Il Greco biografia e opere
Storia dell'arte, Ultime notizie

Il Greco: il corpo che non riesce a stare dentro la tela

Il Greco: il corpo che non riesce a stare dentro la tela

Le figure del Greco (in spagnolo detto El Greco, da noi spesso italianizzato come il Greco) sembrano in procinto di uscire dal quadro — non lateralmente, non verso lo spettatore, ma verticalmente, verso l’alto, verso qualcosa che la tela non riesce a contenere. Sono corpi che si stirano, che si allungano oltre le proporzioni anatomicamente possibili, come se la carne avesse deciso che lo spazio fisico è troppo piccolo per quello che deve esprimere. È un’impressione che si ha fin dal primo momento davanti a un’opera originale. E poi si impiegano anni a capire da dove viene.

Heraklion, 1541: il punto di partenza

Domenikos Theotokopoulos nasce nel 1541 a Candia, la Creta veneziana. La sua formazione è quella di un pittore di icone bizantine — una tradizione in cui la figura umana non obbedisce alle leggi della prospettiva rinascimentale ma a quelle della gerarchia spirituale: più importante è il personaggio, più grande è la sua figura, indipendentemente dalla sua posizione nello spazio. È una grammatica radicalmente diversa da quella che troverà in Italia, e che non abbandonerà mai del tutto.

Arriva a Venezia probabilmente intorno al 1567 e lavora nella bottega di Tiziano, o almeno nella sua cerchia. L’impatto della pittura veneziana — il colore come materia primaria, la luce che modella la forma dall’interno, il non-finito come tecnica intenzionale — è immediato e definitivo. Non diventa veneziano: diventa qualcosa che non esisteva prima, un pittore che porta la frontalità ieratica delle icone nell’universo del colore veneziano.

Roma e il fallimento produttivo

Roma, dove arriva intorno al 1570, è una delusione relativa. Il Greco lavora nella bottega del cardinale Alessandro Farnese, frequenta gli ambienti del Manierismo romano, studia Michelangelo. I risultati sono discutibili: il suo rapporto con Michelangelo è antagonistico fin dall’inizio. Quando il papa commissiona il restauro del Giudizio Universale della Sistina, per coprire le nudità che lo scandalizzavano, El Greco si offre di rifare il tutto. Dice che lui lo farebbe meglio e con più decenza. La proposta non fu accettata, e lui non si fece molti amici.

Il soggiorno romano non produce grandi opere, ma chiarisce qualcosa: la pittura italiana — con la sua centralità della forma, della scultura, del disegno — non è il territorio in cui il Greco può diventare ciò che deve diventare. Serve un altro posto. Un posto dove la domanda non sia “come si disegna il corpo correttamente” ma “come si dipinge l’anima”.

Toledo: l’arrivo definitivo

Il Greco arriva a Toledo nel 1577, probabilmente per eseguire una pala d’altare per la cattedrale. Non tornerà mai più in Italia. Toledo è la città giusta: ha una corte ecclesiastica potente che commissiona opere di soggetto religioso, ha una comunità intellettuale cosmopolita (è presente anche una significativa comunità di conversos, ebrei convertiti, con cui il Greco avrà legami documentati), ha la luce dell’interno spagnolo — quella luce dura, senza compromessi, che non assomiglia alla luce veneziana e non assomiglia alla luce fiamminga.

Le opere toledane degli anni Ottanta e Novanta del Cinquecento sono il corpo principale del suo lavoro. Come Tintoretto, che aveva portato la pittura veneziana verso una verticalità drammatica quasi teatrale, il Greco porta la stessa spinta verso l’alto, ma la radicalizza fino al punto in cui la forma umana sembra liberarsi dalla gravità.

L’ossessione del sacro nell’età del dubbio

il Greco lavora nell’epoca della Controriforma: il Concilio di Trento (1545–1563) aveva dettato regole precise sull’arte religiosa — chiarezza narrativa, decoro, lontananza dall’ambiguità eretica. In teoria, la pittura doveva diventare più didattica e meno oscura. il Greco fa esattamente il contrario: dipinge il sacro come un’esperienza interiore incomprensibile, come qualcosa che accade al di là della comprensione razionale, come una luce che non si spiega ma si subisce.

Non è una posizione contestataria: il Greco era probabilmente sinceramente devoto. Ma la sua devozione era di un tipo che la pittura convenzionale dell’epoca non riusciva a contenere. Come Caravaggio, che negli stessi anni stava lavorando sull’impossibilità di dipingere il sacro senza passare attraverso il corpo fisico, il Greco stava affrontando lo stesso problema da direzione opposta: non il corpo che diventa sacro, ma il sacro che spezza il corpo.

L’Apertura del Quinto Sigillo: la distruzione della forma

L’Apertura del Quinto Sigillo (c. 1608–1614, Metropolitan Museum of Art, New York) è l’opera che porta più lontano il progetto del Greco. È grande — quasi quattro metri per due e mezzo — e mostra un momento dell’Apocalisse di Giovanni: le figure dei giusti morti chiedono vendetta, i vivi si torcono verso la luce. I corpi sono allungati al punto da sembrare quasi immateriali. Il colore — gialli, viola, verde acido — non ha nessuna logica naturalistica. Lo spazio è compresso, irrazionale. Non è un quadro che si guarda: è un quadro che si abita, e che abita chi lo guarda.

Picasso disse di aver visto quest’opera prima di dipingere Les Demoiselles d’Avignon. La connessione è controversa tra gli storici dell’arte, ma visivamente non è difficile da capire: c’è in IlGreco una disponibilità a smembrare la figura umana per scopi espressivi che anticipa il Cubismo di quasi tre secoli.

Il colore come teologia

Il Greco usa il colore in modo che non ha precedenti nella pittura europea del suo tempo. Non si tratta della sottrazione veneziana di Tiziano, né della durezza tenebrosa che verrà con Caravaggio. È qualcosa di diverso: colori che non esistono nella natura, che non corrispondono a nessuna fonte di luce reale, che sembrano emanare dall’interno dei corpi invece di riflettersi su di essi.

Il grigio-verdastro dei volti, il giallo acido dei manti, il viola che satura i fondi scuri — sono scelte che i contemporanei spesso attribuivano a un difetto visivo (si diceva che Il Greco fosse astigmatico, e che per questo vedesse le figure allungate). È una spiegazione che riduce a problema fisio-ottico quello che era una decisione pittorica precisa. Come Velázquez, che mezzo secolo dopo avrebbe usato il grigio e il nero come strumenti di una precisione quasi filosofica, Il Greco usa il colore come strumento di un’indagine che non è pittura nel senso tradizionale. È qualcosa di più vicino alla teologia, alla tentazione di dipingere ciò che non si può vedere.

L’eredità: tre secoli di silenzio, poi tutto in una volta

Il Greco muore a Toledo nel 1614. Per quasi tre secoli viene sostanzialmente dimenticato — considerato un pittore eccentrico, stilisticamente stravagante, difficile da collocare nelle narrative principali della storia dell’arte europea. La rivalutazione arriva alla fine dell’Ottocento, quando i pittori simbolisti e poi gli espressionisti tedeschi riconoscono in lui un precursore: qualcuno che aveva già fatto, nel 1590, quello che loro stavano cercando di fare nel 1890.

È la traiettoria tipica degli artisti che arrivano troppo presto: emarginati dai contemporanei, scoperti da chi viene dopo con un senso di familiarità che toglie il fiato. Il Greco non cercava il futuro. Cercava qualcosa di molto più antico — la luce delle icone bizantine, il senso del corpo come contenitore provvisorio per qualcosa che il corpo non riesce a contenere. Trovò qualcosa di entrambi, e qualcos’altro ancora. Il risultato è ancora lì, nelle sale del Prado, nel Museo del Greco a Toledo: quei corpi che non riescono a stare dentro la tela, che aspirano verso qualcosa che il quadro non può mostrare ma solo suggerire.

SOSTIENI GRATUITAMENTE IL PROGETTO DI ITALIAN ART JOURNAL SEGUENDOCI SU FACEBOOK E SU INSTAGRAM

PER VEDERE LE NOSTRE PRODUZIONI MEDIA SEGUI ANCHE ARTING AROUND SU FACEBOOKINSTAGRAM TIKTOK.

CLICCA QUI PER CONOSCERE TUTTI I SERVIZI DI COMUNICAZIONE CHE OFFRIAMO AD ARTISTI, CURATORI E GALLERISTI

PER TE È GRATIS, PER NOI È ESTREMAMENTE IMPORTANTE! GRAZIE MILLE!

Potresti essere interessato anche a...