Il nome che un artista sceglie: inventarsi da capo
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Il nome che un artista sceglie: inventarsi da capo

Il nome che un artista sceglie: inventarsi da capo

Esiste un tipo di coraggio che non fa rumore. Non è il coraggio di chi va in guerra, non è il coraggio di chi sfida il potere in pubblico. È il coraggio di decidere che il nome con cui sei venuto al mondo non è il nome con cui vuoi essere conosciuto. Che l’identità ereditata — quella scritta nei registri parrocchiali, quella che porta con sé un cognome, un luogo, una storia di famiglia — non è sufficiente a contenere ciò che stai diventando. Che devi inventarti un’altra parola per esistere.

Il nome d’arte come opera prima

Michelangelo Merisi lo sappiamo come Caravaggio: il nome del paese lombardo da cui proveniva la sua famiglia, adottato con tanta naturalezza che il nome anagrafico è quasi scomparso dall’uso comune. Domenico Theotokopoulos diventa El Greco — il greco — quando si stabilisce a Toledo nel XVI secolo: un nomignolo attribuitogli dagli altri, ma che lui accetta e usa come firma. Tiziano Vecellio firma semplicemente Tizianus, latinizzando, slittando verso una grandiosità che il cognome veneto non avrebbe trasmesso.

Il cambio di nome nell’arte ha una storia lunghissima, e ogni storia racconta qualcosa di diverso. A volte è pratico: il cognome è impronunciabile, è troppo comune, non si stampa bene. A volte è geografico: un artista arriva da lontano e la sua provenienza diventa la sua identità. A volte è ideologico: si abbandona un nome che porta con sé una storia che non si vuole più essere.

Il caso più radicale: quando il nome è il programma

Banksy non ha nome. Ha un nome — ma non lo conosciamo, e questa non-conoscenza è parte integrante dell’opera. Non è un artista che ha scelto uno pseudonimo per comodità o per costruire un brand: ha scelto l’anonimato come posizione estetica. Il nome Banksy non identifica una persona: identifica una pratica, un gesto, una postura nei confronti del sistema dell’arte e del mercato. Quando la sua opera Balloon Girl si autodistrugge all’asta da Sotheby’s nel 2018, è Banksy che si autodefinisce distruggendosi davanti al mercato. È il nome — non il corpo — l’agente dell’azione.

Andy Warhol nasce Andrew Warhola, da una famiglia di immigrati slovacchi in Pennsylvania. La soppressione della a finale è il primo gesto artistico della sua carriera: un aggiustamento impercettibile che trasforma un cognome mitteleuropeo in qualcosa di più americano, più neutro, più commerciabile. Warhol è già un brand prima che Warhol abbia prodotto nulla. Ed è il brand — quell’identità costruita — a rendere possibile la Factory, i collaboratori, la serialità, l’indistinzione tra arte e produzione industriale.

Il nome come destino: quando il cambio rivela la verità

Ci sono casi in cui il nuovo nome dice qualcosa che il vecchio non poteva dire. Giorgio de Chirico firma alcune opere con lo pseudonimo Pictor Optimus — il pittore migliore — in un gesto di auto-proclamazione così spudorata da sembrare ironica, ma che probabilmente non lo era. Il nomignolo rivela una certezza su se stesso che il contesto — l’Italia degli anni Venti, la critica che non capiva, il mercato che stentava — non confermava. Il nome come autoprofezia.

O pensate a El Lissitzky, al secolo Lazar Markovich Lissitzky: un artista russo-ebraico che adotta il prefisso El — abbreviazione di Eliezer, il suo nome ebraico — in un periodo in cui essere ebrei in Russia significava navigare tra identità multiple, nessuna delle quali pienamente accettata. Il nome è una sintesi impossibile, un equilibrio precario tra appartenenze che non dialogano. E tutta la sua arte — quel costruttivismo geometrico, quella tensione tra spazio e segno — porta con sé quella stessa impossibilità.

Cosa si perde: il prezzo dell’invenzione

Non si cambia nome senza perdere qualcosa. Si perde la continuità biografica visibile, il filo che lega l’artista al bambino che era, alla famiglia che lo ha fatto, alla lingua in cui ha imparato a pensare. Si perde, spesso, una parte della propria storia — quella che il nuovo nome ha deciso di non portare con sé. Warhol ha lasciato la a finale per strada. Caravaggio ha lasciato Merisi. El Greco ha lasciato Theotokopoulos — quel cognome impossibile da pronunciare in Spagna, quella firma di un’origine che la nuova identità assorbiva senza cancellare del tutto.

Qualcosa rimane sempre. Come nelle incisioni di Goya — che non cambiò mai nome, anzi insistette sulla doppia firma Francisco Goya y Lucientes — la provenienza non scompare: si nasconde sotto la superficie, continua a lavorare nell’opera anche quando sembra assente.

Cosa ci dice di noi: l’identità come scelta continua

Viviamo in un’epoca in cui il nome — digitale, social, performato — è diventato una pratica quotidiana per chiunque. Username, nickname, avatar: tutti modi di costruire un’identità che risponda a chi vogliamo essere in quel contesto, in quel momento. Gli artisti che hanno cambiato nome nei secoli non erano eccentrici: erano anticipatori. Avevano capito prima degli altri che l’identità non è data: si sceglie, si costruisce, si aggiusta. E che il punto non è trovare il nome giusto una volta per tutte, ma avere il coraggio di smettere di usare quello sbagliato.

Banksy non ha ancora rivelato il suo. Forse non lo farà mai. Forse questo è il suo capolavoro: non averlo ancora finito.

Per chi vuole esplorare come la costruzione dell’identità artistica funziona nel sistema contemporaneo, il rapporto tra artista e comunicazione offre una prospettiva critica su come il brand personale sia diventato parte integrante della pratica artistica stessa.

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