Biennale Cinema 2026: tutto quello che sappiamo sulla 83ª Mostra di Venezia
Foto uff. stampa Biennale di Venezia
Venezia, settembre. C’è qualcosa di irreversibile in questa combinazione di parole — qualcosa che appartiene alla memoria del cinema mondiale con la stessa necessità con cui Cannes appartiene a maggio e Berlino a febbraio. Ma Venezia ha sempre avuto una qualità diversa, più silenziosa e più antica delle altre: quella di essere una città che è già, di per sé, una scenografia del tempo che passa, dell’acqua che corrode e consuma, della bellezza che sopravvive nonostante tutto — o forse grazie a tutto. Non è un caso che il più vecchio festival cinematografico del mondo si tenga qui. Non è mai stato un caso.
Il 23 luglio 2026 — una settimana fa, mentre scriviamo — Alberto Barbera e Pietrangelo Buttafuoco hanno presentato il programma completo dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, in calendario al Lido dal 2 al 12 settembre 2026. Quello che emerge è un’edizione densa, ambiziosa, con cinque italiani in concorso, una giuria di alto profilo, due Leoni alla carriera che faranno discutere, e qualche sorpresa che nemmeno i bene informati si aspettavano — tra cui un documentario sugli Oasis con i fratelli Gallagher in carne e ossa sul red carpet.
Il concorso: 20 film, 62 paesi, cinque italiani per Venezia 83
Il cuore della Mostra è il concorso, e quest’anno il concorso ha una dimensione quantitativa precisa: 20 lungometraggi in competizione per il Leone d’Oro, provenienti da 62 paesi, presentati tutti in prima mondiale assoluta. È un numero che Barbera ha costruito con la consueta cura per gli equilibri geografici e generazionali — grandi ritorni accanto a prime partecipazioni, cinematografie consolidate accanto a voci emergenti, film di genere accanto ad esperimenti formali.
Il film di apertura è Ink di Danny Boyle — il regista di Trainspotting e Slumdog Millionaire torna a Venezia con una produzione britannica con Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy. A chiudere la Mostra fuori concorso sarà invece Dio ride di Giovanni Veronesi. Le serate inaugurale e conclusiva saranno condotte da Greta Scarano e Nicolas Maupas.
Il concorso internazionale riunisce nomi che basterebbero da soli a giustificare il viaggio: Werner Herzog con Bucking Fastard, Hirokazu Kore-eda con Look Back, Lee Chang-dong con Possible Love, Martin McDonagh con Wild Horse Nine, Shinya Tsukamoto con Mr. Nelson, Did You Kill People?, Florian Zeller con Bunker, Casey Affleck al suo esordio alla regia con Company — interpretato da Nick Nolte e Ben Mendelsohn. E ancora Stéphane Brizé, l’iraniano Ali Asgari, il francese Nicolas Pariser, l’ucraino Ilya Khrzhanovsky con Dau. L’unica regista donna in concorso è la danese May el-Toukhy con Woman Unknown — un dato che non è passato inosservato alla critica e che ha già aperto un dibattito sulla rappresentanza femminile nella selezione.
L’Italia: il riscatto dopo Berlino e Cannes
Ma il dato più rilevante per il cinema italiano — e quello che ha generato più discussione nei giorni successivi alla conferenza stampa — è la presenza di cinque titoli italiani in concorso. Dopo l’assenza pressoché totale del cinema italiano da Berlino e Cannes 2026, Venezia si trasforma in un riscatto collettivo e in un banco di prova decisivo.
Il nome più atteso è quello di Nanni Moretti con Succederà questa notte. Moretti mancava dal concorso veneziano dal 1985, quando presentò La messa è finita — quarant’anni di assenza che rendono questo ritorno qualcosa di più di un semplice rientro. La critica si divide già: c’è chi aspetta Moretti come si aspetta un vecchio maestro che ha ancora qualcosa da dire, e chi teme l’autocompiacimento di chi sa già di essere un monumento.
Edoardo De Angelis porta in concorso Il fuoco che ti porti dentro, con Vanessa Scalera — una storia di resa dei conti tra madre e figlio durante una cena della vigilia, ispirata all’omonimo libro-omaggio di Antonio Franchini alla madre. Un film sull’amore familiare che brucia senza consumarsi, in quella zona di confine tra l’affetto e la violenza emotiva che il cinema italiano sa raccontare con una precisione che pochi altri hanno.
Andrea Pallaoro presenta The Echo Chamber, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci — una storia largamente autobiografica che porta tutta la sofferenza degli ultimi anni di vita del grande regista bolognese, interpretata da Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. Un film che è già, prima ancora di essere visto, un documento storico sul cinema italiano del Novecento.
Marco Bechis torna con Ritorno a Buenos Aires, che riprende i temi di Garage Olimpo — la dittatura argentina, la memoria, il trauma — in un film di finzione basato sulla sua esperienza personale. Paolo Strippoli, alla sua prima partecipazione in concorso, porta L’estranea, con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi: la caduta di una famiglia dell’imprenditoria barese, tra segreti, bugie e orrore familiare.
Come abbiamo raccontato nell’approfondimento sulla Biennale Arte 2026 e il suo anno straordinario, il 2026 veneziano è già un anno che entrerà nella storia della Biennale — e la Mostra del Cinema si inserisce in questo contesto con tutta la sua capacità di amplificare, riflettere e complicare il presente.
La giuria, i Leoni alla carriera e le sorprese
La giuria del concorso principale sarà presieduta da Maggie Gyllenhaal — attrice e regista, autrice del folgorante La figlia oscura del 2021. Con lei siedono il musicista Daniel Blumberg, la regista tunisina Kaouther Ben Hania, lo storico del cinema Francesco Casetti, il regista francese Xavier Giannoli, la regista afgana Shahrbanoo Sadat e il leggendario regista hongkonghese Johnnie To. Una giuria che promette di non fare scelte prevedibili.
I Leoni d’Oro alla carriera vanno a George Clooney ed Ellen Burstyn — una coppia che non potrebbe essere più diversa nel percorso, ma che condivide quella qualità rara di chi ha saputo costruire una carriera lunga senza mai smettere di rischiare.
E poi ci sono le sorprese. Luca Guadagnino porta fuori concorso Joie de vivre, un documentario di sette ore su Bernardo Bertolucci. Sette ore. Come se Guadagnino avesse deciso che non esiste lunghezza sbagliata quando il soggetto è abbastanza grande. La serie Peccato della HBO, interamente costruita su Emanuela Fanelli, andrà a Venezia prima che arrivi sugli schermi. E i fratelli Noel e Liam Gallagher arriveranno in persona al Lido per presentare Oasis: Don’t Look Back in Anger — il documentario sulla reunion della band britannica più amata e più tormentata degli anni Novanta, che diventa così l’evento mediatico più atteso della Mostra.
Venezia 83 e una frase che racchiude la sua essenza
C’è una frase che Barbera ha pronunciato nella conferenza stampa del 23 luglio e che vale la pena riportare nella sua interezza, perché dice qualcosa di essenziale sull’idea di cinema che questa edizione vuole difendere: “Tutti i maggiori problemi del contemporaneo si trovano riflessi nei film che non si accontentano di essere semplice cronaca, ma si traducono in storie e narrazioni elaborate attraverso il linguaggio più potente che esista, quello del cinema.”
Non è retorica. È una dichiarazione di metodo — quella convinzione che il cinema, quando funziona davvero, non documenta il mondo ma lo trasforma in conoscenza. Guerre, migrazioni, crisi ambientali, trasformazioni tecnologiche, conflitti familiari — Venezia 83 guarda al presente attraverso storie che non si lasciano ricondurre a una linea tematica unitaria, che non offrono consolazioni facili, che pretendono attenzione e resistenza da chi le guarda.
Dal 2 settembre, il Lido torna a essere il posto del mondo in cui il cinema mostra quello che sa fare quando nessuno lo obbliga a fare altro.
I biglietti saranno disponibili online sul sito della Biennale a partire da metà agosto. Vale il viaggio — come sempre.
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