Dalla parte di Laika, dell'arte, della civilità - Editoriale IAJ
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Dalla parte di Laika, dell’arte, della civilità – Editoriale IAJ

Dalla parte di Laika, dell’arte, della civilità – Editoriale IAJ

Martedì 27 ottobre, in via del Sudario 39, a Roma (RM), nel cuore del centro storico, alla Galleria Rosso20sette sono entrati degli incappucciati vestiti di nero con le bombolette in mano. Le cronache non concordano sul numero, tre o quattro persone, né sulla portata del danno: l’ANSA parla di tutte le opere imbrattate, altre ricostruzioni di quindici lavori su venti. Concordano su tutto il resto. Il gallerista Stefano Ferraro è stato minacciato e bloccato mentre i vandali rovinavano la mostra The Collapse of Democracy – States of Injustice, Chapter 2 della street artist Laika, aperta il 10 ottobre e in programma fino al 14 novembre.

Diciamolo subito, perché su questo non esiste una neutralità rispettabile: sto (stiamo) con Laika. Sto con lei come critico e come cittadino, e lo dico con la voce che questa testata mi ha dato per raccontare l’arte, anche quando l’arte viene aggredita.

Che cosa è stato distrutto

Una ventina di tele, carte e installazioni nate dal secondo viaggio dell’artista negli Stati Uniti. Un racconto in forma di immagini sulla società americana e sulle politiche dell’amministrazione Trump, con omaggi a Rosa Parks e a Martin Luther King e lavori a sostegno della Palestina. Si può amare o detestare questa mostra, giudicarla troppo diretta o troppo poco sottile. È il mestiere di chi guarda. Non è il mestiere di chi entra con il volto coperto e una bomboletta.

C’è una differenza che dovremmo avere il coraggio di nominare. La critica risponde con un argomento, la censura con una bomboletta (quando tutto va bene). La prima lascia l’opera dov’è e la contraddice, la seconda la cancella e intanto manda un messaggio a chi guarda, e soprattutto a chi domani vorrà esporre qualcosa di scomodo. Il danno, stimato in oltre quarantamila euro, è il meno. Il resto è un avviso, e ha l’odore del vecchio squadrismo.

Una parola pesante, che non uso a caso

Laika ha parlato di azione «squadrista» e ha detto che «la democrazia è in pericolo». Il gallerista ha parlato di attacco neofascista, pur precisando che gli aggressori parlavano romanesco e non hanno lasciato né slogan né volantini. Non c’è, al momento, una rivendicazione né una sigla, e nessuno ha ancora indicato un responsabile. Aspetto che lo facciano gli inquirenti, e pretendo che lo facciano in fretta. Intanto mi basta il metodo: un gruppo organizzato che irrompe in un luogo d’arte, immobilizza chi ci lavora e distrugge le opere per ciò che dicono. Chiamiamolo come vogliamo, ma sappiamo benissimo da quale album di famiglia proviene questa fotografia.

Laika, del resto, non è nuova alla violenza di chi non sopporta il suo messaggio. I suoi murali sono stati strappati, ridipinti, coperti, e le minacce sui social non si contano. Questa volta si è passati alla violenza fisica. Un’escalation: prima gli insulti, poi la carta strappata dai muri, ora le persone bloccate in galleria.

Perché riguarda tutti

Si dirà che è solo arte di provocazione, che chi sceglie la satira politica sa a che cosa va incontro. Ma è proprio qui che la tesi crolla. La provocazione appartiene al patrimonio genetico dell’arte, da Goya a Guttuso, ed è sempre stata un servizio pubblico: mostra ciò che il potere preferisce non vedere. Una democrazia sana non protegge soltanto le opere che le piacciono, protegge soprattutto quelle che la irritano. Da noi questa idea ha un nome, articolo 21 della Costituzione, e un’origine precisa: nasce dalle macerie di un Paese dove le idee si spegnevano a manganellate.

Chiedo perciò alle istituzioni tre cose semplici. Che le indagini procedano senza reticenze, anche grazie alle telecamere di strada e ai testimoni. Che da Roma Capitale e dal Ministero della Cultura arrivi una condanna esplicita, con nomi e cognomi, senza giri di parole. Che nessuno si permetta di derubricare tutto a bravata, o peggio di insinuare che «se l’è cercata». Chi lo fa, in qualche modo, è già complice.

Intanto Laika ha detto che continuerà, e che l’arte fa paura a chi non crede in un futuro fatto di libertà. Ha ragione. Dall’estero sono arrivati messaggi di solidarietà, tra cui quello di Shepard Fairey, e dall’Italia ne servono altri, più forti. Il modo più concreto di rispondere è andare alla Rosso20sette prima del 14 novembre. Guardare ciò che resta, discuterlo, anche litigarci. Un’opera sfregiata, esposta, diventa un’accusa. Una mostra chiusa per paura diventa una resa.

C’è una lunga storia, in questo Paese, di arte che sceglie di stare dentro la vita civile, come ricordava il lavoro di Michelangelo Pistoletto. Nessuna bomboletta potrà cancellarla.

Chi vuole far tacere un’immagine ammette di averne paura. Paradossalmente, è il complimento più alto che un artista possa ricevere.

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