Il teschio nascosto negli Ambasciatori di Holbein: il quadro che si capisce solo guardandolo di lato
Ci sono stanze in cui si entra sicuri di sé e da cui si esce un po’ più piccoli. Questa è una di quelle. Due uomini ci guardano dall’alto della loro giovinezza, circondati da tutto ciò che il loro secolo sapeva: il cielo misurato, la terra disegnata, la musica, i numeri, Dio. Tutto è al suo posto. Tranne una cosa, una macchia obliqua sul pavimento, che nessuno dei due sembra vedere.

In breve
- Opera: Gli Ambasciatori (ritratto di Jean de Dinteville e Georges de Selve), olio su tavola di quercia, 207 × 209,5 cm.
- Autore, corrente ed epoca: Hans Holbein il Giovane, Rinascimento nordico, 1533.
- Dove: National Gallery, Londra (Regno Unito), dal 1890.
- Il dettaglio celebre: un teschio in anamorfosi, leggibile solo guardando il dipinto da un lato.
Due uomini e tutto il sapere del mondo
A sinistra, con la pelliccia e la collana d’oro, c’è Jean de Dinteville, ambasciatore del re di Francia Francesco I presso Enrico VIII d’Inghilterra. A destra, nell’abito scuro dell’uomo di Chiesa, Georges de Selve, vescovo di Lavaur, suo amico, arrivato a Londra per una breve visita tra l’aprile e il giugno di quel 1533. Hans Holbein il Giovane, pittore tedesco che aveva trovato a Londra la sua fortuna, li ritrae a grandezza naturale, appoggiati a uno scaffale come a un altare laico.
È l’anno in cui Enrico VIII sposa Anna Bolena e rompe con Roma. Dinteville è lì, testimone di uno scisma. E io non riesco a guardare la sua posa sicura, la mano sul fianco, senza sentire sotto quella sicurezza la stanchezza di chi assiste alla fine di un mondo con il compito di sorridere.
Che cosa significano gli oggetti sugli scaffali?
Gli oggetti sugli scaffali degli Ambasciatori rappresentano il sapere del Rinascimento: in alto gli strumenti per misurare il cielo e il tempo, in basso quelli della terra, della musica e del calcolo. Ma ognuno, guardato da vicino, porta una piccola crepa.

Sul ripiano superiore, posato su un tappeto orientale, c’è il cielo: un globo celeste, quadranti, una meridiana a più facce. Strumenti per sapere che ora è, dove si trovano le stelle, quanto manca. Secondo un’etimologia antica e discussa, tempus e templum, il tempo e il tempio, condividono la stessa radice, quella del ritagliare: il tempo misurato era uno spazio sacro ritagliato nel cielo. Qui il tempio è un tavolo coperto di ottoni lucidi.

Più in basso, la terra. Un globo terrestre su cui è segnato Polisy, il castello di Dinteville in Francia, come chi scrive il nome di casa sulla mappa del mondo. Un libro di aritmetica tenuto aperto da una squadra. Un innario con un canto nella traduzione di Lutero. E un liuto. Il liuto ha una corda spezzata. Accanto, un astuccio di flauti a cui ne manca uno.
Disarmonia.
Non serve essere teologi per capire: la musica, che nel Rinascimento era l’immagine stessa dell’armonia del cosmo, qui non può più suonare. La Chiesa si sta dividendo, l’Europa si sta dividendo, e il pittore lo dice con un filo di budello rotto, senza alzare la voce. Chi ha amato la precisione ossessiva dei fiamminghi, quella che abbiamo raccontato parlando di Van Eyck e della pittura a olio, riconosce qui la stessa lente d’ingrandimento. Ma rivolta verso una crisi.
Dove si vede il teschio negli Ambasciatori?
Il teschio degli Ambasciatori si vede guardando il dipinto da un lato, molto di sbieco, dal margine destro: solo allora la macchia allungata sul pavimento si ricompone in un cranio umano. È un’anamorfosi, una figura deformata secondo una prospettiva calcolata.
Di fronte, invece, quella forma non si lascia leggere. Sembra un osso di seppia, un oggetto alieno caduto nella stanza. I due uomini non la vedono perché stanno in piedi davanti a noi, nel punto da cui il mondo appare ordinato. Per vedere la morte bisogna spostarsi. Bisogna uscire dal centro. E nel momento in cui il teschio diventa nitido, tutto il resto, i volti, le pellicce, gli strumenti, si deforma e scivola via.
È il memento mori più crudele del Rinascimento, perché non si impone: aspetta. Lo stesso tema che, quasi cinque secoli dopo, Damien Hirst avrebbe trasformato in un teschio di diamanti in For the Love of God, con un’ironia che Holbein non avrebbe forse compreso, ma che nasce dalla stessa domanda.
In alto a sinistra, quasi nascosto dalla tenda verde di damasco, c’è un piccolo crocifisso d’argento. È l’unico punto del quadro da cui sembra arrivare una promessa. Ma è all’angolo, mezzo coperto, e bisogna cercarlo. Come la speranza, in certi anni.
Il pittore che firmò con un osso
Holbein, nato ad Augusta tra il 1497 e il 1498, morì a Londra nel 1543, pittore di corte di quello stesso Enrico VIII che lo scisma aveva reso padrone della propria Chiesa. Raramente firmava le sue opere. Qui invece lascia il nome sul pavimento, nell’ombra di Dinteville, insieme alla data. E qualcuno ha notato che il suo cognome, nel tedesco antico, poteva suonare come “osso cavo”. Forse è solo una coincidenza. Ma è il tipo di coincidenza che un uomo capace di nascondere un teschio in un ritratto di Stato avrebbe apprezzato.

Il pavimento stesso non è un’invenzione: riprende quello medievale a intarsio dell’abbazia di Westminster, un’immagine del cosmo. Tutto, in questa stanza, è il mondo. E in mezzo al mondo, di traverso, il suo limite. Pochi decenni più tardi, dall’altra parte del Rinascimento nordico, Pieter Bruegel avrebbe dipinto il mondo dei contadini con la stessa ambizione di contenere tutto; ma nessuno, nemmeno lui, avrebbe più osato metterci la morte così, in diagonale, in pieno giorno.
Si esce dalla sala della National Gallery come si esce da certi colloqui, convinti di aver capito e insieme sicuri di aver perso qualcosa per strada. Il quadro ci chiede di guardarlo due volte, da due punti diversi, e di accettare che non possiamo vederlo intero da nessuno dei due. Forse è questa la sua lezione più esatta. O forse la domanda resta un’altra: da quale lato della stanza stiamo guardando, noi, la nostra vita?
Domande frequenti
Chi sono i due uomini negli Ambasciatori di Holbein?
I due uomini sono Jean de Dinteville, ambasciatore del re di Francia Francesco I in Inghilterra, a sinistra, e Georges de Selve, vescovo di Lavaur, a destra. Holbein li ritrasse a Londra nel 1533, durante la breve visita di de Selve all’amico.
Dove si trovano Gli Ambasciatori di Holbein?
Gli Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane si trovano alla National Gallery di Londra, che acquistò il dipinto nel 1890 dal conte di Radnor.
Perché c’è un teschio negli Ambasciatori?
Il teschio è un memento mori, un richiamo alla morte e alla fragilità delle ricchezze e del sapere umano. Holbein lo dipinse in anamorfosi, deformato, così che diventa leggibile solo guardando il quadro di lato.
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