Paul Cézanne: il solitario di Aix che ha costruito il ponte verso il futuro dell’arte
C’è una fotografia di Paul Cézanne scattata nel 1904, due anni prima della sua morte. L’artista ha sessantacinque anni, porta un cappello scuro e una folta barba grigia, gli occhi guardano fuori campo con un’espressione che sembra oscillare tra diffidenza e malinconia. È l’immagine di un uomo che ha passato la vita a inseguire qualcosa che sentiva sempre sfuggirgli, che ha dipinto la stessa montagna decine di volte senza mai sentirsi soddisfatto, che richiedeva centocinquanta sedute alla moglie per completare un ritratto, che fino a pochi giorni prima di morire scriveva agli amici: “Sto facendo lenti progressi”.
Eppure quell’uomo timido e tormentato, che per gran parte della vita venne deriso dai critici e ignorato dal pubblico, avrebbe cambiato per sempre il corso dell’arte occidentale. Picasso lo avrebbe chiamato “il padre di tutti noi”. Matisse avrebbe affermato che Cézanne era “una sorta di buon Dio della pittura”. E il critico Clive Bell avrebbe scritto che tutta l’arte del Novecento discende da lui. Ma prima di diventare il padre della pittura moderna, Paul Cézanne fu semplicemente un ragazzo della Provenza che amava dipingere, con un padre che voleva farne un avvocato e un’anima troppo inquieta per accettare compromessi.
Le radici provenzali: tra conformismo borghese e ribellione artistica
Il 19 gennaio 1839, ad Aix-en-Provence, nel sud della Francia baciato dal sole, nasce Paul Cézanne. Il padre, Louis-Auguste, è un uomo d’affari abile e pragmatico: ha iniziato come fabbricante di cappelli, ma nel 1848 fonderà la banca “Cézanne et Cabassol“, garantendo alla famiglia una solida posizione economica. La madre, Anne-Elisabeth-Honorine Aubert, collabora con il marito nell’attività. È una famiglia borghese, benestante, rispettabile. Il tipo di famiglia che ha progetti precisi per i propri figli, e questi progetti raramente includono l’arte.
Paul cresce tra i privilegi della sua classe sociale. Frequenta le migliori scuole: prima la Saint-Joseph, poi il prestigioso Collège Bourbon, dove riceve un’educazione umanistica di alto livello. È qui, tra i banchi del collegio, che incontra un ragazzo magro e ambizioso di nome Émile Zola. I due diventano amici inseparabili, trascorrono intere giornate nei boschi intorno ad Aix a leggere poesie, a discutere di arte e letteratura, a sognare un futuro lontano dalla provincia. È un’amicizia che segnerà entrambi, anche se in modi che nessuno dei due può prevedere in quegli anni di joie de vivre adolescenziale.
Nel 1856 Cézanne inizia a frequentare l’École de Dessin di Aix, coltivando di nascosto quella passione per il disegno che il padre considera un passatempo accettabile ma non certo una professione. Due anni dopo, nel 1858, Louis-Auguste iscrive il figlio alla facoltà di Diritto. Il messaggio è chiaro: l’arte va bene per i bohémien, ma un Cézanne deve avere una professione seria. Un Cézanne deve diventare avvocato, notaio, qualcuno di rispettabile.
Ma Paul non è fatto per i codici e le toghe. Mentre di giorno segue senza convinzione le lezioni universitarie, di sera disegna e dipinge. Nel 1859 organizza nel Jas de Bouffan, la casa di campagna della famiglia nei pressi di Aix, il suo primo studio. È un gesto di ribellione silenziosa, l’affermazione di un’identità che non vuole essere compressa negli schemi paterni.
Parigi: la capitale delle disillusioni e delle scoperte
Nell’aprile del 1861, sostenuto dalle insistenze dell’amico Zola che già si è trasferito nella capitale, Cézanne abbandona gli studi di legge e parte per Parigi. Ha ventidue anni, molte speranze e poca consapevolezza di quanto sarà difficile il cammino che ha scelto. Si iscrive all’Académie Suisse, una scuola libera che non seguiva i rigidi canoni dell’Académie des Beaux-Arts e che era già stata frequentata da artisti innovativi come Courbet, Manet e Delacroix.
A Parigi, Cézanne assiste a un momento cruciale della storia dell’arte: il declino dell’eclettismo romantico e la nascita di un realismo rivoluzionario. Gustave Courbet scandalizza il pubblico con le sue scene di vita quotidiana prive di idealizzazione. Édouard Manet sta per presentare la Colazione sull’erba che farà gridare allo scandalo. All’Académie Suisse, il giovane provenzale incontra artisti che diventeranno figure chiave dell’impressionismo: Camille Pissarro, che sarà per lui un mentore fondamentale, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir.
Ma Parigi è anche la città delle disillusioni. Cézanne tenta di entrare all’École des Beaux-Arts ma viene rifiutato. Presenta le sue opere al Salon, l’esposizione ufficiale che può fare o distruggere la carriera di un artista, e viene respinto. Ancora. E ancora. E ancora. Per tutta la vita, Cézanne continuerà a inviare opere al Salon, e per tutta la vita verrà regolarmente rifiutato. Solo una volta, nel 1882, grazie all’intervento di un membro della giuria che lo inserisce tra i propri allievi, riuscirà a esporre un’opera.
Scoraggiato e insicuro delle proprie capacità, nel 1862 Cézanne torna ad Aix, lavora nella banca del padre. È un tentativo di conformarsi, di accettare il destino che la famiglia aveva deciso per lui. Ma non funziona. L’insofferenza cresce giorno dopo giorno, finché Louis-Auguste, pur con riserve, decide di dare al figlio una seconda possibilità. Gli concede un assegno mensile e lo rispedisce a Parigi. È un gesto che cambierà la storia dell’arte, anche se nessuno dei due lo sa ancora.
Gli anni formativi: tra impressionismo e ricerca di un linguaggio proprio
Il rapporto di Cézanne con Parigi rimane sempre ambivalente. Ama l’effervescenza culturale della capitale, le discussioni al Café Guerbois dove si riuniscono gli artisti della cerchia di Manet, le stimolanti conversazioni con Pissarro e gli altri. Ma la sua natura timida e il carattere irascibile lo rendono inadatto alla vita mondana dei salotti parigini. Preferisce la tranquillità della campagna, i ritmi lenti della provincia, la possibilità di lavorare in solitudine.
Nel 1869 incontra Hortense Fiquet, una giovane modella e sarta. È una relazione che Cézanne tiene nascosta al padre per anni, temendone la disapprovazione. Nel 1872 nasce il loro figlio Paul, ma solo nel 1886, quando Louis-Auguste ormai sa tutto, i due si sposeranno. Il padre, che non aveva mai approvato la relazione, scopre della paternità del figlio quasi per caso, durante una conversazione con il collezionista Victor Chocquet che si lascia sfuggire un commento su “Madame Cézanne e il piccolo Paul”. La reazione è durissima: Louis-Auguste riduce gli aiuti economici che fino a quel momento aveva inviato al figlio, costringendolo a una vita ancora più precaria.
Sono anni difficili. Cézanne si rifugia nei dintorni di Auvers-sur-Oise, dove vive il dottor Paul Gachet, medico appassionato d’arte che aiutava artisti in difficoltà. È qui che il sodalizio con Pissarro diventa cruciale. Il più anziano Camille, generoso di consigli e insegnamenti, stimola Cézanne ad abbandonare i costrizionismi accademici e ad approdare a uno stile più sincero, autentico. Gli insegna a schiarire la tavolozza, a lavorare en plein air, a osservare la luce con occhio nuovo.
Nel 1874, sollecitato da Pissarro, Cézanne partecipa alla prima mostra impressionista nei locali del fotografo Nadar, al boulevard des Capucines. È un evento storico che segnerà una svolta nell’arte occidentale, ma le reazioni del pubblico e della critica sono feroci. Manet, che pure è considerato il padre spirituale del gruppo, si rifiuta di esporre e commenta sprezzante che Cézanne è “un muratore che dipinge con la sua cazzuola”. L’artista riesce a vendere qualche opera – tra cui La casa dell’impiccato, che diventerà uno dei suoi quadri più celebri – ma il successo sperato non arriva.
Partecipa anche alla terza mostra impressionista del 1877, con sedici opere raffiguranti per lo più nature morte e paesaggi. Ma ancora una volta le critiche sono durissime. Zola stesso, nel suo romanzo che pubblicherà anni dopo, descriverà le reazioni del pubblico: “Il successo d’ilarità continuava, cresceva in una scala ascendente di pazze risate”. È una descrizione che ferisce Cézanne profondamente, anche perché nel protagonista del romanzo, il pittore Claude Lantier che fallisce nella realizzazione della sua grande opera e finisce per suicidarsi, molti riconoscono una versione romanzata e crudele dello stesso Cézanne.
L’isolamento creativo: la ricerca solitaria della forma
Scoraggiato dall’insuccesso e dalle critiche, nel 1878 Cézanne decide di ritirarsi definitivamente ad Aix. Non è una rinuncia, ma una scelta consapevole. Nella sua amata Provenza può lavorare in pace, lontano dai giudizi del pubblico parigino, libero di perseguire quella ricerca artistica che sente come una missione. Si ritira all’Estaque, un villaggio di pescatori sul golfo di Marsiglia, e inizia a dipingere con un’intensità quasi ossessiva.
È in questi anni di isolamento che Cézanne sviluppa compiutamente il suo linguaggio rivoluzionario. Se gli impressionisti cercavano di catturare l’impressione fuggevole, l’effetto momentaneo della luce, Cézanne vuole qualcosa di diverso. Vuole “fare dell’impressionismo qualcosa di solido e duraturo come l’arte dei musei”. Non gli interessa l’effimero, ma il permanente. Non la superficie che cambia, ma la struttura profonda delle cose.
In una lettera al giovane pittore Émile Bernard, scriverà una frase destinata a diventare famosa: “Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera e il cono”. Non è una formula tecnica, ma una dichiarazione di poetica. Cézanne cerca di ridurre la complessità del visibile a forme geometriche essenziali, di trovare l’ordine sotto il caos apparente della natura. È una ricerca che lo porta a dipingere le stesse nature morte decine di volte, a richiedere alla paziente Hortense centocinquanta sedute per completare un ritratto, a tornare ossessivamente sugli stessi soggetti.
Le sue nature morte diventano studi sulla costruzione dello spazio. Mele, arance, tovaglie, brocche non sono più oggetti da rappresentare fedelmente, ma forme da organizzare sulla tela secondo un’armonia che risponde a leggi interne al quadro stesso. Cézanne deforma volutamente la prospettiva: il tavolo si inclina verso lo spettatore, il piatto centrale sembra visto dall’alto mentre il resto è frontale, la frutta appare contemporaneamente da più punti di vista. Non è incapacità tecnica, ma una scelta radicale: lo spazio del quadro non deve replicare quello del mondo reale, ma creare una propria coerenza interna.

I ritratti seguono la stessa logica. Dipinge ripetutamente gli stessi volti: il proprio, quello del padre, della moglie, dello zio Dominique, degli amici, persino del giardiniere. I suoi modelli devono rimanere immobili per ore, quasi fossero nature morte viventi. L’obiettivo non è catturare la psicologia del soggetto o la somiglianza fotografica, ma costruire una presenza solida, un volume che abbia lo stesso peso di una montagna o di una roccia.
La montagna sacra: Sainte-Victoire come ossessione e rivelazione
Ma è nei paesaggi, e in particolare nella serie dedicata alla montagna Sainte-Victoire, che Cézanne raggiunge i vertici della sua ricerca. Questo massiccio calcareo che domina il paesaggio di Aix diventa per l’artista molto più di un soggetto: è un’ossessione, un interlocutore silenzioso con cui dialoga per oltre vent’anni, un koan zen su cui meditare infinitamente.
La montagna compare per la prima volta nelle sue opere negli anni Settanta dell’Ottocento come sfondo di scene più ampie. Ma progressivamente diventa la protagonista assoluta. Nel 1895 Cézanne acquista una casa a Lauves, a nord di Aix, e vi colloca il suo atelier in una posizione da cui può ammirare la Sainte-Victoire dal terrazzo. La montagna diventa una presenza costante, qualcosa che può osservare ogni giorno in diverse condizioni di luce, in diverse stagioni, con diversi stati d’animo.
Le versioni della Sainte-Victoire documentano l’evoluzione stilistica di Cézanne come un diario visivo. Le prime rappresentazioni, come quella del 1887 al Courtauld Institute, mostrano ancora colori naturali, contorni definiti, un’atmosfera realistica. Ma progressivamente l’artista si allontana dalla descrizione per approdare a una visione sempre più sintetica. I volumi si semplificano, i piani si frammentano in pennellate costruttive, i colori si riducono a una gamma essenziale di blu, verdi, ocra (di seguito, tre versioni dello stesso Cezanne)



Nelle ultime versioni, dipinte tra il 1904 e il 1906, la montagna è ormai riconoscibile solo dal profilo che si erge all’orizzonte. Tutto intorno diventa indefinito, quasi astratto. Pennellate verticali, furiose, frammentate creano una superficie vibrante dove forma e colore si fondono. Non è più rappresentazione ma costruzione: ogni pennellata è una decisione strutturale, un elemento che contribuisce all’architettura complessiva del quadro.
Un aneddoto racconta che un giorno un ragazzino chiese all’artista: “Perché continui a dipingere sempre la stessa montagna?” E Cézanne rispose: “Perché un uomo continua a pregare Dio? Per conoscerlo meglio. E io la dipingo per ricevere la benedizione del Padre”. È una risposta che rivela la dimensione quasi religiosa della sua ricerca. La Sainte-Victoire non è un esercizio di stile, ma un tentativo di penetrare l’essenza stessa del visibile, di raggiungere attraverso la pittura una verità che sta oltre l’apparenza.
Il riconoscimento tardivo e la rottura con Zola
Gli anni Ottanta sono segnati da due eventi che lasciano cicatrici profonde. Nel 1886 muore il padre Louis-Auguste, lasciando a Paul una cospicua eredità che finalmente lo libera dalle preoccupazioni economiche. Ma nello stesso anno si consuma la rottura definitiva con Émile Zola, l’amico di una vita.
La pubblicazione del romanzo L’opera, in cui Zola racconta la storia del pittore Claude Lantier che dopo una vita di insuccessi si suicida davanti alla sua opera incompiuta, viene percepita da Cézanne come un tradimento personale. Troppi elementi rimandano alla sua vita: i continui rifiuti del Salon, l’isolamento, il carattere tormentato, l’ossessione per un’opera impossibile da realizzare. Cézanne invia a Zola una lettera fredda ringraziandolo per la copia del romanzo, ma i due non si rivedranno mai più. È la fine di un’amicizia iniziata sui banchi del Collège Bourbon, quando due ragazzi provenzali sognavano di conquistare Parigi.

Ma proprio mentre la vita personale si fa più difficile, iniziano i primi segnali di riconoscimento. Nel 1895 il mercante d’arte Ambroise Vollard organizza la prima vera mostra personale di Cézanne a Parigi. Non è un successo di pubblico, ma artisti più giovani cominciano a guardare con attenzione a quelle tele che la critica ufficiale continua a ignorare. Pittori come Paul Gauguin e Paul Signac acquistano opere di Cézanne. Giovani critici cominciano a scrivere di lui con rispetto.
Nel 1900 Cézanne partecipa all’Esposizione Universale di Parigi, dove una sua opera viene acquistata dagli Statliche Museen di Berlino. È la prima acquisizione museale, il primo riconoscimento istituzionale. Nel 1904, al Salon d’Automne, gli viene dedicata un’intera sala espositiva. Tra i visitatori ci sono due giovani artisti ancora sconosciuti: Pablo Picasso e Georges Braque. Quello che vedono in quelle tele cambierà il loro modo di concepire la pittura e, di lì a pochi anni, darà origine al cubismo.
L’ultimo temporale: la morte sotto il cielo della Provenza
Ma Cézanne, pur godendo finalmente di un riconoscimento crescente, rimane tormentato dall’idea di non aver raggiunto il suo obiettivo. In una lettera del settembre 1906 scrive: “Arriverò allo scopo tanto cercato e così a lungo perseguito? Studio sempre dal vero e mi sembra di fare lenti progressi”. È la quintessenza del suo carattere: il dubbio metodico, la ricerca inesausta, la convinzione che l’arte non sia mai completa ma sempre in divenire.
Il 15 ottobre 1906, Cézanne è come sempre al lavoro en plein air, dipingendo l’ennesima versione della sua amata Sainte-Victoire. Un violento temporale lo sorprende all’improvviso. L’artista, già indebolito e probabilmente affetto da diabete, sviene sotto la pioggia battente. Viene trovato ore dopo, trasportato a casa su un carro da lavandaia. Si riprende abbastanza da poter scrivere al suo fornitore di colori chiedendo una spedizione urgente, ma le sue condizioni peggiorano rapidamente. Una polmonite lo consuma in pochi giorni.
Muore il 22 ottobre 1906, nella sua città natale, nella sua amata Provenza. Ha sessantasette anni e ha trascorso gli ultimi quarant’anni della vita in una ricerca solitaria che molti hanno considerato folle. Ma quella ricerca ha posto le fondamenta di tutto ciò che sarebbe venuto dopo.
L’eredità: il padre che tutti riconoscono
Quando Picasso e Braque iniziano a scomporre le forme in piani geometrici sovrapposti, quando vedono gli oggetti simultaneamente da più punti di vista, quando costruiscono lo spazio del quadro secondo leggi interne piuttosto che seguendo la prospettiva tradizionale, stanno portando alle estreme conseguenze intuizioni che Cézanne aveva già esplorato decenni prima. “Cézanne è il padre di tutti noi”, dirà Picasso. E aveva ragione.
Matisse riconoscerà in lui il maestro che gli ha insegnato a costruire con il colore. I fauves, gli espressionisti, gli astrattisti, tutti guardano a Cézanne come al punto di svolta, all’artista che ha liberato la pittura dalla necessità di rappresentare il mondo per darle il compito più ambizioso di creare mondi nuovi secondo proprie leggi.
La sua influenza va oltre le singole correnti artistiche. Cézanne ha dimostrato che si può essere rivoluzionari senza essere provocatori, innovativi senza essere distruttivi. Ha mostrato che la modernità non richiede il rifiuto del passato ma la sua reinterpretazione profonda. Ha insegnato che la vera creazione artistica richiede tempo, dubbio, ricerca continua.

Le sue nature morte hanno rivelato che gli oggetti più umili – mele, tovaglie, brocche – possono diventare territorio di indagine filosofica. I suoi ritratti hanno mostrato che la dignità di una persona non sta nella somiglianza fotografica ma nella solidità della presenza. I suoi paesaggi hanno aperto la strada a un’arte che non copia la natura ma dialoga con essa da pari a pari.
E la sua Montagna Sainte-Victoire, dipinta ossessivamente per vent’anni, rimane il simbolo perfetto della sua ricerca: un soggetto semplice, apparentemente esaurito dopo la prima versione, che invece rivela infinite possibilità di esplorazione. Ogni volta che torniamo a guardare quella montagna attraverso gli occhi di Cézanne, vediamo qualcosa di nuovo. Ogni versione è un tentativo di penetrare più a fondo nel mistero del visibile, di raggiungere quella verità che sta oltre l’apparenza.
Paul Cézanne morì credendo di non aver raggiunto il suo obiettivo. Ma in questo fallimento percepito c’è tutta la grandezza della sua ricerca. Perché l’arte, quella vera, non offre mai risposte definitive. Pone domande sempre più profonde, apre spazi sempre più ampi di possibilità. E in questo senso, il solitario di Aix non ha mai smesso di fare progressi. Li sta facendo ancora oggi, ogni volta che un artista guarda al suo lavoro e trova il coraggio di continuare la ricerca.
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