L'adorazione dei Magi di Leonardo: l’opera che non finì mai. L'analisi
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L’adorazione dei Magi di Leonardo: l’opera che non finì mai. L’analisi

Adorazione dei Magi di Leonardo: l’opera che non finì mai

Ci sono quadri che si guardano cercando cosa rappresentino. E poi c’è l’Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci: un quadro che si guarda cercando cosa abbia impedito di finirlo. La risposta, se esiste, dice qualcosa di essenziale su come Leonardo pensava — e su cosa la pittura era costretta a fare quando lui stava al lavoro.

Una commissione del 1481 e una partenza improvvisa

Nel marzo del 1481 i monaci agostiniani di San Donato a Scopeto, vicino a Firenze, commissionano a Leonardo da Vinci una grande tavola per l’altare del loro convento. Leonardo ha ventinove anni, lavora ancora nella bottega di Verrocchio, e accetta l’incarico. Il contratto prevede la consegna entro ventiquattro o al massimo trenta mesi. Leonardo non consegnerà mai nulla. Nel 1482 parte per Milano, alla corte di Ludovico il Moro, e il dipinto resta nello studio di Amerigo de’ Benci — incompleto, su una grande tavola di pioppo, con il fondo di gesso ancora visibile attraverso le stesure di colore appena abbozzate.

I monaci di Scopeto aspettano quindici anni. Nel 1496 commissionano la stessa pala ad un altro artista: Filippino Lippi la completa nel 1496, seguendo vagamente lo stesso schema compositivo di Leonardo. Quella di Lippi è agli Uffizi. Quella di Leonardo è agli Uffizi. Nella stessa sala. Si possono guardare insieme. Non è un confronto pietoso per nessuno dei due: sono due opere completamente diverse, che rispondono alla stessa domanda in modi opposti.

Dentro il quadro: una folla che somiglia a un terremoto

La composizione dell’Adorazione dei Magi (1481-82 circa, olio e tempera su tavola, 246 × 243 cm, Gallerie degli Uffizi, Firenze) è strutturata intorno a un triangolo centrale: la Vergine con il Bambino al centro, i tre Magi che si inginocchiano, la folla che si agita e si addensa tutt’intorno. Ma dire “strutturata” è quasi un’ironia. Questa composizione è come un campo magnetico: tutto viene attratto verso il centro e tutto, allo stesso tempo, tende a fuggire verso i margini.

Nelle ali laterali e sullo sfondo, Leonardo ha tracciato una sequenza di figure in movimento — uomini a cavallo, edifici in costruzione e in rovina, scale che salgono verso il nulla — che non hanno equivalenti nella tradizione iconografica dell’Adorazione. Non servono alla narrazione. Servono a qualcos’altro: a creare un’atmosfera di agitazione e inquietudine che contrasta violentemente con la quiete della Vergine al centro. Come se il mondo, nel momento in cui accade qualcosa di irripetibile, non riuscisse a stare fermo.

L’incompiuto come rivelazione

Quello che rende l’Adorazione dei Magi unica non è il soggetto. È lo stato in cui si trova. Le figure non sono rifinite, il colore non è steso uniformemente, il fondo è ancora gessoso in molte zone. Eppure il dipinto non sembra interrotto: sembra esattamente così come doveva essere. Come se il processo di costruzione fosse diventato esso stesso il soggetto.

Heidegger, parlando della tecnica e del suo rapporto con la verità, usa il termine Unverborgenheit — letteralmente “non-nascondimento”, cioè il momento in cui la cosa si rivela per quello che è. Guardare l’Adorazione è qualcosa di simile: il dipinto mostra il pensiero di Leonardo nel momento in cui si sta formando, prima che la tecnica lo ricopra e lo renda presentabile. È un documento del processo, non del risultato. Ed è per questo più vivo di qualsiasi opera finita.

L'adorazione dei Magi di Leonardo: l’opera che non finì mai. L'analisi
L’adorazione dei Magi di Leonardo: l’opera che non finì mai. L’analisi

La struttura nascosta: luce e geometria prima del colore

I restauri condotti negli anni Novanta e Duemila — con raggi infrarossi e riflettografie — hanno rivelato la struttura disegnativa sottostante con una precisione straordinaria. Il disegno preparatorio sotto il dipinto è elaboratissimo: figure sovrapposte, pentimenti, soluzioni alternative abbandonate e riprese. Leonardo non stava improvvisando. Stava costruendo uno spazio visivo con una complessità che il colore, eventualmente, avrebbe dovuto rivestire senza distruggere.

La fonte luminosa nel dipinto non è identificabile. Non c’è una direzione precisa da cui proviene la luce: le ombre non convergono verso un unico punto. La luce sembra emanare dall’interno delle figure stesse, come se la Vergine e il Bambino fossero la fonte luminosa, non i destinatari. Questa scelta — o questa intuizione, o questo errore che diventa sistema — sarà la lezione che Leonardo darà alla pittura successiva, e che Caravaggio porterà alle sue conseguenze più teatrali un secolo dopo.

I Magi che non si sa chi siano

Vasari, nelle Vite, identifica in uno dei Magi un autoritratto di Leonardo. La tradizione vuole che il vecchio sulla destra, che si volge di spalle alla scena, sia anche lui Leonardo. La verità è che non sappiamo chi siano queste figure. La tradizione iconografica dell’Adorazione dei Magi prevede tre re — Gaspare, Melchiorre e Baldassarre — ma Leonardo non li ha resi riconoscibili. Li ha resi generici. Li ha trasformati in tipi umani più che in personaggi: il vecchio, il giovane, il maturo.

Questa generalizzazione non è una mancanza. È una scelta. Leonardo non era interessato alla narrazione specifica — alla storia dei re Magi che vengono dall’Oriente. Era interessato all’esperienza universale di trovarsi di fronte a qualcosa di incomprensibile e di scegliere, comunque, di inginocchiarsi. Le curiosità su Leonardo da Vinci raccontano di un uomo che trascorreva anni a studiare prima di dipingere — e l’Adorazione è la prova che questo studio non sempre portava a una conclusione.

Uffizi, sala 15: stare davanti all’incompiuto

Il dipinto è esposto nella sala 15 degli Uffizi, la stessa sala che ospita l’Annunciazione di Leonardo. Vederli insieme è un’esperienza rara: due opere dello stesso artista, dello stesso decennio, in stadi completamente diversi di elaborazione. L’Annunciazione è finita, rifinita, distribuita nelle sue luci con quella cura quasi maniacale che caratterizza il Leonardo giovane. L’Adorazione è un cantiere aperto.

Stare davanti al cantiere aperto di Leonardo è stare di fronte all’idea che la pittura — tutta la pittura — sia sempre, in qualche modo, incompiuta. Che il momento in cui sembra finita sia anche il momento in cui smette di dire qualcosa di nuovo. Leonardo lo sapeva. Per questo partì per Milano nel 1482, lasciando la tavola sul cavalletto. Non è una fuga. È una risposta.

Il quadro è ancora lì. Su una tavola di pioppo, nella stessa città in cui è stato cominciato. Aspetta ancora qualcosa. Come la Cappella Sistina di Michelangelo — completata, finita, irripetibile — l’Adorazione dei Magi è un’opera che chiede di essere guardata più di una volta. La differenza è che Michelangelo ha risposto alla domanda che si era posto. Leonardo ha lasciato la domanda aperta. E le domande aperte, nella storia dell’arte come nella storia del pensiero, durano sempre di più.

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