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Il valore impossibile dell’unicità secondo l’artista delle monete mondiali, Jaime Vallardo

Il valore impossibile dell’unicità secondo l’artista delle monete mondiali, Jaime Vallardo

Ho pensato a lungo a cosa significhi tagliare una banconota. Non nel senso pratico, non nel senso legale — in alcuni paesi è un reato, e questa informazione da sola dice già tutto ciò che c’è da sapere su quanto le istituzioni tengano alla propria carta — ma nel senso interiore, in quello spazio stretto e difficile da nominare in cui un gesto fisico diventa qualcosa di più: una dichiarazione, una perdita volontaria, un atto di fede nella propria opera abbastanza radicale da distruggere qualcosa di reale per creare qualcosa di unico. Perché è questo, alla fine, ciò che fa Jaime Vallardo Chávez ogni volta che prende una banconota — guadagnata, non regalata, non rubata, come tiene a precisare con una semplicità che ha il peso di un manifesto — e la taglia, la incorpora nella tela, la trasforma da strumento di scambio in codice irripetibile di esistenza.

El artista de las monedas mundiales. L’artista delle monete mondiali. È un soprannome che porta dentro di sé una contraddizione fertile e inesauribile: la moneta è per definizione l’oggetto più replicabile che la civiltà umana abbia mai prodotto — milioni di pezzi identici, coniati per essere intercambiabili, per non avere storia propria, per circolare anonimamente da una mano all’altra senza lasciare traccia. E Vallardo prende questo oggetto — il simbolo stesso della serialità, dell’equivalenza, della fungibilità — e lo trasforma nel suo opposto esatto. Un pezzo unico. Un codice che non si ripeterà mai più.

Il paradosso della moneta che smette di essere moneta

C’è una parola latina che torna ogni volta che penso a questa pratica: singularis. Non semplicemente “unico” nel senso numerico, ma singolare nel senso ontologico — ciò che non appartiene a nessuna serie, ciò che esiste solo per sé stesso, senza un prima o un dopo identici a esso. La filosofia medievale usava questa parola per descrivere l’individuo come tale, l’essere irriducibile a qualsiasi categoria generale. Ogni banconota ha un numero di serie. Quando quella banconota viene distrutta — ritagliata, incorporata, consumata nell’opera — quel numero cessa di esistere nel circuito monetario e inizia a esistere in un altro registro: il registro dell’arte, del tempo, della memoria materiale.

Vallardo me lo spiega con quella chiarezza diretta di chi ha pensato a una cosa abbastanza a lungo da non aver più bisogno di difenderla: “Una volta ritagliato, quel numero di banconota non si ripeterà mai più — quella banconota non esiste più. È un codice unico, un pezzo unico.” È una frase che sembra quasi ovvia, e che invece contiene una riflessione sull’autenticità nell’arte contemporanea tanto più precisa di molti saggi teorici scritti apposta per parlare di questo tema. Perché il problema dell’autenticità — di cosa renda un’opera quella opera e non una copia, di cosa garantisca che ciò che si possiede sia reale e non simulacro — è uno dei problemi centrali dell’arte del nostro tempo, amplificato dall’intelligenza artificiale, dalla stampa digitale, dalla capacità tecnica di replicare qualsiasi cosa con una perfezione che l’originale non possiede più come privilegio esclusivo.

L’autenticità come ferita

Vallardo risolve questo problema non con la teoria ma con il corpo — con il gesto fisico, irreversibile, doloroso di tagliare qualcosa di proprio. “È un po’ doloroso”, dice, e in quella piccola ammissione c’è più onestà sull’atto creativo di quanto molti artisti concedano in un’intera carriera. L’autenticità, per Vallardo, non è un certificato né un NFT né un archivio digitale. È una ferita minima e necessaria — qualcosa che è stato tolto dal mondo reale e trasferito nell’opera, con tutto il costo che questo comporta. Come se ogni pezzo unico richiedesse, per essere davvero unico, che qualcosa venisse sacrificato nella sua creazione.

Mi viene in mente — e il riferimento non è casuale, anche se viene da un territorio apparentemente lontano — la scena del Truman Show in cui Truman capisce che il sole è finto perché si rompe in modo sbagliato. L’autenticità si rivela sempre attraverso l’imperfezione, attraverso ciò che non può essere simulato perché costa troppo simularlo. La banconota ritagliata di Vallardo ha quella stessa qualità: non può essere fatta con una stampante, non può essere replicata digitalmente, non può essere certificata da nessun blockchain senza perdere la sua natura di oggetto fisico che è stato distrutto per essere creato. È autentica nel senso più arcaico del termine — da autos, sé stesso, e hentes, che fa, che agisce. Si autentica da sé, attraverso la propria irreversibilità.

Le monete come mappa del mondo

C’è un’altra dimensione della pratica di Vallardo che vale la pena esplorare, e che il soprannome — el artista de las monedas mundiales — suggerisce senza esaurire. Le banconote nei suoi quadri non sono casuali: vengono ritagliate nel paese in cui l’opera viene dipinta. Un’opera creata in Italia porta una banconota italiana. Una dipinta in Perù porta un sol peruviano. Una in Francia porta un euro francese — che è anche un euro tedesco e spagnolo e portoghese, il che dice già qualcosa di interessante sulla questione dell’identità monetaria nell’Europa contemporanea.

Questo significa che ogni opera è anche una mappa geografica della propria creazione — porta impressa nel corpo la storia del luogo in cui è nata, il territorio in cui Vallardo si trovava in quel momento del suo movimento perpetuo attraverso il mondo. Come i bocetos fusionados portano il nome del maestro con cui sono stati creati, le banconote portano il nome del paese in cui l’opera è venuta alla luce. L’opera non è solo di Vallardo: è di quel momento, di quel luogo, di quella valuta che in quel posto circolava di mano in mano prima di fermarsi, definitivamente, su una tela.

È una pratica che ricorda — per sottrazione, per contrasto — il modo in cui Morandi lavorava con gli stessi oggetti per tutta la vita: non per abitudine o mancanza di fantasia, ma perché capiva che la profondità non si raggiunge con la varietà ma con la fedeltà, con il ritorno continuo sulle stesse forme fino a esaurirne ogni possibilità nascosta. Vallardo fa il contrario: cambia paese, cambia valuta, cambia maestro con cui fondersi. Eppure il gesto è identico ogni volta — tagliare, incorporare, trasformare il replicabile in singolare. La forma varia, il metodo no. E il metodo è tutto.


Ciò che lo scanner non può mentire

Vallardo me lo dice con quella semplicità che ha la qualità del definitivo: “Quando qualcuno vuole contestare se un’opera è originale, si passa agli scanner. E lo scanner non ti mentirà mai: ti dice qual è la banconota originale e quale è la copia.” In questa fiducia nella macchina come garante dell’autenticità — in un’epoca in cui le macchine sono diventate il principale strumento di falsificazione, Vallardo ha trovato il punto cieco del sistema: la sola cosa che l’intelligenza artificiale non può replicare è la distruzione fisica di qualcosa di reale. Può copiare un’immagine, può simulare una pennellata, può generare un paesaggio o un ritratto con una precisione che fa paura. Ma non può tagliare una banconota che non possiede. Non può consumare qualcosa che non ha mai avuto tra le mani.

L’unicità, alla fine, non è una qualità estetica. È una qualità esistenziale. È il residuo di ciò che è costato — in tempo, in denaro, in presenza fisica in un posto preciso del mondo in un momento preciso della storia. È la traccia di un corpo che c’era, che ha fatto qualcosa di irreversibile, e che ha lasciato la prova di questa irreversibilità impressa nella superficie dell’opera per tutti gli scanner e tutti i secoli a venire. Vallardo taglia le sue banconote. È un po’ doloroso. Ma è quel dolore che le rende vere.

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