Il Bicentenario de América torna a Lima: 600 artisti, 17 paesi e un museo che non si ferma mai
C’è un progetto che è nato in piena pandemia — nel momento in cui il mondo aveva chiuso ogni frontiera, bloccato ogni movimento, imposto il silenzio alle piazze e ai musei — e che proprio da quel momento di chiusura totale ha tratto la propria ragione di esistere. Il Bicentenario de América, la Cruzada y Museo Itinerante del Continente Americano ideata e organizzata dal maestro honduregno Jaime Vallardo Chávez, ha aperto a Lima la sua 13ª edizione con un’energia e una portata che confermano quello che, cinque anni fa, sembrava un sogno difficile da sostenere: che l’arte possa davvero muoversi senza passaporto, che la memoria dei popoli americani possa trovare forma in un museo che non ha sede fissa ma ha radici ovunque.
La mostra è ospitata fino al 28 giugno presso il Centro Cultural Sérvulo Gutiérrez di Jesús María, uno degli spazi più significativi di Lima per la storia dell’arte peruviana — e il nome non è casuale: Sérvulo Gutiérrez, pittore autodidatta, figlio del popolo, è esattamente il tipo di artista che il Bicentenario vuole onorare. Più di 600 artisti provenienti da 17 paesi hanno risposto alla convocatoria di questa edizione, dispiegando un ventaglio di espressioni che va dalla pittura alla scultura, dalle installazioni interattive alla performance. Non una fiera, non un salone commerciale: un atto collettivo di memoria e di presenza.
Un continente intero in un solo spazio
La geografia del Bicentenario 2026 è di per sé una dichiarazione politica. Per il Perù partecipano figure di primo piano come Víctor Delfín, Bruno Portuguez e Miguel Brenner — nomi che nel contesto dell’arte latinoamericana portano con sé decenni di ricerca e di riconoscimento internazionale. Accanto a loro, artisti da Brasile, Argentina, Stati Uniti, Honduras, El Salvador, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Ecuador, Uruguay, Bolivia, Cile e Paraguay confermano il carattere continentale del progetto.





Ma la novità che più di ogni altra segna questa edizione è l’ulteriore allargamento della mappa: Spagna, Francia, Inghilterra, Italia, Portogallo, Taiwan, India, Serbia, Romania e Marocco sono presenti, trasformando il Bicentenario da progetto panamericano a fenomeno genuinamente intercontinentale. Ogni artista partecipante ha ricevuto la propria credenziale ufficiale come Ambasciatore dell’Arte d’America per il paese che rappresenta — un riconoscimento simbolico che vale più di molti premi istituzionali, perché non separa ma connette.
Il sostegno istituzionale di questa edizione è altrettanto significativo: la Municipalidad de Jesús María e due musei di primissimo piano — il MAXXI di Roma e il Museo Amano di Lima — hanno affiancato il progetto, conferendogli una legittimità che cinque anni fa sarebbe stata difficile da immaginare per un’iniziativa nata in piena emergenza sanitaria. Come abbiamo raccontato nel nostro approfondimento sul Bicentenario e sulla sua traiettoria internazionale, il percorso di Vallardo è uno di quegli esempi rari in cui la visione precede il sistema — e il sistema, alla fine, arriva a riconoscerla.
Artisti Patrimonio e nuovi Ambasciatori dell’arte d’America
Tra i momenti più densi di questa inaugurazione, il conferimento di due tipologie di riconoscimento che il Bicentenario ha sviluppato nel tempo come parte integrante della propria identità curatoriale. I pittori peruviani José Ricaldi e Juan Antonio Trujillo Ramírez hanno ricevuto il titolo di Ambasciatori dell’Arte d’America, distinzione onorifica riservata ad artisti le cui opere si ispirano ai processi indipendentisti del continente — una scelta che non è mai decorativa, ma sempre radicata nella storia.
Altrettanto commovente l’assegnazione del titolo di Artista Patrimonio d’America ad artisti scomparsi il cui lascito continua a illuminare la storia culturale del continente. Tra i peruviani, Tilsa Tsuchiya (1928–1984) e Pancho Fierro (1807–1879) — quest’ultimo già protagonista di un boceto fusionado di Vallardo, come abbiamo raccontato nel nostro focus sulla pratica delle fusioni — ricevono un riconoscimento postumo che li restituisce alla memoria collettiva latinoamericana. Insieme a loro, artisti brasiliani come Mestre Vitalino e Marcos de Souza, la boliviana Marina Núñez del Prado, l’argentina Manuela Cesaratto e altri ancora da Colombia, Honduras ed Ecuador compongono una galleria di presenze che il tempo non ha cancellato.
Lima, poi Roma, poi il mondo
Il Bicentenario de América non finisce a Lima. La agenda del museo itinerante prevede tappe a Roma, Parigi e Colombia, confermando quella vocazione di movimento continuo che è, insieme, il metodo e il messaggio del progetto. Un museo che cammina è un museo che vive — e che non può essere ignorato, archiviato, dimenticato in un deposito.
Vallardo — che come ricordiamo nella nostra intervista esclusiva conduce questo progetto con la stessa energia con cui gestisce la propria carriera artistica, tra lingue diverse, frontiere diverse, linguaggi diversi — ha costruito in cinque anni qualcosa che i grandi sistemi istituzionali faticano a produrre in cinquanta: un luogo di incontro autentico, in cui la storia del continente americano si trasforma in creazione e la creazione in eredità condivisa.
Il Bicentenario de América dimostra, edizione dopo edizione, che non esiste museo più vivo di quello che non ha ancora smesso di camminare.
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