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Giorgio de Chirico: la malinconia della ragione e il silenzio delle piazze

Giorgio de Chirico: la malinconia della ragione e il silenzio delle piazze

Ho sempre diffidato di chi dice di capire de Chirico. Non nel senso tecnico — la genealogia Bockl-Schopenhauer, la crisi del soggetto borghese, le influenze nietzschiane. Quello è facile, è il lavoro dei manuali. Intendo un’altra cosa: chi dice di capire perché fa paura. Perché quelle piazze deserte, quei manichini senza volto, quell’ombra di pomeriggio che non corrisponde a nessun sole reale, producono nello spettatore qualcosa di simile all’angoscia. Non angoscia del futuro — angoscia del presente. Come se il tempo si fosse fermato nel momento esatto in cui stava per accadere qualcosa di irreversibile.

L’ossessione centrale: il mondo come enigma

Giorgio de Chirico nasce ad Atene nel 1888 da genitori italiani — padre ingegnere ferroviario, madre di origini genovesi. Cresce in Grecia, studia a Monaco, vive a Parigi, torna in Italia. La sua formazione e quella di un europeo del primo Novecento: cosmopolita, poliglotta, immerso nelle correnti filosofiche e letterarie più radicali del tempo.

Ma l’ossessione di de Chirico non e l’avanguardia: e l’enigma. La parola ritorna ossessivamente nei suoi titoli — L’enigma dell’ora, L’enigma di un pomeriggio d’autunno, L’enigma dell’oracolo. Non e una parola retorica. E la parola che nomina una condizione: il mondo non e comprensibile, e la pittura puo fotografare questa incomprensibilità senza risolverla.

Nietzsche — che de Chirico legge precocemente e con passione quasi religiosa — scrive che i greci non erano superficiali: erano profondamente superficiali. Capivano il caos, e scelsero la forma come risposta. De Chirico inverte la direzione: prende la forma — le piazze razionali, le geometrie rinascimentali, la luce meridiana — e la svuota dall’interno, trasformandola in contenitore dell’irrazionale.

Le piazze d’Italia e il tempo sospeso: l’analisi di Giorgio de Chirico

La serie delle Piazze d’Italia, dipinta tra il 1910 e il 1917, e il corpus che definisce de Chirico agli occhi del mondo. Architetture di logge, portici, torri lontane, ombre lunghe che non corrispondono alla posizione del sole. Nessuna figura umana, o al massimo una silhouette in lontananza — troppo piccola per avere un volto.

Queste piazze non esistono. Sono sintesi visive: un po’ Torino, un po’ Ferrara, un po’ l’immaginario dell’Italia classica filtrato attraverso la prospettiva quattrocentesca. Ma de Chirico le dipinge come se fossero reali — con quella precisione quasi fotografica che rende lo straniamento ancora più insopportabile. Se fossero chiaramente fantastiche, ci si potrebbe difendere. Il problema e che sembrano luoghi che si e visitati nel sogno.

L’ombra, in de Chirico, non e mai decorativa: e la presenza di qualcosa che non c’e. L’ombra di una persona che e appena uscita dal quadro — o che sta per entrarci. Il tempo nell’opera di de Chirico e sempre questo: il momento immediatamente prima, o immediatamente dopo. Mai il durante.

Il manichino: l’uomo senza volto

Dal 1914, de Chirico introduce nelle sue opere i manichini: figure umane dalla testa ovoidale, prive di occhi, naso, bocca. Sono il punto più estremo della sua riflessione: se l’uomo moderno ha perso il senso della propria presenza nel mondo, se la soggettività e diventata vuota, allora la pittura puo solo rappresentare questa assenza.

I manichini di de Chirico parlano tra loro — li vediamo in dialogo, in costruzione, in attesa. Ma non possono comunicare, perché non hanno i mezzi per farlo. Sono il ritratto dell’uomo come funzione, come ruolo sociale, come maschera senza faccia. Sorrentino li avrebbe capiti subito.

C’e in questo qualcosa che va al di la dell’allegoria: e una diagnosi. La pittura metafisica non e pessimismo, non e nichilismo. E la registrazione di un’assenza che il mondo moderno ha prodotto e non sa nominare.

Perché conta ancora: il reale come inquietudine

De Chirico e morto nel 1978, a novant’anni, a Roma, nella stessa casa-museo di Piazza di Spagna dove aveva trascorso gli ultimi decenni. Gli ultimi quarant’anni della sua vita sono stati, per molti critici, una ripetizione di se stesso — un’auto-citazione continua che ha indebolito la sua reputazione.

Ma la stagione metafisica, quella breve e folgorante tra il 1910 e il 1920, ha cambiato la storia dell’arte. I surrealisti gli devono tutto — Dalì, Ernst, Magritte senza de Chirico non esistono. E oltre il surrealismo, c’e qualcosa che rimane: una sensibilità visiva che ha insegnato a guardare il mondo come si guarda un sogno che si cerca di ricordare.

Le piazze di de Chirico tornano. Le vediamo nelle citta italiane di agosto, deserte nel caldo di mezzogiorno. Le vediamo nei sogni. Le vediamo ogni volta che la realtà si comporta come non dovrebbe — troppo silenziosa, troppo precisa, troppo identica a se stessa per essere solo se stessa.

— e allora capisci che non stavi guardando il quadro. Stavi guardando fuori dalla finestra.

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