Biennale di Venezia 2026: la mostra più bella del mondo è già un caso politico. E non è un difetto
Sabato 9 maggio 2026, alle dieci del mattino, i cancelli dei Giardini di Venezia si sono aperti. Come ogni due anni. Come accade dal 1895. Eppure qualcosa, questa volta, era diverso. Non solo nell’aria — quella particolare aria veneziana di maggio, intrisa di salsedine e aspettativa, che non assomiglia a nessun’altra aria del mondo — ma nel modo in cui tutto questo stava accadendo: senza la persona che aveva immaginato tutto, con una giuria che non c’era più, con settanta artisti che si rifiutavano di competere per un premio che non avevano scelto, con manifestanti pro-Palestina che sfilavano lungo le fondamenta e con oltre ventisei padiglioni nazionali chiusi in segno di solidarietà. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia — intitolata In Minor Keys, curata da una donna morta un anno prima di vederla — ha aperto i battenti nel mezzo di un caos che, a guardarlo bene, non è il contrario dell’arte. È l’arte stessa, che funziona.
Bisogna dirlo subito, prima di qualsiasi altra cosa: questa è già, a tre giorni dall’apertura, una delle Biennali più importanti degli ultimi decenni. Non nonostante quello che sta succedendo. Grazie a quello che sta succedendo.
Una mostra che nasce due volte
Koyo Kouoh era camerunense, svizzera, aveva cinquantotto anni e dal 2019 dirigeva il Zeitz MOCAA di Città del Capo — il museo di arte contemporanea africana più importante del mondo. Quando, nel dicembre 2024, viene nominata curatrice della 61ª Biennale, la notizia viene accolta come uno di quei gesti rari in cui un’istituzione secolare fa qualcosa di realmente coraggioso: affidarsi, per la prima volta nella propria storia centenaria, a una donna africana. Un atto che suonava già come una dichiarazione di poetica prima ancora che curatoriale.

Poi, nel maggio 2025, Kouoh muore improvvisamente. Il titolo — In Minor Keys, le tonalità minori, i registri sommessi, le voci che il fragore orchestrale del mondo tende a coprire — è già scelto. Il progetto è già impostato. Il team curatoriale decide di non sostituirla e di portarlo avanti esattamente com’era: una mostra che diventa testamento, una visione che si realizza senza chi l’ha avuta, come certi libri che escono postumi e hanno la strana, malinconica potenza di chi non ha più potuto correggere le bozze.
Ho scritto, qualche settimana fa, del fatto che per la prima volta nella storia della Biennale nessun artista italiano figura nella mostra principale. Kouoh aveva scelto centodieci artisti da Salvador e Dakar, da Nairobi e Beirut, da San Juan e Nashville — e nessuno da Roma, Milano o Palermo. Una scelta che non è una dimenticanza: è una mappa. È il disegno di un mondo in cui il centro non è più dove lo abbiamo messo noi europei per secoli.
La giuria che si dimette e il premio che cambia forma
Ma veniamo alla cronaca, perché la cronaca di questa Biennale è già storia. La giuria internazionale — quella nominata dalla Biennale e scelta dalla stessa Kouoh — si dimette in blocco pochi giorni prima dell’apertura, in polemica con la decisione della Fondazione di includere Russia e Israele tra i padiglioni ammessi a concorrere ai premi. Mai era successo prima. La giuria aveva comunicato che non avrebbe assegnato riconoscimenti a Paesi i cui leader fossero accusati di crimini internazionali — un riferimento esplicito, chiaro, non negoziabile. La Fondazione, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, risponde inventando i Leoni dei Visitatori: i premi vengono assegnati non da una giuria professionale ma dal voto del pubblico pagante.
La risposta del mondo artistico è immediata e compatta. Cinquantadue artisti su centodieci — quasi la metà della mostra principale — firmano una lettera di rifiuto: non parteciperanno alla corsa ai premi, “in solidarietà con le dimissioni della giuria”. Settanta tra artisti e padiglioni nazionali seguono. Ventisette padiglioni chiudono per uno sciopero di ventiquattro ore il giorno dell’apertura. Il collettivo Pussy Riot si esibisce davanti al padiglione russo. I manifestanti sfilano lungo le fondamenta con le bandiere palestinesi.
E i visitatori — diecimila il primo giorno, il dieci per cento in più rispetto al 2024 — entrano lo stesso, con quella curiosità mista a disorientamento che è forse la risposta più onesta che si possa avere davanti a qualcosa di complesso.
Cosa dice In Minor Keys al mondo
Lasciando da parte per un momento la politica — o meglio, tenendola presente ma spostandosi dentro le sale — la mostra di Kouoh dice qualcosa che vale la pena ascoltare con attenzione. In Minor Keys non è una Biennale del conflitto nel senso bellicoso del termine. È, al contrario, una Biennale dell’ascolto. Una mostra costruita intorno all’idea che le voci più necessarie siano spesso quelle più basse, quelle che richiedono silenzio per essere sentite, quelle che il mercato e le grandi istituzioni faticano ad assorbire perché non producono il tipo di rumore che il sistema sa amplificare.
Laurie Anderson porta a Venezia il suo universo di suono, narrazione e fragilità controllata. Kader Attia continua la sua ricerca sui traumi coloniali e sulla riparazione culturale — un tema che in questa Biennale, con questa curatrice, con questa geografia, risuona in modo particolarmente diretto. Wangechi Mutu offre il suo sguardo sull’identità femminile e postcoloniale con quella potenza visiva che non chiede il permesso di disturbare. Come abbiamo raccontato nel nostro approfondimento sull’Arte Povera italiana, la tradizione di fare dell’arte un atto fisicamente e politicamente situato nel mondo ha radici profonde — e questa Biennale la rivendica con una chiarezza rara.
A Palazzo Diedo, fuori dai Giardini, Strange Rules — curata da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist — affronta il potere degli algoritmi con una precisione che non scade nel saggio tecnologico. Alla Giudecca, Rage Bait di Eva & Franco Mattes smonta il capitalismo emotivo delle piattaforme social con una durezza che lascia il segno.

Perché il caos è la risposta giusta
C’è una tentazione, in questi giorni, di leggere tutto quello che sta accadendo alla Biennale 2026 come un problema — come un’edizione compromessa, inquinata dalla politica, depotenziata dalle polemiche. È una tentazione che va resistita con fermezza. Perché una Biennale che non disturba non serve a niente. Una rassegna d’arte contemporanea che riesce a svolgersi senza generare conflitti, senza spingere qualcuno a dimettersi, senza costringere nessuno a prendere posizione, è semplicemente una fiera commerciale con pretese intellettuali.
Quello che sta accadendo a Venezia in questi giorni è esattamente ciò che l’arte dovrebbe fare: costringere le istituzioni a rispondere di sé stesse. Costringere chi ha il potere di decidere chi espone e chi no, chi vince e chi perde, quale storia del mondo vale la pena di essere raccontata — a farlo in pubblico, sotto gli occhi di tutti, con le conseguenze che ne derivano. La giuria si è dimessa perché ha deciso che certe posizioni non erano negoziabili. Gli artisti hanno rifiutato il premio perché hanno deciso che la solidarietà valeva più della visibilità. I padiglioni hanno chiuso perché hanno deciso che il silenzio, in certi momenti, è più eloquente dell’esposizione.
Come abbiamo raccontato nella nostra guida completa alla Biennale di Venezia, la storia di questa istituzione è piena di momenti in cui l’arte e la politica si sono scontrate — e ogni volta, il risultato è stato più interessante del silenzio che avrebbe prodotto la non-collisione.
Koyo Kouoh aveva scelto In Minor Keys — le tonalità minori, i registri dell’ascolto, le voci che il fragore tende a coprire. Poi è morta. E Venezia ha aperto lo stesso, con tutto il rumore del mondo attorno, con le sue contraddizioni esposte invece di nascose, con la sua bellezza lacunare e imperfetta e necessaria.
I cancelli sono aperti fino al 22 novembre. Vale la pena entrare. Vale sempre la pena entrare.
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