La Ronda di notte di Rembrandt: luce come gesto politico
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Rembrandt: la luce che invecchia e il ritratto come atto di sopravvivenza

Rembrandt: la luce che invecchia e il ritratto come atto di sopravvivenza

Il problema con Rembrandt è che lo si conosce troppo presto. Lo si vede nelle dispense di storia dell’arte al liceo, nelle riproduzioni da poster, nei libri di divulgazione. E poi, la prima volta che si sta davanti a un suo quadro vero — al Rijksmuseum di Amsterdam, alla National Gallery di Londra, all’Ermitage — ci si accorge che non si sapeva nulla. Che la riproduzione non trasmette la superficie, la materia, lo strato di vernice che cattura la luce in modo diverso a seconda di dove ci si trova nella stanza. Che invecchiare, nella pittura di Rembrandt, non è una metafora.

Leida 1606 e la formazione accelerata

Rembrandt Harmenszoon van Rijn nasce il 15 luglio 1606 a Leida, settimo dei dieci figli di un mugnaio. La famiglia è agiata — non ricca, ma in grado di permettersi un’educazione. Rembrandt frequenta la scuola latina, si iscrive all’università di Leida ma la abbandona quasi subito per studiare pittura con Jacob van Swanenburgh — pittore di vedute architettoniche, soggetti italianizzanti, paesaggi infernali. Non è una formazione straordinaria, ma è il contesto che conta: la Leida protestante del Seicento è una città di mercanti, stampatori, intellettuali, con una cultura visiva raffinata e una domanda di ritratti enorme.

Nel 1624-25 va ad Amsterdam per studiare sei mesi con Pieter Lastman, il pittore più importante della Olanda del periodo per i soggetti storici e biblici. Lastman gli insegna la composizione narrativa, l’organizzazione delle figure nel gruppo, il dramma teatrale applicato alla pittura. Rembrandt prende tutto questo e lo porta a un livello che Lastman non aveva immaginato. Torna a Leida e comincia a produrre opere che sorprendono per la qualità già a vent’anni.

Amsterdam e la Ronda di notte

Si trasferisce stabilmente ad Amsterdam nel 1631. La città è allora il centro finanziario del mondo: la Compagnia delle Indie Orientali, le banche, il porto, il commercio internazionale hanno fatto di Amsterdam la metropoli più ricca d’Europa. C’è una borghesia mercantile prospera, colta, con un gusto per la propria immagine — e dunque una domanda enorme di ritratti, sia individuali sia di gruppo.

Il ritratto di gruppo era un genere specificamente olandese del Seicento: le commissioni venivano da corporazioni, compagnie militari civili, confraternite, ospedali — gruppi di persone che volevano essere ritratti insieme, ciascuno ben visibile, in genere in fila o seduti intorno a un tavolo. La soluzione convenzionale era quella di raffigurare tutti i committenti alla stessa dimensione, sullo stesso piano, ben illuminati. Funzionale, onesta, noiosissima.

Nel 1642 Rembrandt dipinge la Ronda di notte (Rijksmuseum, Amsterdam) — il ritratto di gruppo della Compagnia del Capitano Frans Banninck Cocq — e rompe tutte le regole. Le figure non sono in fila: sono in movimento, alcuni in primo piano, alcuni in ombra, uno che emerge dal buio, una bambina in mezzo all’azione. La luce non illumina equamente tutti i commissari: illumina quello che vuole illuminare, lasciando in penombra alcuni dei pagatori. Il risultato è una composizione cinematica — una scena che sembra colta in un momento reale, con la casualità e la vitalità del movimento umano — che è radicalmente diversa da tutto quello che il genere aveva prodotto fino a quel momento.

Si è a lungo discusso se i committenti fossero soddisfatti o meno. La tradizione romantica vuole che Rembrandt abbia deluso i commissari e che questo abbia segnato l’inizio della sua declino commerciale. Non è esattamente così — il declino ha cause più complesse — ma è vero che dopo il 1642 il numero delle sue commissioni diminuisce. Non perché la sua pittura peggiori: perché il gusto della committenza olandese si muove in una direzione diversa, più sobria, più vicina alla nitidezza fiamminga di Vermeer, mentre Rembrandt va in direzione opposta — verso una pittura sempre più densa, sempre più materica, sempre meno leccata.

La luce: il chiaroscuro come interrogazione

La luce di Rembrandt non è la luce di Caravaggio. Caravaggio usa la luce come dramma teatrale: il buio è totale, la luce è un riflettore che taglia il buio con precisione chirurgica, le figure emergono con contrasto brutale. Rembrandt usa la luce come atmosfera: non c’è mai buio totale, c’è una penombra calda in cui le figure sono avvolte, da cui emergono con gradualità, con sfumature che cambiano in ogni punto della superficie. La differenza è quella tra una lampadina nuda e una candela.

Questa luce ha una funzione psicologica specifica: fa della figura ritrattata una presenza, non solo un’immagine. I ritratti di Rembrandt sembrano persone che pensano — non persone che posano. La luce illumina il volto in modo da rendere visibili le pieghe della pelle, le ombre sotto gli occhi, il peso dell’età sul viso. Non è una luce lusinghiera: è una luce che dice la verità, con la delicatezza di chi rispetta il soggetto ma non lo mente. Il colore come vettore di emozione trova in Rembrandt una delle sue applicazioni più sofisticate: i rossi scuri, i bruni caldi, i gialli ocra non sono scelte decorative — sono la temperatura emotiva di ogni ritratto.

Gli autoritratti: una vita dipinta per sé

Rembrandt ha dipinto più di ottanta autoritratti nell’arco di quarant’anni — dalla giovinezza alla vecchiaia. È la serie più lunga della storia dell’arte, più di Van Gogh, più di Cézanne. Non è narcisismo: è studio. Il proprio viso era il modello più economico e sempre disponibile, il soggetto più onesto su cui sperimentare espressioni, luce, tecniche pittoriche.

Ma anche la lettura psicologica non è sbagliata. Guardare la serie cronologica degli autoritratti di Rembrandt è una delle esperienze più intense che la pittura possa offrire: il giovane sicuro di sé degli anni Trenta, il pittore di successo degli anni Quaranta, l’uomo che ha perso la moglie Saskia (1642), poi il figlio Titus (1668), poi tutto il denaro — e che a sessant’anni si ritrae con occhi che guardano non il ritratto ma qualcosa al di là. Non è la vetrina di una carriera: è il diario di una vita.

Il fallimento e Amsterdam ebraica

Nel 1656 Rembrandt è costretto a dichiarare bancarotta. La casa di Amsterdam, la collezione d’arte che aveva accumulato — dipinti, stampe, oggetti esotici, armature — venduta all’asta. Si trasferisce in un quartiere più umile, nel Jordaan. La sua compagna Hendrickje Stoffels e il figlio Titus aprono una bottega d’arte per poterlo pagare come “dipendente” e proteggerlo dai creditori.

Il quartiere in cui abitava era lo Jodenbuurt — il quartiere ebraico di Amsterdam. I suoi vicini erano ebrei sefarditi rifugiati dalla Spagna e dal Portogallo, ebrei ashkenaziti dalla Germania e dalla Polonia. Spinoza era nato lì. Rembrandt li frequentava, li dipingeva — alcune delle sue opere più belle e meno citate sono ritratti di anziani ebrei che sembrano patriarchi biblici, non perché fossero scelti per sembrare tali, ma perché Rembrandt li guardava come individui e la loro storia emergeva da sola.

L’ultima pittura: la materia come confessione

Gli ultimi dipinti — quelli degli anni Sessanta, fino alla morte nel 1669 — sono le opere in cui la tecnica si trasforma in qualcosa che non ha un nome preciso. La superficie è densa, stratificata: il colore è applicato a spatola, a dito, con un pennello carico in modo anomalo. Il risultato non è pittoricamente “finito” nel senso tradizionale del termine — si vede il lavoro, si vede il processo. Ma è più vivo di qualsiasi opera rifinita.

La Sindrome ebraica (1665), il Ritorno del figliol prodigo (Ermitage, San Pietroburgo), i due grandi autoritratti degli ultimi anni al Kenwood House e agli Uffizi — sono opere che non hanno equivalenti nella pittura europea del Seicento. Quello che Rembrandt aveva trovato, nelle ultime opere, era qualcosa che la pittura successiva — gli impressionisti, Van Gogh, Cézanne — avrebbe impiegato due secoli a recuperare: la superficie come confessione, il segno come traccia del corpo, la pittura come documento di una vita vissuta. Come l’Impressionismo ha trasformato la percezione della luce in soggetto artistico, Rembrandt ha trasformato il tempo — il tempo che passa, che invecchia, che pesa — in materia pittorica.

 

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