Carlo Ratti
Tra tutti gli appuntamenti dell’anno, la Biennale Architettura di Venezia 2025 è stata, senza dubbio, la più strutturante. Non solo per la portata internazionale, ma per la chiarezza teorica con cui ha affrontato uno dei nodi centrali del nostro tempo: il concetto di intelligenza come infrastruttura invisibile del mondo contemporaneo.
Carlo Ratti ha costruito una Biennale che ha definitivamente superato l’idea di architettura come disciplina autoreferenziale, proponendo invece un campo espanso in cui convergono dati, clima, intelligenze artificiali, comportamenti collettivi e responsabilità ambientali. Il risultato non è stato uno spettacolo tecnologico, bensì una riflessione lucida sul modo in cui lo spazio viene oggi pensato, governato, controllato.

I padiglioni più riusciti hanno rinunciato alla seduzione formale per concentrarsi su processi, sistemi, implicazioni etiche. L’architettura, qui, non “mostra” ma problematizza. In un’epoca segnata da emergenze climatiche e trasformazioni urbane irreversibili, la Biennale 2025 ha avuto il coraggio di dire che progettare significa, prima di tutto, assumersi una responsabilità politica. È stata una Biennale meno iconica, forse, ma più necessaria.
Caravaggio. Il corpo e la luce, a Roma nell’anno del Giubileo – Palazzo Barberini e sedi diffuse
Se Venezia ha guardato al futuro, Roma nel 2025 ha fatto ciò che solo Roma può fare: ha rimesso il passato al centro del presente. La grande mostra dedicata a Caravaggio non è stata una celebrazione consolatoria, ma una vera e propria operazione critica, capace di restituire tutta la violenza, l’urgenza e l’attualità del pittore lombardo.
Il percorso espositivo ha evitato ogni lettura edulcorata, insistendo invece sul corpo come luogo di conflitto, sulla luce come strumento di rivelazione brutale, sulla pittura come gesto morale prima che estetico. Caravaggio non è stato presentato come genio isolato, ma come autore profondamente immerso nelle contraddizioni del suo tempo: religione e strada, sacro e sangue, redenzione e caduta.
In un panorama contemporaneo spesso afflitto da una smaterializzazione dell’immagine e da un eccesso di concettualismo disincarnato, questa mostra ha avuto un effetto quasi disturbante. Caravaggio ci ha ricordato che l’arte nasce dal rischio, dal corpo, dalla vita reale. E che la pittura, quando è autentica, non serve a decorare, ma a mettere in crisi.

Arte Povera e oltre a Torino – tra museo, project space e città
La terza mostra che ha segnato il 2025 è stata anche la più intelligente nel sottrarsi alla nostalgia. A Torino, una grande esposizione dedicata all’eredità dell’Arte Povera ha scelto di non limitarsi alla celebrazione di una stagione storicizzata, ma di interrogare la sua sopravvivenza nel presente.
Accanto ai maestri storici, una selezione rigorosa di artisti contemporanei ha mostrato come le questioni poste dall’Arte Povera – materia, tempo, precarietà, energia, relazione con il naturale – siano oggi più attuali che mai. In un mondo dominato dall’iperproduzione, dalla virtualizzazione e dall’accelerazione continua, la lezione poverista riemerge come grammatica critica, come forma di resistenza al superfluo.
Torino ha dimostrato ancora una volta di saper lavorare sulla profondità, sulla stratificazione, sul pensiero lungo. Non una mostra “facile”, ma una mostra giusta, capace di parlare sia agli addetti ai lavori sia a un pubblico disposto a lasciarsi interrogare.

Un anno di ritorni necessari
Il 2025 dell’arte in Italia non è stato un anno di tendenze, ma di posizionamenti. Venezia ha ridefinito il ruolo dell’architettura nel mondo che viene, Roma ha riaffermato la centralità del corpo e della pittura, Torino ha dimostrato che le grandi eredità non si celebrano: si rimettono in discussione.
Tre mostre diverse, ma unite da un filo comune: la rinuncia alla superficialità. In un sistema spesso schiacciato sull’evento, il 2025 ha mostrato che l’arte, quando è davvero tale, non intrattiene: resiste. E proprio per questo, resta.
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