25 aprile: quando l’arte resisteva. Pittori, scultori e poeti contro il nazifascismo
C’è una domanda che mi torna ogni anno, in questo giorno, e che non trovo mai abbastanza discussa: cosa facevano gli artisti mentre accadeva tutto questo? Mentre i plotoni di esecuzione lavoravano, mentre i treni partivano (qualcuno diceva, in orario), mentre le città bruciavano e i manifesti del regime tappezzavano i muri con la certezza incrollabile di chi sa di avere ragione — cosa facevano i pittori, gli scultori, i poeti, i fotografi? La risposta, come quasi sempre accade quando si scava davvero, è molto più complessa e molto più commovente di quanto la vulgata storica tenda a suggerire. Alcuni collaboravano, consapevolmente o per opportunismo. Molti tacevano, per paura o per calcolo. E alcuni — non tanti, ma abbastanza da lasciare una traccia indelebile — resistevano. Resistevano con gli strumenti che avevano: il pennello, il carboncino, la lastra di rame, la macchina fotografica, la voce.
Questa è la storia di alcuni di loro.
Guttuso: il pennello come atto politico
Renato Guttuso è il nome più grande, il più dichiarato, il più coraggioso tra gli artisti italiani che hanno usato la pittura come strumento esplicito di resistenza antifascista. Siciliano, comunista, allievo spirituale di Picasso tanto quanto di Caravaggio, Guttuso non ha mai cercato la distanza estetica tra sé e il proprio tempo. Lo ha dipinto — con una fisicità, una carnalità, una forza cromatica che non lasciava spazio all’ambiguità.

Massacro, dipinto nel 1943, è l’opera in cui questa scelta raggiunge la sua forma più diretta e più insostenibile. Corpi nudi, posture di violenza e di morte, una composizione che cita Goya senza imitarlo — perché Guttuso sapeva benissimo cosa stava facendo, sapeva di inserirsi in quella lunga tradizione di pittori che hanno scelto di guardare l’orrore invece di voltarsi dall’altra parte. Il quadro viene dipinto nell’anno dell’armistizio e dell’occupazione nazista dell’Italia settentrionale. Non è un’allegoria. È una denuncia. È il documento pittorico di un uomo che ha deciso che il silenzio non era possibile.
Come abbiamo approfondito nel nostro profilo dedicato alle cinque opere essenziali di Guttuso, la sua intera traiettoria artistica è attraversata da questa tensione tra la bellezza della pittura e la necessità morale di non usarla per abbellire ciò che non merita di essere abbellito. Una tensione che non si risolve mai del tutto — e che produce, proprio nell’irrisolvibilità, la sua forza più autentica.
Picasso e il paradigma di Guernica

Nessuna riflessione su arte e resistenza al nazifascismo può prescindere da Guernica. Dipinto nel 1937 dopo il bombardamento dell’omonima città basca da parte dell’aviazione nazista e fascista — un’operazione di sterminio civile condotta per testare l’efficacia delle nuove armi aeree — il quadro di Picasso è diventato nel tempo il simbolo visivo più potente e più universale della resistenza artistica alla barbarie. Non perché sia didattico o propagandistico — non lo è, anzi la sua forza viene proprio dall’oscurità del suo linguaggio cubista, da quella frammentazione di corpi e urli e luci che non racconta la guerra ma la fa sentire, fisicamente, come uno schianto.
Picasso, quando gli viene chiesto cosa significhino certi elementi del quadro, risponde: “Il toro è la brutalità e il buio, il cavallo è il popolo.” Ma aggiunge, con quella chiarezza che solo i grandi artisti possono permettersi: “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico.” Parole che avrebbero potuto firmare Guttuso, Mafai, Vedova — tutti gli artisti che, in quegli anni, scelgono lo stesso lato.
Mafai e le Fantasie: la profezia dipinta
Mario Mafai è un caso diverso e forse ancora più affascinante di Guttuso — perché la sua resistenza non è dichiarata, non usa il linguaggio della denuncia esplicita, ma passa attraverso qualcosa di più sottile e di più inquietante: la profezia pittorica. Le Fantasie, la serie di piccoli olii su carta realizzati tra il 1939 e il 1944, mostrano paesaggi di devastazione — città in fiamme, corpi smembrati, architetture che crollano — dipinti con una libertà gestuale e cromatica che anticipa l’espressionismo astratto e che, guardati oggi, sembrano la trascrizione pittorica di ciò che stava per accadere.

Mafai non era un pittore politico nel senso di Guttuso. Era un pittore visionario che sentiva il proprio tempo con una sensibilità così acuta da dipingere le sue macerie prima ancora che si formassero. La moglie Antonietta Raphaël — scultrice lituano-romana, ebrea — viene ospitata insieme ai figli nell’estate del 1943 dall’ingegnere Alberto Della Ragione nella sua villa vicino a Genova, per sfuggire alle persecuzioni razziali. Mafai continua a dipingere. Le Fantasie continuano a bruciare.
Vedova: l’astratto come urlo
Emilio Vedova partecipa attivamente alla Resistenza armata a Venezia. Poi dipinge. E il suo modo di dipingere — quell’espressionismo astratto fatto di neri e bianchi e rossi che si scontrano sulla tela come corpi in una battaglia — è la traduzione pittorica diretta di quell’esperienza. Non illustrazione, non documento: trascrizione emotiva e fisica di cosa significa aver vissuto dentro la storia nel suo momento più buio.
Il Ciclo della Protesta, realizzato negli anni Cinquanta quando la guerra è finita ma la memoria è ancora viva e dolorosa, è forse l’opera in cui Vedova raggiunge la sintesi più alta tra l’urgenza politica e la libertà formale. Non si capisce cosa si stia guardando, e si capisce tutto. Il caos gestuale della superficie pittorica è già, di per sé, una risposta alla violenza dell’ordine totalitario — un ordine che voleva classificare, schedare, eliminare, ridurre ogni complessità a una sola categoria. Vedova risponde con l’ingovernabile, con il vitale, con ciò che non si lascia ridurre.

Il coraggio della cultura: una responsabilità che non finisce
C’è una tentazione, quando si parla di arte e resistenza, di limitarsi alla celebrazione — di elencare i nomi dei coraggiosi, di commuoversi, di chiudere il cerchio con la liberazione del 25 aprile 1945 e sentirsi in qualche modo sollevati. Ma sarebbe, credo, un errore di prospettiva. Perché ciò che questi artisti ci hanno lasciato non è solo una testimonianza storica. È una domanda che rimane aperta, rivolta a chiunque faccia arte in qualsiasi epoca: da che parte stai? Cosa fai, con i tuoi strumenti, quando il mondo intorno ti chiede di scegliere?
Guttuso, Mafai, Vedova, Picasso non erano eroi nel senso cinematografico del termine. Erano artisti — con le contraddizioni, le paure, i compromessi che appartengono a ogni vita umana. Ma hanno scelto, ciascuno a suo modo, di non usare la propria arte per abbellire o tacere o distogliere lo sguardo. L’hanno usata per guardare. Per testimoniare. Per resistere.
Come abbiamo visto nel nostro approfondimento sull’Arte Povera italiana, la tradizione italiana di fare dell’arte un atto fisicamente e politicamente situato nel mondo ha radici profonde — e passa anche attraverso questi anni bui, attraverso questi pittori che hanno capito, prima e meglio di molti, che l’arte non è mai neutrale. Che ogni scelta estetica è anche una scelta morale. Che il pennello, in certi momenti della storia, vale quanto un’arma.
Buon 25 aprile.
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