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La Pietà di Michelangelo: il marmo, la madre e la morte

La Pietà di Michelangelo: il marmo, la madre e la morte

C’è una differenza tra guardare qualcosa e trovarsi al suo cospetto. La differenza non è misurabile in distanza fisica. È una qualità dell’esperienza: quella sensazione di essere visti da ciò che si guarda, come se l’opera avesse un’intenzione nei tuoi confronti. Con la Pietà di Michelangelo accade questo.

La presenza prima dell’analisi

La scultura fu commissionata nel 1497 dal cardinale Jean Bilhères de Lagraulas per la propria cappella funeraria in San Pietro a Roma. Michelangelo aveva ventidue anni. Completò l’opera in meno di due anni — con una velocità che oggi stupisce, data la complessità tecnica e la perfezione della finitura. Il cardinale morì prima di vederla installata. La scultura finì al centro di tutto ciò che era destinata ad accompagnare nel silenzio.

Il soggetto è cristologico, si dirà. La Vergine Maria che regge il corpo di Cristo deposto dalla croce — uno dei temi più rappresentati nell’arte cristiana medievale. Ma la versione di Michelangelo non somiglia a nessuna precedente. Non perché sia più bella — quella è una misura che scivola. Ma perché è radicalmente sola nel suo modo di affrontare il problema centrale: come rappresentare il dolore che non ha misura.

Il corpo: peso, abbandono, geometria

Il primo problema tecnico che Michelangelo dovette risolvere fu fisico. Come sistemare il corpo adulto di un uomo sulle ginocchia di una donna in posizione seduta senza che la composizione risultasse goffa o instabile? La soluzione fu geniale: allargare la figura della Madonna in modo che le sue vesti creino una base piramidale ampia, nascondendo la vera dimensione del suo corpo. La struttura è architettonica prima che umana.

Ma il risultato di questa soluzione tecnica produce qualcosa di più — produce il senso che il corpo di Cristo stia davvero abbandonandosi, stia cedendo al peso, stia dissolvendosi nella materia. La mano sinistra di Maria che sostiene il torso, il braccio del figlio che cade verso il basso, le dita aperte in un gesto che non è più in grado di stringere nulla: ogni dettaglio converge verso la stessa verità fisica. Il peso di un corpo morto è diverso dal peso di un corpo addormentato. Michelangelo sapeva come rendere questa differenza nel marmo.

Quiete. Questa è la parola che viene prima di ogni altra. Non pace — quiete. La pace ha qualcosa di risolto; la quiete ha qualcosa di assoluto. È la quiete delle cose che non cambieranno più.

La giovinezza della Madonna: un’invenzione necessaria

Il secondo scandalo della Pietà, dopo la perfezione tecnica, è l’età della Madonna. In tutte le rappresentazioni precedenti — e in quelle successive di altri artisti — Maria appare come una donna matura, segnata dall’età e dalla perdita. Qui invece ha il viso di una ragazza. Qualcuno dei contemporanei lo notò, e Michelangelo rispose con argomenti teologici: la purezza preserva dall’invecchiamento.

Ma l’effetto nell’opera è tutt’altro che teologico. È emotivo, quasi crudele nella sua precisione. Maria non sembra sopravvissuta a qualcosa — sembra coinvolta in qualcosa che sta accadendo adesso, per la prima volta, senza la protezione dell’abitudine al dolore. Il volto è quello di chi non capisce ancora completamente. Non è la madre che ha pianto cento volte — è la madre al momento in cui capisce.

Confrontata con la serenità armoniosa che Raffaello avrebbe costruito negli stessi anni nelle sue Madonne, la giovinezza di Maria nella Pietà ha qualcosa di deliberatamente disturbante: dove Raffaello porta equilibrio, Michelangelo porta la soglia — il momento prima che l’equilibrio ceda.

Il marmo come paradosso

La Pietà è intagliata nel marmo di Carrara: la pietra più fredda, più dura, più distante dalla carne. Eppure la superficie levigata della pelle di Maria e del corpo di Cristo ha quella qualità traslucida, quasi viva, che il marmo bianco produce quando lavorato a specchio. La luce penetra nello strato superficiale del marmo e si diffonde dall’interno — esattamente come la luce attraversa la pelle umana.

Non è un’illusione casuale. Michelangelo levigò la superficie fino al quinto giorno, usando tecniche che erano già note ma che nessuno aveva mai portato a quel livello di raffinatezza. Il paradosso è insostenibile: la materia più inerte imita il tessuto più vivo. La morte imita la vita nel gesto di contenerla.

Si racconta che Michelangelo, sentendo che qualcuno attribuiva l’opera a un altro scultore, tornò di notte nella cappella e incise il suo nome sulla fascia che attraversa il petto della Madonna: MICHAEL ANGELUS BONAROTUS FLORENT FACIEBAT. Fu l’unica opera che firmò. E se ne pentì immediatamente — lo disse lui stesso. Come se il nome inciso avesse interrotto qualcosa che la scultura aveva di autonomo.

Cosa ci dice ancora

Una madre che non lascerà andare. Un figlio che non potrà tornare. Il patrimonio romano è pieno di opere che affrontano la morte con distanza eroica o con consolazione religiosa. La Pietà non fa né l’una né l’altra cosa. Non consola. Non eroicizza. Mette semplicemente davanti al fatto — il fatto più elementare e meno accettabile che esista.

Rilke scrisse che la bellezza non è nient’altro che l’inizio di un terrore che siamo ancora in grado di sopportare. La Pietà si trova esattamente su quella soglia: bellissima nel modo preciso in cui le cose sono belle quando non si può fare nient’altro che guardare.

Il marmo non scalda. Non cambia. Non cede. Eppure — e forse è questo il punto — non si riesce a smettere di guardare come se dovesse.

Foto: Raffaella Troiano via Pexels

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