Nessun italiano alla Biennale di Venezia 2026: una curatela che diventa atto geopolitico

Nessun italiano alla Biennale di Venezia 2026: una curatela che diventa atto geopolitico

Nessun italiano alla Biennale di Venezia 2026: una curatela che diventa atto geopolitico

Per la prima volta nella storia, la Mostra Internazionale d’Arte non include alcun artista italiano tra i partecipanti alla mostra principale. Una scelta che va letta oltre l’estetica: è una dichiarazione sul potere, sul canone e sulla geografia culturale del mondo contemporaneo.

La geografia del cambiamento attraverso l’arte

Sono 111 gli artisti, duo, collettivi e organizzazioni selezionati da Koyo Kouoh per la 61ª Biennale di Venezia, prevista per il 2026. Vengono da Salvador e Dakar, da San Juan e Beirut, da Nairobi e Nashville. Non viene nessuno da Roma, Milano o Palermo. Per la prima volta nella storia centenaria della manifestazione, nessun italiano figura nell’elenco degli invitati alla mostra principale del Padiglione Centrale.

Il fatto, di per sé, è già una notizia. Ma ridurlo a una questione di rappresentanza nazionale significherebbe perdere il suo significato più profondo: questa Biennale non è solo una rassegna d’arte contemporanea, è un manifesto geopolitico. Ed è proprio come tale che deve essere letto.

Kouoh e la curatela come atto decoloniale: un atto politico alla Biennale di Venezia

Koyo Kouoh, direttrice artistica dell’edizione 2026, è una figura che non ha mai nascosto il proprio posizionamento intellettuale. Nata in Camerun, con una carriera costruita tra Dakar, Basilea e Cape Town, Kouoh porta con sé una visione del mondo radicalmente altra rispetto a quella che ha dominato le istituzioni culturali occidentali per decenni. La sua curatela non è neutrale — non intende esserlo.

Il titolo della mostra, il nucleo concettuale articolato intorno ad altari, processioni, scuole e spazi di riposo, la scelta di affidare gli allestimenti allo studio Wolff Architects di Città del Capo: ogni elemento è una presa di posizione. Sono gesti curatoriali che ridisegnano la mappa dell’arte contemporanea, spostando il baricentro dall’asse Parigi-New York-Londra verso un sistema di coordinate radicato nelle periferie del mondo — che periferie, in questa visione, non sono più.

Kouoh privilegia esplicitamente “affinità, risonanze e possibili convergenze tra pratiche artistiche provenienti da contesti distanti”, costruendo quella che chiama una “geografia relazionale dell’arte”. In questo sistema, l’Europa non è più il centro gravitazionale. È una delle tante orbite possibili — e, in questa edizione, non è nemmeno necessariamente inclusa.

Il soft power culturale e la posta in gioco

La Biennale di Venezia non è solo la più antica e prestigiosa rassegna d’arte del mondo: è uno strumento di soft power tra i più efficaci mai concepiti. Dalla sua fondazione nel 1895, ha funzionato come palcoscenico diplomatico avant la lettre, dove le nazioni proiettano identità, valori e ambizioni attraverso il linguaggio dell’arte.

Essere presenti alla Biennale significa esistere sulla mappa culturale globale. Esserne assenti — o, peggio, essere esclusi — produce un segnale che i governi, le istituzioni e i mercati dell’arte sanno leggere perfettamente. L’arte è da sempre un vettore di influenza politica, economica e simbolica: chi ne detiene la narrazione, detiene una forma di potere che nessun esercito può conquistare.

In questo contesto, l’assenza italiana non è solo un dettaglio curatoriale. È una domanda aperta sul peso culturale dell’Italia nel contemporaneo globale. Un Paese che possiede forse il patrimonio artistico più denso e stratificato al mondo, ma che fatica a trasformare quella eredità in una voce riconoscibile e influente nell’arte del presente.

La riconfigurazione del canone occidentale

La scelta di Kouoh rappresenta un’accelerazione di un processo già in corso da decenni, ma che con questa edizione raggiunge una soglia di rottura simbolica. Il canone occidentale dell’arte — costruito intorno all’idea di una progressione lineare da Rinascimento a Modernismo, con Venezia, Firenze e Roma come luoghi fondativi — viene qui esplicitamente messo in discussione.

Non si tratta di ignoranza storica, ma di un’operazione intellettuale consapevole: riconoscere che quel canone è stato costruito attraverso meccanismi di inclusione ed esclusione che riflettevano rapporti di potere coloniali. Le figure celebrata negli “Altari” — Issa Samb, fondatore del collettivo Laboratoire Agit’Art a Dakar, e Beverly Buchanan, esploratrice di pratiche anti-monumentali — non sono figure marginali recuperate per concessione: sono alternative epistemologiche al modello dominante.

Quello che Kouoh propone non è la sostituzione di un centro con un altro, ma la dissoluzione stessa dell’idea di centro. Una “geografia relazionale” che funziona per convergenze e risonanze, non per gerarchie. È, a tutti gli effetti, una proposta di riordine del mondo culturale — e quindi, inevitabilmente, del mondo tout court.

L’Italia e il paradosso del patrimonio

Qui emerge il paradosso italiano. L’Italia è il Paese che ospita la Biennale, che ne ha scritto le regole storiche, che attraverso i propri Padiglioni nazionali ha espresso generazioni di artisti fondamentali per il Novecento. Eppure, nell’edizione 2026, non figura nemmeno un artista italiano nella selezione principale.

Questo non è un caso isolato. È il sintomo di una difficoltà strutturale: l’Italia tende a investire enormemente nella valorizzazione del patrimonio storico — giustamente — ma ha costruito un sistema di sostegno all’arte contemporanea che fatica a competere con quello di Paesi più giovani e più aggressivi nella proiezione culturale internazionale. Il risultato è un Paese che il mondo guarda per Michelangelo e Raffaello, ma che rischia di diventare invisibile nella conversazione sull’arte del presente.

La domanda che questa Biennale pone all’Italia non è “perché non ci siamo?”, ma qualcosa di molto più profondo: cosa stiamo facendo per garantire che le nostre voci contemporanee abbiano un peso nel dibattito globale?

Arte, politica e il futuro della narrazione

La 61ª Biennale di Venezia sarà, qualunque cosa accada, una manifestazione di straordinario interesse culturale. La qualità degli artisti selezionati — da Kader Attia a Wangechi Mutu, da Alfredo Jaar a Torkwase Dyson — è indiscutibile. Il progetto curatoriale di Kouoh è ambizioso, coerente, intellettualmente stimolante.

Ma il suo significato politico più grande è forse questo: ha costretto il mondo dell’arte a chiedersi chi detiene il diritto di narrare il presente. Ha reso visibile il fatto che ogni scelta curatoriale è anche una scelta di potere. Ha dimostrato, ancora una volta, che l’arte non è mai separata dalla politica — ne è, spesso, l’avanguardia.

Per l’Italia, questo momento dovrebbe essere uno stimolo. Non alla reazione nazionalistica, che sarebbe incomprensibile, ma a una riflessione seria su come un Paese con la nostra storia culturale possa tornare a essere un interlocutore necessario nella conversazione artistica del XXI secolo. Non nonostante il nostro passato, ma attraverso un dialogo autentico tra quella straordinaria eredità e il presente che abitiamo.

La Biennale non aspetta. Il mondo nemmeno.

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