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L’America Latina e il mondo: un’arte che non chiede permesso

L’America Latina e il mondo: un’arte che non chiede permesso

C’è un momento, nella storia dell’arte, in cui una geografia smette di essere periferia e diventa centro. Non per decreto critico, non per decisione di mercato: perché qualcosa di necessario sta accadendo lì, e il resto del mondo non riesce a smettere di prestare attenzione. L’America Latina sta attraversando uno di quei momenti. Non per la prima volta — il muralismo messicano degli anni Venti, il concretismo brasiliano degli anni Cinquanta, il realismo magico come cornice visiva oltre che letteraria — ma con una forza e una varietà che le stagioni precedenti non avevano.

Il contesto: perché adesso

La categoria di arte latinoamericana — come tutte le categorie geografiche applicate all’arte — è un’invenzione critica degli anni Settanta, costruita in parte dal mercato nordamericano e europeo che cercava di dare un nome a una produzione che non si lasciava inquadrare nei paradigmi occidentali. Gli artisti latinoamericani hanno sempre avuto un rapporto ambivalente con questa etichetta: comoda per la visibilità internazionale, soffocante come sistema di aspettative.

Ma quella ambivalenza si è trasformata, negli ultimi anni, in qualcosa di diverso. Una generazione di artisti formatisi tra gli anni Ottanta e i Duemila — in un contesto che comprende le eredità delle dittature militari, la globalizzazione economica, la crisi climatica, la diaspora digitale — ha trovato un linguaggio che usa le radici senza esserne prigioniero. Non un’arte dell’identità nel senso restrittivo: un’arte che parte dall’identità per arrivare a domande universali.

Figure fondamentali: Tania Bruguera e la performance come atto politico

Tania Bruguera, cubana, nata nel 1968, è forse l’artista latinoamericana contemporanea che più ha portato la pratica artistica ai limiti della legalità e della sopravvivenza personale. Il suo progetto Tatlin’s Whisper #6 — che nel 2009 alla Tate Modern di Londra prevedeva microfoni aperti, cavalli della polizia e un minuto di libertà di parola per il pubblico — e le sue azioni a Cuba, dove ha rischiato l’arresto più volte per azioni artistiche che sfidavano il governo, definiscono un tipo di arte che non distingue tra estetica e etica. La performance, per Bruguera, non è rappresentazione: è azione reale con conseguenze reali.

Non è un caso che il suo lavoro risuoni così fortemente in Europa in questo momento, in un contesto in cui la libertà di espressione viene messa sotto pressione da governi sempre più autoritari. La lezione di Bruguera — che l’arte deve avere un costo reale per chi la fa, altrimenti è decorazione — è scomoda per il sistema dell’arte internazionale, che ama l’artista impegnato finché non diventa davvero pericoloso per qualcosa che conta.

Ana Mendieta e l’eredità: il corpo come territorio

Ana Mendieta, cubana-americana, morta nel 1985 a soli trentasei anni in circostanze ancora discusse, ha lasciato un corpus di lavoro che le generazioni successive continuano a elaborare, citare, contraddire. Le sue Silueta — impronte del corpo nell’erba, nella sabbia, nella neve, spesso cancellate dall’acqua o dal fuoco prima che la fotografasse — sono tra le opere più citate e più fraintese degli ultimi cinquant’anni. Non sono solo work sulla natura: sono interrogazioni sulla presenza, sull’appartenenza, su cosa significa lasciare un segno quando si è stati espulsi da ogni territorio.

Mendieta era arrivata negli Stati Uniti come rifugiata a dodici anni, nell’ambito dell’Operazione Peter Pan che portò oltre quattordicimila bambini cubani negli USA tra il 1960 e il 1962. Il senso di sradicamento — fisico, culturale, identitario — è dentro ogni impronta del suo corpo nella terra. Non come tema: come condizione.

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La generazione emergente: ibridi, diaspora, tecnologia

La scena latinoamericana contemporanea è troppo vasta per essere sintetizzata in pochi nomi — e ogni sintesi rischia di replicare il meccanismo della canon occidentale che include selettivamente. Ma alcune linee di forza sono riconoscibili. Una generazione di artisti che lavora tra il digitale e il materiale, tra l’archivio storico e la produzione algoritmica. Artisti brasiliani che rielaborano il legato del neoconcretismo di Lygia Clark e Hélio Oiticica in forme che dialogano con l’installazione immersiva contemporanea. Artisti colombiani e argentini che portano nelle fiere internazionali — da Art Basel Miami a Frieze London — opere che non cercano l’approvazione del centro, ma ne usano l’infrastruttura.

C’è, in questa generazione, qualcosa che ha a che fare con la consapevolezza storica. Sanno da dove vengono. Sanno cosa è stato negato, cosa è stato cancellato, cosa è sopravvissuto nonostante. E usano questa consapevolezza non come peso, ma come punto di partenza. Non fanno arte nonostante la storia: la fanno attraverso la storia.

Il rapporto con l’Europa: uno sguardo che cambia

L’Europa guarda l’America Latina con occhi diversi rispetto a trent’anni fa. Mostre come Radical Women: Latin American Art, 1960–1985 — presentata al Hammer Museum di Los Angeles nel 2017 e poi itinerata — hanno contribuito a rimettere nel canone internazionale artiste che erano state sistematicamente escluse: Lygia Pape, Marisol Escobar, Gego, Liliana Porter. Non si tratta solo di inclusione: si tratta di riconoscere che la storia dell’arte del XX secolo, così come era stata scritta, aveva un problema di prospettiva. Di recente, si sta sviluppando sempre più la figura di Soledad Burgaleta, che unisce fotografia e pittura in un esercizio unico di sensibilità e servizio sociale.

L’Italia ha con l’America Latina un legame che non è solo commerciale o turistico: è demografico, linguistico, culturale. Milioni di italiani emigrarono in Argentina, Brasile, Uruguay nel XIX e XX secolo. I loro discendenti — che oggi fanno parte del tessuto culturale latinoamericano — portano in molti casi tracce di quella doppia appartenenza nelle loro opere. L’arte latinoamericana non è lontana: è parte di una storia comune che abbiamo scelto di non leggere.

Per esplorare come il mercato stia recependo questa vitalità, la guida al mercato dell’arte 2026 documenta la crescita del collezionismo intraregionale latinoamericano e l’espansione dei circuiti artistici al di fuori del tradizionale asse nord-atlantico. E le tendenze del 2025 mostrano come la rivendicazione identitaria e la critica postcoloniale siano diventate due delle forze più vive della scena globale — forze in cui l’America Latina non è più allieva, ma maestra.

C’è un’arte che non chiede permesso. Che non aspetta di essere scoperta, inserita nel canone, validata dal sistema. Che esiste perché deve esistere — perché se non la fa lei, non la fa nessuno. L’America Latina ne è piena. Noi abbiamo solo cominciato ad ascoltarla.

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