Saturno che divora un figlio: il potere e il suo terrore
Primo Piano, Storia dell'arte

Saturno che divora suo figlio: il potere e il suo terrore

Saturno che divora suo figlio: il potere e il suo terrore

E allora capisci che non stavi guardando il quadro. Stavi guardando dentro di te. Stavi guardando quel punto esatto in cui la paura smette di essere difensiva e diventa aggressiva, in cui il terrore di perdere qualcosa porta a distruggerla. Stavi guardando Saturno. Stavi guardando te stesso.

L’opera come presenza: cosa fa al corpo

Saturno che divora un figlio non si incontra. Si subisce. Dipinta da Francisco Goya tra il 1819 e il 1823 direttamente sull’intonaco della sua casa, trasferita su tela nel 1874 e oggi conservata al Museo del Prado di Madrid, è un’opera che non lascia spazio alla mediazione estetica. Non c’è composizione da ammirare, non c’è tecnica da apprezzare a distanza. C’è una figura che emerge dal buio con gli occhi spalancati e un corpo umano tra le mani, già a metà divorato. La bocca aperta. Le dita che stringono. Il torso della vittima — privo di testa nella versione attuale, anche se si discute se Goya avesse in origine incluso la testa o meno — bianco di una carnagione che fa pensare alla vita che se ne sta andando.

La prima reazione fisica è di ritiro. Il passo indietro. Poi, come accade con le cose che disturbano davvero, arriva l’impossibilità di smettere di guardare. Perché quella faccia — quella faccia di Saturno — non è la faccia di un mostro. È la faccia di qualcuno che ha paura.

Dentro l’opera: quello che succede quando si guarda davvero Saturno che divora suo figlio

Saturno è enorme rispetto alla vittima. Il suo corpo è immerso nel buio fino quasi a sparire: vediamo le mani, le braccia, il viso, e intorno il nero assoluto del fondo. Non c’è ambientazione. Non c’è paesaggio, non c’è architettura, non c’è riferimento spaziale. Solo questo atto, sospeso nel vuoto. Il formato originale era a muro — circa 143 x 81 centimetri — e la posizione nella casa, al pianterreno, imponeva una prossimità fisica che l’attuale allestimento museale non può replicare.

Gli occhi di Saturno sono la chiave. Non sono gli occhi di chi vuole distruggere. Sono gli occhi di chi distrugge perché non ha altra scelta — o almeno così percepisce. Nella mitologia classica, Saturno divora i figli perché un oracolo gli ha predetto che uno di loro lo detronizzerà. Il cannibalismo cosmico è un atto preventivo, un tentativo di controllare il futuro cancellando il futuro. Il potere che non tollera la propria successione. Il padre che non riesce a sopravvivere all’idea di essere sostituito.

Goya trasforma questo mito in qualcosa di molto più immediato. Non c’è grandiosità barocca, non c’è il distanziamento allegorico che Rubens aveva usato nella sua versione dello stesso soggetto — quel Saturno che divora suo figlio del 1636 circa, oggi anch’esso al Prado, in cui il dio è muscoloso, quasi eroico nella sua ferocia. In Goya, Saturno è anziano, terrorizzato, quasi patetico nella sua violenza. La sua forza non è potenza: è panico.

Il momento in cui è nata: un vecchio sordo nelle sue stanze

Il 1819 è un anno cruciale per Goya. Ha settantatré anni. Ha già vissuto la malattia del 1792 che lo ha reso sordo. Ha vissuto la guerra napoleonica e i suoi orrori. Ha dipinto i Desastres de la Guerra. Nel 1819 acquista la Quinta del Sordo — la casa del sordo, come la chiamano i vicini, prima ancora che ci vada a vivere lui — e subisce un secondo collasso grave. Sopravvive, ma qualcosa si è definitivamente spezzato. Comincia a dipingere le pareti della casa. Non per esporle. Per abitarci.

Il contesto politico spagnolo è quello del Trienio Liberal — tre anni di governo costituzionale tra il 1820 e il 1823 — seguito dalla restaurazione assolutista di Ferdinando VII con il supporto delle truppe francesi. Goya vede ancora una volta il ciclo che conosce bene: la speranza del cambiamento, la repressione che segue, i corpi.

Cosa nasconde: il livello invisibile e la simbologia dietro l’opera

L’identificazione più ovvia è quella politica: Saturno come il potere che divora ciò che ha generato, il dispotismo che distrugge le proprie creature. Goya aveva dipinto i re, aveva servito la corte, aveva visto il potere da vicino per decenni. Ma ridurre quest’opera a metafora politica sarebbe impoverirla.

C’è un’altra lettura, più personale e più inquietante: Saturno come il tempo. Saturnus in latino viene spesso accostato etimologicamente — impropriamente, ma efficacemente — a satur, sazio, e alla radice di sero, seminare, ma anche e soprattutto alla sua identificazione medievale e rinascimentale con Crono, il tempo. Il tempo che divora tutto ciò che ha generato. La vecchiaia che divora la giovinezza. Goya, che aveva quasi ottant’anni, che era sordo, che aveva visto i suoi contemporanei morire, che stava dipingendo sulle pareti di una casa che avrebbe venduto senza che il mondo sapesse che quelle pareti esistevano — sapeva qualcosa di Saturno che non era mitologia. Era esperienza diretta.

Cosa ci fa oggi il Saturno che divora suo figlio: il padre che non sa cedere

Ogni generazione porta con sé la propria versione di Saturno. Il potere politico che non tollera il ricambio, l’istituzione che devora i propri riformatori, il genitore che non riesce a distinguere tra proteggere e controllare. La paura degli occhi spalancati di Saturno — quella paura specifica, non arrogante ma disperata — è riconoscibile in chiunque abbia mai avuto abbastanza potere da avere paura di perderlo. E anche in chi non ne ha: perché la stessa dinamica vale per ogni forma di attaccamento, ogni identità che percepisce nel futuro una minaccia al proprio presente.

Il chiaroscuro caravaggesco — che Goya conosce e usa radicalmente — qui raggiunge il suo limite estremo: non c’è quasi luce in quest’opera, solo quella sufficiente a mostrare la violenza. Il resto è buio. Come se Goya stesse dicendo che alcune cose accadono solo al buio. Solo quando si è soli. Solo quando nessuno guarda.

Saturno ha paura. Questa è la cosa più difficile da sopportare. Non la ferocia: la paura. Perché la ferocia si può condannare, tenere a distanza, catalogare come mostruosità. La paura no. La paura si riconosce.

SOSTIENI GRATUITAMENTE IL PROGETTO DI ITALIAN ART JOURNAL SEGUENDOCI SU FACEBOOK E SU INSTAGRAM

PER VEDERE LE NOSTRE PRODUZIONI MEDIA SEGUI ANCHE ARTING AROUND SU FACEBOOKINSTAGRAM TIKTOK.

CLICCA QUI PER CONOSCERE TUTTI I SERVIZI DI COMUNICAZIONE CHE OFFRIAMO AD ARTISTI, CURATORI E GALLERISTI

PER TE È GRATIS, PER NOI È ESTREMAMENTE IMPORTANTE! GRAZIE MILLE!

Potresti essere interessato anche a...