Artisti internazionali

Liberación (2008), di Jaime Vallardo Chávez: l’opera con cui tutto ha avuto inizio

Liberación (2008), di Jaime Vallardo Chávez: l’opera con cui tutto ha avuto inizio

C’è un momento nella vita di ogni artista — spesso irriconoscibile mentre accade, chiarissimo solo a distanza di anni — in cui qualcosa si rompe e si ricompone in una forma nuova. Non una rottura traumatica, non una crisi nel senso distruttivo del termine: una rottura nel senso geologico, tettonico, di una faglia che si apre e lascia emergere ciò che stava già lì sotto, in attesa da prima che si cominciasse a dipingere. Per Jaime Vallardo Chávez quel momento ha un indirizzo preciso: Parigi, 2008. E ha un nome: Liberación.

Liberación (2008), di Jaime Vallardo Chávez: l’opera con cui tutto ha avuto inizio

È la prima opera che Vallardo realizza in Europa. Ha trentadue anni, è a Parigi, tiene in mano un pennello in un posto del mondo in cui non è mai stato prima. Il quadro che ne esce — 65 × 53 centimetri, tecnica mista su cartone telato — diventerà, con gli anni e con la prospettiva che solo il tempo riesce a costruire, l’opera fondativa di una carriera intera. Vallardo lo capirà pienamente solo diciotto anni dopo: “Parigi 2008 fu il mio punto di svolta. Nacque l’Artista delle Monete Mondiali — quel Vallardo che 18 anni dopo avrebbe capito quella decisione.”

Il cielo diviso: una metafora carica di intenzioni

La prima cosa che colpisce, guardando Liberación, è il cielo. Non perché sia tecnicamente risolto in modo convenzionale — non lo è, e non vuole esserlo — ma perché dice qualcosa prima che si abbia il tempo di analizzarlo. È un cielo bipartito, tagliato verticalmente in due zone di natura completamente diversa: a sinistra, pennellate gestuali in viola e rosso cupo, un turbine cromatico che suggerisce tensione atmosferica, qualcosa che sta finendo o che sta per esplodere. A destra, un disco solare rosso che irradia giallo e arancione, una luce che non è ancora pienamente giorno ma che ha già vinto la partita contro il buio.

Non è una rappresentazione meteorologica. È una dichiarazione di stato: il prima e il dopo separati non da una linea temporale ma da una linea spaziale, entrambi presenti simultaneamente sulla stessa tela come accade nei sogni e nei momenti di svolta reale, quando il vecchio e il nuovo coesistono per un istante prima che il secondo prenda il sopravvento. Vallardo lo dice con quella chiarezza lapidaria che gli appartiene: “Il cielo diviso lo dice tutto: metà tormenta rosso-violacea, metà sole che ha già vinto. Non ho dipinto dolore personale. Ho dipinto il momento esatto in cui un continente, un artista, una vita — decide di fare il salto.”

L’albero, le figure, la casa: un vocabolario che nasce qui

Al centro dell’opera, leggermente spostato verso destra, si erge un albero di grandi dimensioni — tronco nero lineare con tocchi bianchi di impasto, chioma risolta con tecnica puntillista in arancio e giallo intenso. Non è un albero qualunque: è il jícaro, l’albero honduregno che Vallardo dipinge in tutte le sue opere, il soggetto che ha scelto come cifra identitaria e come dichiarazione di appartenenza geografica e spirituale. Ma qui, per la prima volta su suolo europeo, il jícaro porta frutti d’oro — densi, vibranti, quasi luminosi nel contrasto con il tronco scuro. Come se il contatto con un nuovo continente, invece di impoverire le radici, le avesse caricate di una fertilità inaspettata.

Vallardo lo dice con la precisione di chi riconosce nella propria opera un sistema simbolico coerente: “L’albero dà frutti d’oro come a dire: dopo aver deciso con forza, arriva il raccolto.” Non è una promessa ottimistica — è una legge che quest’opera ha enunciato per prima e che tutta la produzione successiva ha confermato.

Le tre figure umane — schematiche, con arti lineari, ridotte all’essenziale gestuale con quella sintesi formale che è il marchio del linguaggio naïf di Vallardo — sono distribuite in modo triangolare nello spazio. Una è sul tetto della casa rurale al centro, le braccia alzate verso il cielo. Le altre due sono ai lati della scena, anche loro con le braccia in alto, in una postura che non è supplica né resa: è celebrazione, gratitudine, vittoria. “Le tre figure con le braccia alzate non piangono. Decidono. Celebrano la decisione presa.” È una distinzione che Vallardo tiene a fare con insistenza, perché contiene una visione del mondo: le braccia alzate non indicano debolezza o abbandono, ma adorazione e trionfo di fronte al Divino. Un gesto archetipico che appartiene a tutte le culture, a tutti i continenti, a tutti i momenti in cui l’essere umano ha sentito che qualcosa di più grande di lui stava dalla sua parte.

La casa rurale — piccola, dal tetto marrone, con le pareti rosse e gialle — non è ornamento scenografico. È radice. È il punto fermo da cui parte il salto, l’origine che non si abbandona nel momento della liberazione ma che si porta con sé, che si onora esattamente nel momento in cui si decide di andare oltre. Vallardo la mette al centro della composizione — non ai margini, non sullo sfondo — perché sa che la libertà senza radici non è libertà: è fuga.

Un’opera fondativa, diciotto anni dopo

Liberación porta in basso a destra la firma che da quel momento in poi identificherà ogni opera del suo autore nel mondo: VALLARDO, FRANCIA 2008. Non solo un nome — una data e un luogo. Un codice biografico che trasforma ogni opera in documento della propria origine geografica, in traccia della propria storia di movimento attraverso il pianeta. Come le banconote ritagliate che Vallardo avrebbe sviluppato come pratica sistematica negli anni successivi — e di cui abbiamo scritto nel nostro focus su “el artista de las monedas mundiales” — anche la firma con luogo e anno dice che ogni opera è inseparabile dal posto in cui è nata.

Parigi 2008 non è solo una circostanza biografica: è la condizione di possibilità di tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Il Bicentenario de América, i bocetos fusionados con i grandi maestri latinoamericani di cui abbiamo raccontato nel nostro approfondimento dedicato, il Vallardo Colección con le sue etichette di vino e i suoi francobolli — tutto questo è contenuto in nuce in Liberación, come un seme che porta già scritto dentro di sé la forma della pianta che diventerà.

“Questa opera è terra, radice, patrimonio”, dice Vallardo. “Qui è nato tutto.”

E guardandola — con quel cielo diviso che non chiede spiegazioni, con quelle figure dalle braccia alzate che non piangono ma decidono, con quell’albero che dà frutti d’oro su suolo straniero — si capisce che non sta esagerando.

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