Wassily Kandinsky: 5 curiosità che non conoscevi sul padre dell’astrattismo
Dire che Wassily Kandinsky ha inventato la pittura astratta è, insieme, vero e insufficiente. È vero perché nessun artista prima di lui aveva avuto il coraggio — o la necessità interiore, che nel suo caso era la stessa cosa — di abbandonare completamente il soggetto riconoscibile e affidarsi al colore e alla forma come linguaggio autonomo, capace di comunicare emozioni senza la mediazione della rappresentazione. È insufficiente perché riduce a un primato storico quello che fu, per Kandinsky, un atto profondamente spirituale, quasi mistico — il risultato di una vita intera trascorsa a cercare la legge nascosta dietro la superficie visibile delle cose. Nato a Mosca nel 1866, morto a Neuilly-sur-Seine nel 1944, russo di origine e europeo per formazione e destino, Kandinsky attraversò il Novecento lasciando una traccia che non ha smesso di essere attuale. Ecco cinque aspetti della sua vita e della sua opera che meritano di essere conosciuti meglio.
5 curiosità su Wassily Kandinsky: 1. Studiava legge — e stava per diventare professore universitario
Prima di essere Kandinsky il pittore, Wassily Kandinsky fu Kandinsky il giurista. Studiò diritto ed economia all’Università di Mosca, si laureò brillantemente, e a trent’anni era sulla soglia di una carriera accademica solida e rispettabile: aveva ricevuto un’offerta per una cattedra di diritto all’Università di Dorpat, in Estonia. Una vita prevedibile, intellettualmente stimolante, socialmente riconosciuta. La rifiutò.
La svolta avvenne nel 1896, a trent’anni, durante una mostra degli Impressionisti francesi a Mosca. Davanti a un dipinto di Monet — uno dei Covoni della serie famosa — Kandinsky ebbe un’esperienza che descrisse come uno choc: non riusciva a riconoscere l’oggetto rappresentato, ma il quadro lo travolgeva emotivamente con una forza che non aveva mai sentito prima. Capì, in quel momento, che il colore e la forma potevano agire sull’anima indipendentemente dal soggetto. Partì per Monaco pochi mesi dopo per studiare pittura. Aveva trent’anni — un’età in cui molti artisti hanno già costruito la propria carriera. Lui la stava appena cominciando.
2. La sinestesia: vedeva i suoni e sentiva i colori
Uno degli aspetti più affascinanti e meno discussi della personalità di Kandinsky è la sua probabile sinestesia — quella condizione neurologica per cui i sensi si intrecciano e si sovrappongono, producendo associazioni involontarie e costanti tra stimoli di natura diversa. Per Kandinsky, i colori avevano suoni e i suoni avevano colori: il giallo era lo squillo acuto di una tromba, il blu profondo il suono grave di un violoncello, il verde il silenzio immobile dei violini in sordina.
Questa non era una metafora poetica né un sistema teorico costruito a tavolino. Era un’esperienza diretta, percettiva, che Kandinsky descrive con precisione clinica nel suo testo teorico più importante, Dello spirituale nell’arte (1911) — uno dei libri fondativi dell’arte moderna. La musica era per lui il modello supremo: l’arte che aveva già raggiunto, prima di tutte le altre, la libertà dalla rappresentazione. Un concerto non “raffigura” nulla eppure comunica tutto. Kandinsky voleva che la pittura facesse lo stesso. Il suo percorso verso l’astrattismo fu, in questo senso, un percorso verso la musica.

3. Il Cavaliere Azzurro: un movimento fondato su una litografia e un almanacco
Nel 1911, a Monaco, Kandinsky e il pittore Franz Marc fondarono uno dei movimenti artistici più influenti del primo Novecento: Der Blaue Reiter — Il Cavaliere Azzurro. Il nome era nato in modo quasi casuale: Kandinsky amava il blu, Marc amava i cavalli, entrambi credevano nel potere spirituale del colore azzurro. Unirono le due cose in un nome e ne fecero una bandiera.

Il Blaue Reiter non era un gruppo con un manifesto rigido né una scuola con regole codificate — era piuttosto una costellazione di sensibilità affini che condividevano la convinzione che l’arte dovesse esprimere l’interiorità dell’artista invece di descrivere il mondo esterno. Oltre a Kandinsky e Marc, ne fecero parte August Macke, Paul Klee, Alexej von Jawlensky. Pubblicarono un almanacco — il Blaue Reiter Almanach del 1912 — che è ancora oggi uno dei documenti teorici più importanti dell’espressionismo europeo. Franz Marc morì sul fronte di Verdun nel 1916. Il movimento sopravvisse alla guerra attraverso le opere di chi rimase, e la sua influenza sul corso dell’arte del Novecento è difficile da sopravvalutare.
4. Il Bauhaus: quando l’arte incontra l’artigianato e la teoria
Nel 1922, Kandinsky fu chiamato da Walter Gropius a insegnare al Bauhaus di Weimar — la scuola d’arte e design più rivoluzionaria del Novecento, fondata nel 1919 con l’obiettivo di abbattere il confine tra arte, artigianato e progetto industriale. Kandinsky vi insegnò per undici anni, prima a Weimar, poi a Dessau, fino alla chiusura forzata della scuola per ordine del regime nazista nel 1933.
Furono anni straordinariamente fecondi. Al Bauhaus Kandinsky sviluppò la sua teoria del colore e della forma in modo sistematico, costruendo un sistema di corrispondenze tra le forme primarie e i colori fondamentali: il triangolo è giallo, il cerchio è blu, il quadrato è rosso. Mandò un questionario a studenti e colleghi chiedendo loro di colorare le tre forme con i tre colori — i risultati confermarono, nella maggior parte dei casi, le sue ipotesi. Era un metodo insieme artistico e scientifico, che cercava le leggi universali della percezione visiva. Al Bauhaus insegnarono anche Paul Klee e László Moholy-Nagy: Kandinsky era in buona compagnia, e lo sapeva. Scrisse in quegli anni alcuni dei testi teorici più densi e più illuminanti della sua carriera, tra cui Punto, linea, superficie (1926).
5. La fuga dal nazismo e il silenzio finale a Parigi

Quando i nazisti chiusero il Bauhaus nel 1933, Kandinsky aveva sessantasette anni. Lasciò la Germania con la moglie Nina e si trasferì a Neuilly-sur-Seine, alle porte di Parigi, dove avrebbe trascorso l’ultimo decennio della sua vita. Fu un periodo di isolamento relativo — lontano dai grandi movimenti dell’avanguardia parigina, poco compreso dalla critica francese che faticava ad assorbire il suo rigore teorico dentro le categorie del Surrealismo o del ritorno all’ordine. Le sue opere di questi anni — più morbide, più organiche, influenzate dai microrganismi visti al microscopio e dalle forme biomorfe che il Surrealismo aveva messo in circolazione — sono tra le meno studiate e le più affascinanti dell’intera carriera.
Nel 1939 ottenne la cittadinanza francese. Quando i nazisti, nel 1937, avevano organizzato la mostra della “Arte Degenerata” — Entartete Kunst — a Monaco, con l’obiettivo di ridicolizzare e condannare l’arte moderna, le opere di Kandinsky erano tra le più rappresentate: cinquantasette pezzi confiscati dalle collezioni pubbliche tedesche, esposti come esempio di degenerazione culturale e razziale. Era, paradossalmente, una conferma. Nessuno mette in mostra ciò che non teme. Kandinsky morì a Neuilly nel dicembre 1944, pochi mesi prima della liberazione di Parigi, senza vedere la fine della guerra. Lasciava dietro di sé un’opera che aveva cambiato per sempre il modo in cui l’arte occidentale pensava al proprio compito — e alla propria libertà.
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