Franz Kline: il nero che occupa lo spazio e il gesto che diventa architettura
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Franz Kline: il nero che occupa lo spazio e il gesto che diventa architettura

Franz Kline: il nero che occupa lo spazio e il gesto che diventa architettura

La notte in cui tutto cambiò, Franz Kline stava guardando uno schizzo al proiettore. Non il proiettore di una sala cinematografica — l’episcopio, una macchina da lavoro, usata per ingrandire i disegni e trasferirli su tela. Aveva preso un piccolo studio a matita — una sedia, forse, o un tratto veloce che non aveva mai finito — e lo aveva proiettato sulla parete bianca. Quello che vide lo paralizzò: le linee nere, ingrandite fino a occupare un’intera parete, non erano più i contorni di un oggetto. Erano qualcos’altro. Erano se stesse.

Wilkes-Barre 1910 e la formazione figurativa

Franz Kline nasce il 23 maggio 1910 a Wilkes-Barre, Pennsylvania — una città mineraria dell’entroterra americano, lontana da New York, lontana dall’arte. Il padre muore suicida quando Franz ha sette anni; viene cresciuto da famiglie adottive diverse, con un’infanzia discontinua. Studia arte alla Boston University (1931-35) e poi alla Heatherly School of Fine Art di Londra (1937-38), dove si forma come pittore figurativo di tradizione europea: paesaggi, ritratti, scene di vita quotidiana.

Torna negli Stati Uniti nel 1938 e si stabilisce a New York. Per un decennio dipinge murale commerciali, illustrazioni, caricature — lavoro di sopravvivenza. La sua pittura personale è figurativa, influenzata dai post-impressionisti, dal Cenacolo di Robert Henri. Conosce Willem de Kooning intorno al 1943 — l’incontro che cambierà tutto, non nell’immediato ma nell’arco di anni. De Kooning lo introduce nel circuito del Cedar Tavern, nel dibattito sull’Espressionismo Astratto che sta emergendo intorno ai lavori di Pollock, Rothko, Motherwell.

Il 1949: l’episcopio come strumento di visione

Intorno al 1948-49 Kline usa l’episcopio per ingrandire piccoli bozzetti — una pratica comune tra i pittori muralisti dell’epoca. Proietta uno schizzo su carta su una parete bianca e vede quello che non aveva visto nella scala originale: che le linee nere, a quella dimensione, non descrivono più nulla. Non suggeriscono una sedia o un tram o un edificio. Sono pura energia nera su bianco.

Nero. Non il nero come colore di contorno — il nero come costruzione. Come architettura. Come il modo in cui una trave di acciaio occupa lo spazio non perché sia bella, ma perché deve esserci, perché tiene qualcosa su. Kline vede questo e capisce che tutta la sua pittura figurativa era un pretesto. Quello che aveva sempre voluto dipingere erano le travi. Non i ponti — le travi.

Nel 1950 abbandona la figurazione. Le prime opere astratte mostrano la transizione — qualche residuo di forma riconoscibile, qualche tentazione di narrare — ma già il corpus del 1950-51 è definitivo: pennellate nere ampie, cariche, quasi calligrafiche, su campo bianco. Gesti che occupano la tela con la stessa logica con cui una struttura di ferro occupa lo spazio fisico.

Chief (1950) e la questione della scala

La prima opera della maturità è Chief (1950, Museum of Modern Art, New York) — uno smalto nero su tela bianca, circa 150 × 200 cm. Il titolo viene da una locomotiva che Kline ricordava dalla Pennsylvania — non la locomotiva come immagine, ma il suo peso, la sua spinta, la quantità di spazio fisico che una macchina del genere sposta quando passa. Chief non descrive una locomotiva: ha la stessa massa, la stessa irreversibilità del movimento.

La scala è fondamentale. Kline lavora spesso su tele di grande formato — due metri, tre metri — e la grande dimensione non è scelta estetica ma necessità strutturale. Ciò che funziona a questa dimensione non funziona in piccolo: la fisicità del gesto si perde, l’architettura crolla. Molti degli studi preparatori — piccoli schizzi su pagine di giornale, veloci e carichi — sono bellissimi, ma quello che diventano sulla tela grande è un’altra cosa. Lo stesso gesto, su scala corporea, diventa un evento fisico.

Mahoning (1956, Whitney Museum of American Art, New York) è forse l’opera più esemplare della sua logica: travi nere che si incrociano su bianco, con una struttura che ricorda le armature metalliche dell’industria siderurgica della Pennsylvania in cui era cresciuto — non come citazione ma come sedimento, come memoria del corpo in un paesaggio industriale. Il titolo è il nome di una contea della Pennsylvania. Kline nominava i suoi quadri con toponomastica personale — non per illustrare, ma per ancorare.

La questione del colore

Negli ultimi anni della sua vita — dal 1958 circa fino alla morte nel 1962 — Kline reintroduce il colore. Non abbandona il bianco e nero, ma inizia a dipingere anche tele in cui il rosso, il verde, l’ocra entrano come elementi strutturali. Non sono opere di transizione: sono opere di espansione. La logica della pennellata-trave viene applicata al colore con la stessa intensità con cui era stata applicata al nero.

Alcuni critici dell’epoca videro questa svolta con sospetto — il bianco e nero di Kline era diventato la sua firma, la sua identità critica, e il colore sembrava una concessione. Ma guardando i lavori finali — Siegfried (1958), Dahlia (1959-60) — si vede che la struttura non è cambiata: la logica è la stessa, il colore è un altro modo di costruire, non un abbellimento. Come il campo di colore in Rothko è una presenza fisica nell’ambiente, la pennellata colorata in Kline è una trave di acciaio verniciata: non cambia funzione, cambia superficie.

1962 a cinquantuno anni

Franz Kline muore il 13 maggio 1962 a New York, a cinquantuno anni, di un’endocardite. Aveva avuto una carriera breve nella sua fase matura: dal 1950 al 1962, dodici anni. Era entrato nella storia dell’Espressionismo Astratto americano come una delle voci più riconoscibili — e più difficili da imitare. I seguaci di Kline tendono a produrre decorazione, non struttura: il gesto senza l’architettura è solo gesto, e il gesto di Kline senza la sua logica costruttiva è un’imitazione vuota.

Il corpus totale è distribuito in musei americani — il MoMA, il Whitney, il Philadelphia Museum of Art, la National Gallery of Art — e in misura minore in Europa. In Italia non ci sono raccolte significative di Kline, ma il suo lavoro è comparabile, per rigore della riduzione, a certi esiti della pittura analitica italiana degli anni Settanta: la stessa fiducia nella struttura del segno come contenuto sufficiente, senza bisogno di narrativa aggiuntiva. Come nell’arte concettuale il concetto pretende di essere sufficiente, nella pittura di Kline il gesto — nero su bianco, architettura sul vuoto — pretende di essere sufficiente. E lo è.

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