Chi è Koyo Kouoh, l’artista che ha cambiato la Biennale di Venezia senza vederla aprire
Esiste una data che ha qualcosa di simbolico e di crudele insieme: il 10 maggio 2025. Quel giorno muore la critica d’arte e curatrice Koyo Kouoh — cinquantasette anni, camerunense di nascita, svizzera di formazione, dakaroise d’adozione, capotinese per scelta — esattamente un anno prima che i cancelli della Biennale da lei concepita si aprano al pubblico. Un anno esatto. Come se il tempo avesse voluto rendere evidente, con quella brutalità che solo il tempo sa avere, la distanza tra chi immagina qualcosa e chi lo vede realizzato. Quella distanza che, nel caso di Kouoh, è stata incolmabile. E che ha trasformato In Minor Keys — la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia — in qualcosa di più di una mostra: in un testamento, in una voce che continua a parlare dopo che chi la possedeva non c’è più.
Per capire cosa ha perso il mondo dell’arte con la morte di Koyo Kouoh bisogna capire cosa aveva costruito. Non un’opera singola, non una carriera nel senso convenzionale del termine — ma un sistema alternativo di pensiero sull’arte, costruito mattone dopo mattone in luoghi che il circuito internazionale dell’arte faticava, fino a pochi anni fa, persino a pronunciare correttamente.
Dakar, la RAW Material Company e l’arte come infrastruttura
Tutto comincia nel 1995, quando Kouoh — allora giornalista culturale svizzera — va a Dakar per intervistare il regista senegalese Ousmane Sembène. Incontra Issa Samb, performer e artista visivo, cofondatore del Laboratoire Agit’Art. Qualcosa cambia. Kouoh decide di non tornare. Si trasferisce definitivamente in Senegal nel 1996 — in parte per il fascino dell’ambiente artistico cosmopolita di Dakar, in parte, come dirà lei stessa, per una scelta precisa: non voleva far crescere suo figlio nel contesto socioculturale dell’Europa occidentale di fine Novecento. È già, in questo gesto, tutta la sua postura intellettuale: il rifiuto del centro come unico luogo possibile di una vita piena.
Nel 2008 fonda a Dakar la RAW Material Company — centro per l’arte, la conoscenza e la società — che diventa in pochi anni uno dei punti di riferimento più importanti della scena artistica africana contemporanea. Non una galleria, non un museo nel senso tradizionale: uno spazio poroso, contaminato, polifonico, in cui la produzione artistica si intreccia con la ricerca teorica, la formazione curatoriale, il dibattito politico. Come scriveva nell’introduzione del volume Condition Report del 2013, le istituzioni artistiche africane potevano contribuire al progresso dell’arte contemporanea “non solo in Africa, ma nel mondo”. Era una dichiarazione di intenti che sembrava ovvia e che non lo era affatto: stava dicendo che il Sud globale non era la periferia di un sistema con centro altrove, ma un luogo di produzione intellettuale e artistica autonoma, con i propri strumenti, le proprie genealogie, le proprie domande.
When We See Us: un atto di riappropriazione dello sguardo
Nel 2019 Kouoh lascia Dakar per Città del Capo, dove assume la direzione esecutiva dello Zeitz MOCAA — il Museo di Arte Contemporanea Africa, il più importante del continente. È lì che porta a compimento alcune delle mostre più significative della sua carriera. La più celebre è When We See Us: A Century of Black Figuration in Painting, del 2022: cento anni di figurazione nera nella pittura, dall’inizio del Novecento fino ad oggi, riletta non attraverso la categoria dell’esotismo o dell’alterità, ma attraverso quella della soggettività piena. Corpi neri che si guardano, si raccontano, si rappresentano — non per lo sguardo del visitatore bianco ma per sé stessi, per la propria comunità, per il proprio riconoscimento.
È un’opera teorica oltre che espositiva. Propone, come ha scritto la critica, “un altro modo di abitare lo spazio museale: non più la white cube dell’oggettività modernista, ma uno spazio poroso, contaminato, polifonico. Un museo non come tempio, ma come agorà.” Questa frase — che condensa meglio di ogni altra la sua visione — è la chiave per capire perché la nomina a curatrice della Biennale di Venezia, annunciata nel dicembre 2024, sia stata accolta come un evento storico. Non perché fosse la prima donna africana in quel ruolo — anche se lo era, e questo conta. Ma perché portava a Venezia un modo di pensare l’arte che Venezia non aveva mai ospitato con quella sistematicità e quella radicalità.
La nomina, il titolo e la morte: l’eredità di Koyo Kouoh
Quando riceve la nomina, Kouoh dichiara: “È un onore e un privilegio unici seguire le orme degli illustri predecessori nel ruolo di Direttore Artistico e creare una mostra che spero possa avere un significato per il mondo in cui viviamo attualmente e, cosa più importante, per il mondo che vogliamo costruire. Gli artisti sono i visionari e gli scienziati sociali che ci permettono di riflettere e proiettare in modi che solo questa professione consente.” Non è la dichiarazione di chi ha ricevuto un premio. È la dichiarazione di chi ha ricevuto una responsabilità.
Il titolo che sceglie — In Minor Keys, le tonalità minori — è, come quasi ogni sua scelta, simultaneamente estetico e politico. Nel testo curatoriale scrive che la mostra invita il pubblico a “passare a una marcia più lenta e sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori”, sottolineando il ruolo dell’arte nell’affrontare “l’emotivo, il sensoriale e il soggettivo in mezzo alle crisi globali”. Il riferimento al jazz — con la sua logica improvvisativa, le sue forme di conoscenza ancestrale, il suo rifiuto della gerarchia stretta tra solista e orchestra — non è decorativo: è strutturale. È il modo in cui Kouoh pensa all’arte: non come prodotto finito da contemplare, ma come processo vivo, relazionale, capace di mutare a seconda di chi ascolta.
Lavora al progetto tra l’ottobre 2024 e i primi giorni di maggio 2025. L’8 aprile 2025 consegna alla Biennale una proposta completa: cornice teorica, selezione degli artisti, progettazione spaziale, identità visiva, contributi al catalogo. Muore due giorni dopo aver depositato il proprio testamento curatoriale. Il team — Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter — decide di portarlo avanti esattamente come lei lo aveva immaginato. Il 27 maggio 2025, alla conferenza stampa di Ca’ Giustinian, proiettano un video in cui Kouoh saluta i visitatori della Biennale che non vedrà mai. La sala piange.
Chi è Koyo Kouoh? “Prendere posizione, anche quando ti costa”
Nel 2020, durante una conferenza a Berlino, Kouoh aveva detto: “Il futuro della curatela è nell’arte del prendere posizione, anche quando è scomoda, anche quando ti costa.” È una frase che si legge diversamente adesso — con tutto il peso di ciò che è accaduto dopo, con le dimissioni della giuria, con i settanta artisti che hanno rifiutato il Leone dei Visitatori, con i padiglioni chiusi in segno di solidarietà. Come se la Biennale che lei ha immaginato stesse producendo esattamente le conseguenze che lei aveva previsto: un’arte che prende posizione, anche quando è scomoda, anche quando ti costa.
Come abbiamo raccontato nel nostro articolo sulla 61ª Biennale e le polemiche dei suoi primi giorni, e come approfondisce la nostra guida completa alla storia della Biennale di Venezia, raramente nella storia di questa istituzione una singola figura ha lasciato un’impronta così densa e così urgente — e lo ha fatto senza poter essere presente a vederla.
Nell’ampia storia dell’arte e della sua critica, si ricordano per lo più le opere. Raramente i metodi. Raramente i sistemi di pensiero. Raramente le infrastrutture invisibili che rendono possibile che certe opere esistano, che certi artisti vengano visti, che certe storie vengano raccontate. Koyo Kouoh ha lavorato per trent’anni su quelle infrastrutture — a Dakar, a Città del Capo, a Venezia. In Minor Keys è aperta fino al 22 novembre 2026.
Lei ha depositato il progetto l’8 aprile. È morta il 10 maggio. La mostra ha aperto il 9 maggio dell’anno dopo. A volte le date dicono tutto quello che le parole non riescono a contenere.
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