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Marc Chagall: il colore come linguaggio dell’anima tra sogno e memoria

Marc Chagall: il colore come linguaggio dell’anima tra sogno e memoria

Ci sono pittori che rappresentano il mondo. E ci sono pittori che lo inventano. Marc Chagall appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un artista che non dipingeva ciò che vedeva, ma ciò che sentiva, che sognava, che lo addolorava e che amava. Le sue tele sono al tempo stesso autobiografie e favole, memorie e profezie, geografie reali e paesaggi dell’inconscio.
Nato il 7 luglio 1887 a Vitebsk, città dell’Impero Russo oggi appartenente alla Bielorussia, Marc Chagall (nome d’arte di Moishe Zakharovich Shagal) crebbe in seno a una famiglia ebraica chassidica, umile e numerosa. Quella origine non fu soltanto un dato biografico: fu la sostanza stessa della sua arte. Le tradizioni, i rituali, le fiabe e i personaggi della sua infanzia non lo abbandonarono mai, nemmeno quando Parigi, Berlino o New York divennero le sue nuove case.

Il viaggio verso Parigi: tra avanguardia e radici profonde

Nel 1910 Chagall arrivò a Parigi con poco denaro e un’energia creativa traboccante. Si stabilì a La Ruche (“L’Alveare”) quel leggendario edificio del XV arrondissement dove convivevano artisti di tutta Europa, e lì entrò in contatto con il cubismo, il fauvismo e le prime correnti astratte. Ma Chagall non si lasciò assorbire da nessuna di esse. Prese ciò di cui aveva bisogno e lo trasformò in qualcosa di inconfondibilmente suo.
Dal cubismo assorbì la frammentazione dello spazio; dal fauvismo, l’audacia cromatica. Eppure ciò che continuò ad abitare i suoi quadri fu il paese natale, i tetti di Vitebsk, i violinisti sui comignoli, gli sposi sospesi nell’aria. Il mondo moderno e il mondo antico non coesistevano in lui come contraddizione, ma come una sinfonia improbabile e perfetta.
In questa prima fase parigina nacquero opere fondamentali come Io e il villaggio (1911) e Il violinista (1912-1913), composizioni in cui la logica narrativa si dissolve a favore di una logica emotiva: i personaggi fluttuano, gli animali ragionano, il tempo si incurva. La città e la campagna si sovrappongono. I vivi e i morti condividono lo stesso piano.

Marc Chagall e il colore come linguaggio dell’anima: una tavolozza che parla

Se c’è un elemento che definisce Chagall al di sopra di tutti gli altri, è il colore. Non il colore come descrizione della realtà, ma il colore come veicolo di senso, come idioma parallelo a quello delle parole.
I suoi azzurri sono infiniti e malinconici, il colore del cielo di Vitebsk d’inverno e del Mar Mediterraneo d’estate. I suoi rossi sono passione, urgenza, sangue di storia. I suoi gialli hanno la texture calda della cera delle candele dello Shabbat. E il verde (quel verde impossibile delle sue mucche e delle sue figure) è il colore del sogno stesso, il tono che esiste solo quando gli occhi sono chiusi.
“Il colore è tutto. Quando il colore è giusto, la forma si sistema da sola”, affermò l’artista in una delle sue rare dichiarazioni sulla tecnica. E in effetti: nelle sue tele, la forma obbedisce al colore, non il contrario. I corpi si piegano, si elevano, si frammentano per seguire la logica cromatica del quadro, non la logica anatomica del mondo reale.
Questo approccio lo avvicinò ai surrealisti, sebbene Chagall abbia sempre rifiutato di essere classificato all’interno di quella corrente. André Breton lo reclamò come uno dei suoi, ma il pittore fu chiaro: le sue immagini non provenivano dal caso né dall’automatismo psichico, bensì da una memoria deliberata, da un universo interiore costruito con precisione e amore nel corso di decenni.

Amore, perdita e resurrezione: Bella Rosenfeld al centro dell’universo chagalliano

Non è possibile parlare di Chagall senza parlare di Bella. Bella Rosenfeld, che sposò nel 1915, fu la sua musa, la sua compagna e (nell’iconografia dell’artista) una figura quasi mitologica. Gli sposi che volano sui tetti, la donna in bianco sospesa sulla città, la figura femminile che fluttua tra i fiori: in quasi tutti c’è una Bella, reale o immaginata, presente o rimpianta.
La sua morte improvvisa nel 1944, a causa di un’infezione virale mentre entrambi erano in esilio negli Stati Uniti, gettò Chagall in un silenzio creativo durato mesi. Quando tornò a dipingere, il lutto divenne visibile: i colori si scurirono, le figure si fecero più solitarie, il cielo perse per un tempo la sua leggerezza.
Ma Chagall trovò sempre il modo di trasformare il dolore in bellezza. La perdita di Bella non cancellò la sua presenza nell’opera, ma la eternizzò. In lavori successivi, lei continua ad apparire come una memoria luminosa, un’apparizione benevola che abita lo spazio tra il visibile e l’invisibile.

Le vetrate: la luce come materia viva

Uno dei capitoli più straordinari della carriera di Chagall è quello legato alle vetrate. A partire dagli anni Cinquanta, l’artista esplorò questa tecnica con una passione e una maestria che lo resero uno dei più grandi innovatori del medium nel XX secolo.
Le vetrate della sinagoga dell’Ospedale Universitario Hadassah di Gerusalemme (1960-1962), raffiguranti le dodici tribù d’Israele, sono forse la sua opera più universalmente riconosciuta in quest’ambito. Ma altrettanto memorabili sono quelle della Cattedrale di Reims, della Cattedrale di Metz e della Fraumünster di Zurigo.
Nella vetrata, Chagall trovò il mezzo perfetto per la sua ossessione con il colore: la luce non si riflette sulla superficie dipinta, ma la attraversa, la trasforma, la fa vibrare. Il colore smette di essere pigmento e diventa energia pura. Lo spettatore non guarda un quadro: lo abita dall’interno.


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L’anima di Vitebsk: la memoria come atto di resistenza

Chagall visse quasi un secolo (morì il 28 marzo 1985, a 97 anni, a Saint-Paul-de-Vence) e attraversò due guerre mondiali, l’Olocausto, l’esilio e la perdita di quasi tutto ciò che conosceva. Eppure Vitebsk rimase. Non come nostalgia passiva, ma come atto di resistenza culturale, come affermazione che un’identità può sopravvivere alla distruzione fisica dei suoi luoghi.
In questo senso, l’opera di Chagall trascende l’autobiografia per diventare un documento di civiltà. Lo shtetl che egli dipinse (con le sue usanze, la sua musica, i suoi personaggi) fu quasi completamente annientato durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei quadri di Chagall, quel mondo non scompare: continua a esistere, con tutta la sua umanità e la sua particolarità.
Questa dimensione memoriale conferisce alla sua opera una gravità che va oltre l’estetica. Chagall non dipingeva per i musei; dipingeva perché qualcosa non morisse.

Marc Chagall e il colore come linguaggio dell’anima: un’eredità senza confini

L’impatto di Marc Chagall sull’arte del Novecento è difficile da esagerare. La sua influenza si estende su generazioni di artisti che da lui appresero che la figurazione non è incompatibile con la poesia, che l’autobiografico può essere anche universale, e che il colore (il colore libero, audace, irrazionale) è capace di comunicare ciò che le parole non riescono a raggiungere.
La sua opera è oggi patrimonio dei più grandi musei del mondo: il MoMA di New York, il Centre Pompidou di Parigi, la Galleria Tretjakov di Mosca, il già citato Museo Nazionale di Nizza. Ma Chagall non appartiene alle istituzioni. Appartiene a chiunque abbia mai sognato di volare sui tetti della propria città natale, a chiunque abbia amato con quella miscela di terrore e meraviglia che lui seppe dipingere come nessun altro.
In un mondo che tende a separare ragione ed emozione, scienza e arte, sacro e quotidiano, l’opera di Chagall è un invito permanente alla sintesi: a credere che un violinista possa suonare su un tetto, che una mucca possa essere verde, che gli sposi possano fluttuare sopra una città distrutta, e che tutto questo (proprio tutto questo) sia la verità più esatta su cosa significhi essere umani.

Nota: A Maria Ximena con quien hablamos de los colores desde el día uno y mediante Marc Chagall me ayudo a sanar.

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