Egon Schiele: vita, corpo e morte di un pittore scomodo
Storia dell'arte, Ultime notizie

Egon Schiele: vita, corpo e morte di un pittore scomodo

Egon Schiele: vita, corpo e morte di un pittore scomodo

Ci sono figure umane che non si guardano. Si subiscono. Si sente che bruciano anche attraverso un vetro, anche a distanza di cent’anni, anche in una riproduzione su uno schermo qualunque: le articolazioni spezzate, le dita come radici, la carne che sembra sempre sul punto di tradire il proprio confine. Egon Schiele è uno di quei pittori che non lasciano la stanza dopo che li hai visti entrare.

Il corpo come unica lingua possibile

Schiele nasce nel 1890 a Tulln an der Donau, Austria, da un padre ferroviere che muore di sifilide quando il figlio ha quattordici anni. È un dettaglio che si è tentati di usare troppo facilmente — il trauma come spiegazione, la biografia come chiave di tutto — e invece bisogna resistergli. Perché l’ossessione di Schiele per il corpo non è una risposta al lutto. È qualcosa di più radicale: è la convinzione che il corpo sia l’unico luogo in cui la verità non possa essere falsificata.

Non esiste, nella sua produzione, nulla che si possa chiamare bello nel senso convenzionale. Esistono figure che resistono. Che non si prestano allo sguardo in modo docile. Ogni soggetto che ritrae — e si ritrae decine di volte da solo, in ogni postura immaginabile — sembra protestare contro il fatto di essere visto. E questa protesta è, paradossalmente, la forma più intensa di presenza.

Diverso dalla leggerezza decorativa di Kandinsky, che cercava la trascendenza nel colore; diverso dalla frammentazione di Picasso, che distruggeva il corpo per rifarlo da capo. Schiele invece lo lascia intero e lo deforma dall’interno, come se la pressione venisse da sotto la pelle.

L’autoritratto come atto estremo

L’opera che lo definisce non è un singolo quadro. È un gesto ripetuto: l’autoritratto.

Schiele si ritrae in oltre centocinquanta autoritratti nel corso di una vita di appena ventotto anni. Non lo fa per narcisismo — o almeno non solo per quello. Lo fa perché il proprio corpo è il soggetto più disponibile, il laboratorio sempre aperto, il materiale che non può essere portato via o rifiutato. E ogni volta che si ritrae, c’è qualcosa di violento nell’atto: un’esposizione che non chiede permesso, uno sguardo rivolto verso sé stessi che non concede indulgenza.

Autoritratto con lanterna cinese (1912): la mano destra sollevata come in un gesto che non si sa se stia prendendo o cedendo qualcosa. Gli occhi aperti in un modo che non è paura ma le assomiglia. Le dita — sempre quelle dita, ossa ricoperte appena di pelle — che puntano verso uno spazio fuori campo. C’è una qualità di Heidegger in questo: il corpo che si scopre in-der-Welt-sein, nel mondo, esposto, ineluttabile. Senza possibilità di sottrarsi.

Quello che distingue Schiele da Modigliani — un altro pittore ossessionato dalla figura umana, un altro che morì troppo presto — è l’assenza di mediazione estetica. Modigliani trasforma il dolore in eleganza: i colli lunghi, gli occhi vuoti, la malinconia stilizzata. Schiele non trasforma niente. Espone.

Vienna, Klimt e l’impossibilità di restare innocenti

Nel 1907, a sedici anni, Schiele incontra Gustav Klimt. L’incontro è decisivo non perché Klimt diventi un modello, ma perché diventa uno specchio nel quale Schiele capisce che cosa non vuole essere. Klimt è il grande pittore della superficie: l’oro, il decorativo, la sensualità come ornamento. Una bellezza che protegge anziché rivelare.

Schiele prende il soggetto di Klimt — il corpo femminile, l’eros, il tabù — e lo spoglia di ogni protezione. Le sue donne sono nude in modo diverso da come sono nude le donne di Klimt: non hanno la corazza del bellissimo intorno a loro. Sono semplicemente presenti, con tutto il peso di questo.

A ventidue anni viene arrestato per oscenità. Trascorre ventiquattro giorni in carcere. Quando esce, disegna il letto di prigione, le proprie mani attraverso le sbarre, l’arancio che aveva sulla scrivania. Come se non potesse smettere. Come se il gesto del disegnare fosse l’unico modo che conosceva per confermare di essere ancora lì.

Perché brucia ancora

Schiele muore il 31 ottobre 1918, tre giorni dopo sua moglie Edith, stroncati entrambi dalla pandemia di spagnola. Ha ventotto anni. Ha lavorato ininterrottamente per meno di un decennio. In quel tempo ha prodotto qualcosa come tremila opere tra disegni e dipinti.

La domanda che rimane, cent’anni dopo, è perché il suo lavoro continui a disturbare. Non nel senso di offendere — siamo abituati a ben di peggio — ma nel senso profondo: di toccare qualcosa che non si riesce a mettere a distanza. La risposta è probabilmente questa: Schiele dipinge il corpo come esperienza soggettiva, non come oggetto estetico. Dipinge dall’interno. E dall’interno, il corpo non è mai bello nel senso rassicurante — è sempre sul confine tra la vita e il suo contrario.

Nelle sue figure, come in certe pagine di Rilke, si sente che la bellezza e la morte sono due nomi per la stessa soglia. E che attraversarla, anche solo con lo sguardo, cambia qualcosa in chi guarda.

Rimane.

SOSTIENI GRATUITAMENTE IL PROGETTO DI ITALIAN ART JOURNAL SEGUENDOCI SU FACEBOOK E SU INSTAGRAM

PER VEDERE LE NOSTRE PRODUZIONI MEDIA SEGUI ANCHE ARTING AROUND SU FACEBOOKINSTAGRAM TIKTOK.

CLICCA QUI PER CONOSCERE TUTTI I SERVIZI DI COMUNICAZIONE CHE OFFRIAMO AD ARTISTI, CURATORI E GALLERISTI

PER TE È GRATIS, PER NOI È ESTREMAMENTE IMPORTANTE! GRAZIE MILLE!

Potresti essere interessato anche a...