In pochi posti d’Italia l’arte contemporanea sta sui muri delle case, a portata di mano, e dice cose che non piacciono a tutti. Orgosolo, in provincia di Nuoro (NU), Sardegna, nel cuore della Barbagia, è uno di questi. A seicento metri di quota, tra le montagne del Supramonte, questo paese di poco meno di quattromila abitanti ha costruito nel tempo una vera galleria di pittura murale a cielo aperto: oltre duecento opere, secondo le fonti, che mescolano storia locale, politica internazionale e tradizione sarda. Non è un museo e non è un parco a tema: è una conversazione pubblica fatta di colore, e va letta come tale.

Come nascono i murales di Orgosolo
La storia comincia nel 1969, un anno che a Orgosolo non è mai stato un anno qualunque. Il primo murale fu dipinto dal gruppo Dioniso, un collettivo di anarchici milanesi che si trovava nel paese. Nel 1975, per il trentennale della Liberazione dal nazifascismo, l’insegnante toscano Francesco Del Casino coinvolse i suoi alunni della scuola media e dipinse una dozzina di murales lungo il Corso Repubblica. Da allora, il paese ha continuato: altri artisti, tra cui Pasquale Buesca, e il gruppo culturale locale Le Api, hanno realizzato nuove opere, con temi concordati insieme agli abitanti.
È questa la differenza con la street art di mercato: qui i soggetti non sono scelti per essere fotografati, ma per essere discussi. I temi vanno dai problemi della comunità e della Sardegna agli eventi storici e sociali italiani e internazionali, fino ai ritratti di figure del Novecento. Per leggere un fenomeno analogo nel linguaggio dei grandi maestri, la nostra analisi del murale di Diego Rivera al Rockefeller Center mostra come la pittura murale possa diventare un atto politico; per l’arte di strada contemporanea, vale la pena leggere anche Banksy e la satira politica e la vicenda del murale di Bristol.
Pratobello: la protesta che ha insegnato al paese a dipingere
Per capire i murales bisogna conoscere una data: il 27 maggio 1969 le autorità affissero avvisi che ordinavano ai pastori dell’area di Pratobello di spostare il bestiame, perché per due mesi il territorio sarebbe stato usato come poligono e campo di addestramento dell’esercito. Il 19 giugno, circa 3.500 abitanti cominciarono a occupare i campi. Dopo alcuni giorni senza violenze, l’esercito si ritirò. È uno degli episodi di mobilitazione popolare più ricordati della Sardegna, e il motivo per cui il paese considera la propria immagine di «comunità che resiste» qualcosa di più di un’etichetta turistica.
Molti murales di Orgosolo parlano ancora di questo tipo di questioni: la terra, i pascoli, i diritti di una comunità. Non è un caso che molti visitatori ne escano con la sensazione di aver letto un giornale più che visto una mostra. Quella sensazione ha un lungo precedente nella storia dell’arte italiana: il realismo impegnato di Renato Guttuso, la ricerca sulla materia di Alberto Burri e lo sguardo sulla società di Mario Monicelli, cronista del dopoguerra sono tre modi diversi di fare la stessa cosa, raccontare un paese a se stesso.

Passeggiare tra i murales: dove guardare
Il percorso si fa a piedi, camminando lentamente lungo il Corso Repubblica e nelle vie laterali. Non c’è un ordine obbligato: i murales si incontrano su facciate, muri di cinta, cantoni. Alcuni sono datati e firmati, altri sbiaditi dal sole e dal vento, e proprio questa consunzione fa parte del carattere del luogo. Conviene guardare con attenzione le didascalie dove ci sono, perché spesso raccontano il motivo dell’opera e chi la dipinse; e conviene fermarsi a parlare con qualcuno, perché molti abitanti sono felici di spiegare una scena.

Un consiglio pratico: queste opere sono dipinte sulle case di persone che ci vivono. Si fotografa con discrezione, senza entrare nei cortili e senza trattare il paese come un set. Il rispetto, qui, è parte della visita. Chi viene da un’esperienza di città d’arte tradizionale, come quelle raccontate nella nostra guida alle dieci città d’arte italiane più importanti, trova in Orgosolo un cambio di registro radicale.
Il Supramonte, Gorropu e i nuraghi
Oltre il paese c’è il territorio che spiega tutto il resto. La parte del Supramonte che ricade nel comune di Orgosolo copre quasi 3.500 ettari: un altopiano calcareo scavato da grotte, doline e gole. La più celebre è Gorropu, la gola scavata dal Rio Flumineddu con pareti alte circa 400 metri. L’acqua è rara, e quella piovana si raccoglie in pozze naturali chiamate presethos. Nella stessa area si trovano testimonianze dell’epoca nuragica, come il nuraghe Mereu, e in territorio comunale si alza il Monte Novo San Giovanni (1.316 metri), dove sono stati trovati una brocca romana in lamina di bronzo e frammenti di ceramica altomedievale. Il punto più alto è il Monte Armario, a 1.433 metri.
Chi vuole inquadrare i nuraghi in un panorama più vasto della preistoria italiana può leggere la nostra guida all’arte preistorica in Italia. E per proseguire il viaggio sull’isola, la guida di Cagliari è il punto di partenza più naturale.
Il canto a tenore, il costume e le feste
Il patrimonio di Orgosolo non è solo sui muri. Il canto a tenore è una tradizione ancora viva: un coro a quattro voci, dalla boche solista alla contra, dalla voce di basso (su bassu) alla mesu boche. Nella casa Mesina, nel centro storico, ha sede un centro di documentazione dedicato a questo canto, e il Coro di Orgosolo è stato attivo fra gli anni Cinquanta e Settanta. Molte famiglie conservano ancora l’abito tradizionale (su hustumene), che si indossa nelle cerimonie; quello femminile è sobrio ma riccamente ricamato. Sopravvive anche l’allevamento del baco da seta, la cui seta serve per il fazzoletto delle donne (su lionzu).
La festa principale è il 15 agosto, l’Assunzione di Maria, con la corsa a cavallo detta sa vardia. Il patrono è San Pietro. Tra le figure venerate c’è anche Antonia Mesina, nata a Orgosolo e beatificata nel 1987. Un paese, insomma, che tiene insieme in modo naturale il rito e la protesta.
Un film prima dei murales
Chi conosce il cinema ricorderà che Orgosolo, prima di essere un paese di murales, era già un set: Banditi a Orgosolo, il film del 1961 di Vittorio De Seta, fu interpretato dai pastori del posto. È un racconto che anticipa di qualche anno il clima delle proteste e che ancora oggi aiuta a capire come il paese si sia raccontato, e sia stato raccontato, nel corso del Novecento. Per allargare lo sguardo all’immagine dell’Italia rurale nel cinema, la lettura su Mario Monicelli è un buon complemento.
Altre tappe di arte pubblica in Italia
Orgosolo è un capitolo di una storia più ampia, quella dell’arte che esce dai musei. In Emilia-Romagna c’è il borgo dei muri dipinti di Dozza, in Sicilia il progetto di città-opera di Gibellina, nel Lazio il borgo degli artisti di Calcata. Nei musei, il percorso storico passa per i maestri dell’Arte povera e per l’esperienza del MADRE di Napoli e del Mart di Rovereto. Per costruire un viaggio completo, la raccolta dei borghi italiani e le altre guide turistiche di Italian Art Journal offrono altri itinerari. Per informazioni ufficiali sulla destinazione, il portale di Sardegna Turismo è il punto di riferimento.
Il muro come specchio
Il paradosso di Orgosolo è che un’arte nata contro il potere sia diventata un’attrazione. I murales del 1969 e del 1975 volevano disturbare, e oggi richiamano migliaia di visitatori l’anno. Si potrebbe dire che siano stati addomesticati; ma è più giusto dire che hanno cambiato pubblico senza cambiare voce. Davanti a un muro che parla di terra, di guerra o di dignità, il turista diventa per un momento testimone, e la differenza tra guardare e leggere si fa sottile. In fondo il più grande risultato di questo paese è aver dimostrato che un’immagine non ha bisogno di una cornice per essere seria: le basta un muro, e qualcuno disposto a fermarsi.
Informazioni pratiche
Dove si trova: Orgosolo (NU), Sardegna, nella Barbagia di Nuoro, a circa 620 metri di quota. Da non perdere: i murales del Corso Repubblica e delle vie laterali, il centro di documentazione sul canto a tenore, il Supramonte e la gola di Gorropu. Quando andare: il 15 agosto per la festa dell’Assunta e la corsa di sa vardia; primavera e autunno per le escursioni. Cosa portare: scarpe comode e, per il Supramonte, acqua e una guida locale. Nei dintorni: Nuoro, il Gennargentu, la costa orientale della Sardegna.
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