5 opere che devi conoscere del Tintoretto - Miracolo di San Marco
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Tintoretto: il furore di Venezia nella luce impossibile

Tintoretto: il furore di Venezia nella luce impossibile

Ci sono pittori che lavorano contro il tempo. E poi c’è Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, che lavorava contro tutto: contro i colleghi, contro le commissioni che rifiutavano i suoi prezzi stracciati, contro la luce che non stava mai dove lui la voleva. Contro Tiziano, soprattutto. Tiziano era vivo, era famoso, era il pittore ufficiale di Venezia. E il Tintoretto era il pittore che Venezia non aveva ancora capito che stava aspettando.

Figlio del tintore, allievo di nessuno

Jacopo Robusti nasce a Venezia nel 1518. Il padre è tintore di stoffe — tintore, da cui il soprannome Tintoretto, il piccolo tintore. Non si sa con certezza da chi abbia imparato a dipingere. La leggenda — tramandato da Carlo Ridolfi nella sua biografia seicentesca — vuole che sia stato brevemente allievo di Tiziano, che lo avrebbe cacciato dalla bottega dopo pochi giorni, spaventato dal talento precoce dell’allievo. È quasi certamente falso. Ma dice qualcosa di vero sul modo in cui i contemporanei percepivano il rapporto tra i due.

Quello che è certo è che Tintoretto ha studiato i calchi delle sculture di Michelangelo, che li ha appesi nello studio e li ha disegnati da ogni angolazione possibile, sotto ogni tipo di luce artificiale. Voleva capire il corpo come forma nello spazio, come massa che occupa volume. E questo ha fatto di lui qualcosa di anomalo nel panorama veneziano: un pittore che pensa alla scultura mentre dipinge, che costruisce le sue composizioni come se stesse disponendo figure tridimensionali in una scatola prospettica, non come se stesse stendendo colore su una superficie piana.

Autoritratto del Tintoretto in età avanzata
Autoritratto del Tintoretto in età avanzata

La velocità come estetica

I contemporanei descrivevano il Tintoretto come un pittore velocissimo. Non è un complimento neutro: nella Venezia del Cinquecento, la velocità era sospetta. La pittura di qualità richiedeva tempo, velature successive, rifinitura paziente. Tiziano era lento, preciso, meticoloso nella costruzione dei suoi strati di colore. Il Tintoretto dipingeva come se avesse fretta — con pennellate larghe, a volte con il manico del pennello, a volte con il dito, costruendo le figure con una rapidità che sembrava incompatibile con la qualità del risultato.

Eppure il risultato era straordinario. La velocità del Tintoretto non è superficialità: è una tecnica di cattura. Lui dipinge l’istante in cui la luce tocca la superficie, non la superficie stessa. Dipinge il momento in cui il corpo si muove, non la posizione che occupa. Le sue figure hanno sempre un’aria di qualcosa di appena accaduto — o di qualcosa che sta per accadere. Come i fotogrammi di un film che non esiste ancora.

La Scuola Grande di San Rocco: una vita intera su quattro pareti

Nel 1564 il Tintoretto vince la commissione per la decorazione della Scuola Grande di San Rocco a Venezia con un gesto che i suoi concorrenti trovano sleale: mentre gli altri pittori presentano bozzetti, lui presenta direttamente un affresco finito, installato di sorpresa nel soffitto della sala. Gli viene assegnata la commissione. Per i successivi vent’anni — fino al 1588 — dipinge le tre sale dell’edificio con un ciclo narrativo che copre l’Antico e il Nuovo Testamento, tra le imprese pittoriche più ambiziose del Cinquecento.

La Scuola Grande di San Rocco è oggi uno degli spazi più straordinari dell’arte europea. Non è un museo: è un luogo di culto, ancora funzionante, con i suoi teleri originali alle pareti e ai soffitti. Entrare significa essere circondati da Tintoretto: dalla Crocifissione monumentale (1565, 5,36 × 12,24 m), considerata uno dei dipinti più grandi mai eseguiti da un pittore singolo, alle scene dell’Antico Testamento sul soffitto della sala dell’Albergo, dove la luce cade dall’alto come se venisse dal cielo reale.

La luce impossibile

La luce del Tintoretto non segue le regole. Non proviene da una direzione coerente, non rispetta la logica dell’illuminazione naturale, non si comporta come la luce dei pittori veneziani suoi predecessori. È una luce drammatica, selettiva, quasi teatrale — che illumina con violenza alcune figure e lascia le altre nell’ombra assoluta. È la luce del teatro dell’epoca, delle torce e dei lumi a olio che illuminavano le rappresentazioni serali.

Questa è la luce che Caravaggio porterà alle sue conseguenze più radicali trent’anni dopo. Ma Caravaggio lavora con la luce come con uno strumento di psicologia: illumina i volti per rivelare l’emozione. Il Tintoretto usa la luce per creare movimento nello spazio: illumina le carni per creare rilievo, le drapperie per creare ritmo, i fondali scuri per spingere in avanti le figure. È una luce architettonica, non psicologica. Una luce che costruisce spazio.

Il rapporto con Tiziano: la rivalità che non era una rivalità

Tiziano e il Tintoretto non si odiavano. Si ignoravano, il che è peggio. Tiziano era il pittore di corte, il ritrattista di imperatori e papi, il pittore che aveva portato il colore veneziano alla sua massima raffinatezza. Il Tintoretto era il pittore delle confraternite, delle chiese di quartiere, degli spazi pubblici dove si andava non per contemplare ma per pregare. Pubblici diversi, economie diverse, obiettivi diversi.

Ma il confronto è inevitabile, e illuminante. Tiziano Vecellio costruisce la forma con il colore, per accumulazione di velature sottili. Il Tintoretto costruisce la forma con la luce, per opposizione di luci e ombre. Sono due modi di rispondere alla stessa domanda: come rendere il corpo visibile sulla superficie piana. Due risposte ugualmente legittime, ugualmente straordinarie. E per capire dove si inserisce il Tintoretto nel sistema della pittura veneziana, il confronto con le cinque opere essenziali di Tintoretto offre un percorso concreto tra le sue realizzazioni più significative.

Cosa rimane del Tintoretto

Tintoretto muore a Venezia nel 1594, a settantasei anni. È sepolto nella Madonna dell’Orto, la chiesa del suo quartiere, dove si trovano anche due dei suoi teleri più grandi: l’Adorazione del vitello d’oro e il Giudizio universale. La Madonna dell’Orto è ancora una chiesa. Non un museo, non un monumento: una chiesa dove si va a messa. E in fondo, nella luce filtrata, i teleri del Tintoretto fanno ancora esattamente quello per cui erano stati dipinti: trasformare uno spazio ordinario in un luogo in cui qualcosa di straordinario sembra sul punto di accadere.

Tra i pittori veneziani che hanno guardato al Tintoretto c’è Canaletto, che ha portato l’attenzione alla luce veneziana verso un’obiettività completamente diversa. Ma il DNA del Tintoretto è altrove: in El Greco, in Rubens, in Delacroix. In tutti i pittori che hanno capito che la luce non descrive — la luce convince. E convincere, in pittura, è tutto. Il Tintoretto lo sapeva. E lo sapeva fare con una velocità e una potenza che, a distanza di cinque secoli, non hanno ancora smesso di sorprendere chi entra per la prima volta nella Scuola Grande di San Rocco.

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