Vincent van Gogh e il dolore che illumina. Una biografia essenziale

Vincent van Gogh e il dolore che illumina. Una biografia essenziale

Vincent van Gogh e il dolore che illumina. Una biografia essenziale

Ho sempre pensato che esistano due modi di incontrare Van Gogh. Il primo è quello che capita a tutti, prima o poi: una riproduzione su un poster, una cartolina al museo, magari I girasoli su una tazza da colazione. Un incontro indolore, quasi igienico, che scivola via senza lasciare cicatrici. Il secondo modo, quello vero, è molto più difficile da programmare e, soprattutto, da sopravvivere: è quando ci si trova davanti a uno dei suoi quadri originali e si capisce, di colpo e senza possibilità di appello, che quell’uomo non stava dipingendo il mondo. Stava dipingendo il modo in cui il mondo gli faceva male.

Mi è capitato al Kröller-Müller Museum, in Olanda, anni fa, in un pomeriggio di ottobre con la luce già bassa. Ricordo che mi avvicinai a La notte stellata sul Rodano — non quella più famosa, quella di New York, ma questa, più silenziosa e più devastante — e che, a un certo punto, dovetti fare un passo indietro. Non per distanza critica. Per istinto di sopravvivenza. Perché quella pittura non stava cercando il mio sguardo: mi stava cercando dentro. Come se sapesse già dove fare male.

Il pennello come bisturi…

Vincent van Gogh (Zundert, 1853 – Auvers-sur-Oise, 1890) ha dipinto circa novecento tele in meno di dieci anni di attività pittorica intensa, in un arco di vita durato soltanto trentasette anni. Questi sono i dati biografici. Ma i dati biografici, con Van Gogh, sono quasi un insulto: riducono a statistica quello che è, in realtà, uno dei più straordinari e irripetibili atti di trasfigurazione del dolore in bellezza che la storia dell’arte abbia mai prodotto. Perché Van Gogh non usava il pennello per descrivere: lo usava come si usa un bisturi, per incidere, per estrarre qualcosa di vivo da sotto la superficie delle cose e portarlo, ancora pulsante, sulla tela.

La pennellata di Van Gogh — quella corta, nervosa, a tratti vorticosa — non è mai decorativa. È sintomatica. È il segno visibile di una mente che non riesce a stare ferma, di un’attenzione al mondo così febbricitante da diventare quasi insostenibile. Guardando i suoi campi di grano, i suoi cipressi, i suoi cieli notturni, si ha sempre la sensazione che l’artista non stesse guardando quegli oggetti dall’esterno, con la serenità del pittore paesaggista, ma che li stesse vivendo dall’interno, come se ogni albero, ogni stella, ogni solco di terra coltivata gli comunicasse qualcosa di urgente, di intraducibile, che lui cercava disperatamente di trascrivere prima che svanisse.

… E la luce come ferita

C’è un paradosso al centro di tutta l’opera di Van Gogh, ed è il paradosso più bello e più crudele che conosca: quest’uomo, che ha vissuto in una condizione di sofferenza psichica pressoché costante, che ha conosciuto la povertà, il rifiuto, la solitudine, l’internamento, è diventato il pittore della luce per eccellenza. Non di una luce consolatoria, però — non la luce dorata e rassicurante dei fiamminghi suoi antenati, non la luce idealizzata dei romantici. La sua è una luce che brucia, che vibra, che non lascia in pace niente di ciò che tocca. Una luce che fa sembrare il mondo più vivo di quanto riesca a sopportare.

La notte stellata — quella, la più celebre, dipinta nel 1889 durante il ricovero a Saint-Rémy-de-Provence — non è un notturno tranquillo. È un cielo in convulsione, un universo che pulsa e si torce su sé stesso come un essere vivente in preda a qualcosa che non sa nominare. E tuttavia, guardandola, si prova qualcosa che assomiglia alla pace. Questo è il miracolo di Van Gogh: trasformare il turbamento in armonia senza annullare il turbamento. Lasciarlo lì, visibile, urlante — e farlo diventare bello lo stesso. Anzi: farlo diventare bello proprio per questo.

Biografia essenziale di Vincent Van Gogh: L’uomo che scriveva per capire

Van Gogh ha scritto oltre ottocento lettere al fratello Theo. Sono documenti straordinari, forse la più lucida e commovente autoanalisi che un artista abbia mai prodotto. In quelle lettere si vede un uomo che pensa con chiarezza assoluta mentre crolla, che descrive la propria malattia con la stessa precisione con cui analizza la luce del mezzogiorno ad Arles, che sa perfettamente cosa sta accadendo a sé stesso e non riesce a fermarlo. “Sento in me qualcosa”, scriveva, “ma cos’è?” È la domanda di tutta la sua vita. È la domanda che ogni suo quadro pone a chi lo guarda.

Perché Van Gogh, in fondo, non dipingeva per rispondere. Dipingeva per tenere aperta la domanda. Per non lasciarla chiudere sotto il peso del quotidiano, dell’abitudine, dell’ottundimento progressivo che la vita impone a tutti come forma di autodifesa. Lui quella difesa non l’ha mai accettata. E ne è morto — probabilmente. E ci ha lasciato, in cambio, tutto ciò che noi, più prudenti e più sani e più salvi di lui, non avremmo mai avuto il coraggio di guardare.

Il dono impossibile

Ecco perché, quel pomeriggio in Olanda, ho fatto un passo indietro. Non perché il quadro fosse troppo grande o troppo luminoso o tecnicamente opprimente. Ma perché, di fronte a Van Gogh, si ha sempre la sensazione di ricevere qualcosa che non si è meritato: un atto di generosità assoluta da parte di qualcuno che non aveva quasi niente, che ha dato tutto quello che aveva — compresi i pezzi di sé che non avrebbe dovuto cedere — e che lo ha fatto senza chiedere nulla in cambio. Nemmeno di essere capito. Nemmeno di essere amato.

Solo di essere, finalmente, visto.

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