Gao Hanteng presenta Peso specifico: quanto pesa ciò che resta, quando un oggetto perde il suo posto
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Gao Hanteng presenta Peso specifico: quanto pesa ciò che resta, quando un oggetto perde il suo posto

Gao Hanteng presenta Peso specifico: quanto pesa ciò che resta quando un oggetto perde il suo posto

In fisica il peso specifico è un rapporto: la massa di un corpo divisa per il suo volume. Un numero che si calcola una volta e vale sempre, per l’oro come per un coccio. Esiste però un altro peso, che nessuna bilancia registra e che cambia ogni volta che un oggetto attraversa un confine, finisce sotto altri occhi o entra in una stanza che non è la sua. È il peso di ciò che resta, quando forma, luogo e significato non coincidono più. Su questa distanza tra materia e valore si è costruita PESO SPECIFICO – Ciò che emerge, ciò che resta, la mostra ospitata dal 20 al 25 ottobre 2026 alla Sesto Senso Art Gallery di Roma (RM), in via Margutta 43, nel programma ufficiale di Rome Art Week. Sei giorni in tutto. Il curatore indipendente Gao Hanteng, accreditato dalla manifestazione, vi ha messo in dialogo Andrea Rizzo & Nie Mengxi e Zhang Xingyu.

Il manifesto, già da solo, dichiara il tema. Le lettere del titolo sono dipinte su cocci di ceramica e laterizio sparsi su un fondo d’acqua turchese, e ogni parola sembra essersi spezzata e ricomposta nello stesso istante.

Due verbi, due movimenti

Il testo curatoriale parte da una premessa che mi ha colpito per la sua onestà: un oggetto possiede un peso fisico, ma anche un peso storico, affettivo e culturale, e quest’ultimo non è stabile. Il valore, scrive Gao Hanteng, non è una proprietà immobile dell’oggetto ma una relazione tra materia, memoria e contesto. Un frammento può apparire come residuo, reperto, documento o opera, e la sua sostanza non cambia affatto: cambia il sistema di attenzione che lo circonda.

I due verbi del sottotitolo, emergere e restare, non descrivono lo stesso processo. Il primo riguarda ciò che diventa visibile quando cambia il contesto, il secondo ciò che persiste attraverso rotture e abrasioni. Le opere non illustrano un’unica tesi. Mantengono la propria autonomia e si incontrano in una domanda condivisa, senza risolverla.

Emergere: l’anfora, l’acqua, lo specchio

Anfora svelata di Andrea Rizzo & Nie Mengxi è una video-installazione di dodici minuti, parte del lavoro Quantum Reflections e il Gioco di Riflessi. L’oggetto è l’anfora, che nel Mediterraneo antico serviva a trasportare e conservare merci, e che oggi ci arriva come testimone di scambi e di vita quotidiana senza permetterci di ricostruirne per intero la storia.

Lo spazio è allestito come un paesaggio instabile. Due pareti d’angolo accolgono la proiezione di rocce subacquee, immerse in una luce blu che avvolge tutto, e una linea luminosa corre lungo il bordo di una duna di sabbia bianca. Lì stanno recipienti in ceramica, alcuni interamente emersi, altri affioranti solo con l’imboccatura, accanto a superfici specchianti e conchiglie.

Allestimento di Anfora svelata: proiezione di rocce subacquee sulle pareti d'angolo e linea luminosa blu sulla sabbia
Veduta dell’allestimento di Anfora svelata, Andrea Rizzo & Nie Mengxi, Sesto Senso Art Gallery, Roma. Courtesy Gao Hanteng

Ogni strategia di visione ha un suo modo di nascondere. L’acqua, per rifrazione, sposta la posizione apparente dell’oggetto e ne altera i contorni. Lo specchio ne restituisce la forma ma non il peso né la consistenza. La sabbia taglia via una parte dell’oggetto reale e lascia vedere solo ciò che affiora.

Recipienti in ceramica, conchiglie e frammenti sulla sabbia bianca illuminata dalla luce blu
Recipienti, conchiglie e frammenti sulla duna di sabbia. Andrea Rizzo & Nie Mengxi, Anfora svelata. Courtesy Gao Hanteng

È qui che il titolo smette di essere una metafora. L’anfora ha volume, peso, contorni definiti, proprietà che nessuna delle sue immagini riesce a trasmettere. Oggetto, riflesso e immagine subacquea, dice il testo dell’opera, restano in relazione senza coincidere. L’allestimento richiama il seppellimento e il ritrovamento archeologico senza simulare uno scavo, e ci ricorda che dell’antico possediamo quasi sempre forme conservate soltanto in parte. È lo sguardo di chi, come Andrea Mantegna, ha disseminato i propri paesaggi di rovine e frammenti per cercare nei resti un modo di vedere, prima ancora che un’epoca.

Restare: l’affresco, la crepa, il telaio

Dall’altra parte della mostra la materia ha un’altra densità. La ricerca di Zhang Xingyu, Il corpo conferito all’immagine, nasce dall’osservazione degli affreschi segnati dal tempo, dove crepe, abrasioni e lacune non sono soltanto perdite. Interrompendo la continuità dell’immagine, rendono visibili gli strati, i margini, la materia che la sostiene. Una figura incompleta può mostrare ciò che una superficie integra tende a nascondere.

Sala della Sesto Senso Art Gallery con i lavori di Zhang Xingyu a parete e un'anfora su basamento
Veduta della sala con i lavori di Zhang Xingyu, Sesto Senso Art Gallery, Roma. Courtesy Gao Hanteng

Nei lavori recenti stucco modellato, fili metallici e telai di legno costruiscono superfici irregolari e aperte. La materia si addensa, si interrompe, resta sospesa tra i fili, mentre il telaio, che di norma si nasconde, entra nella composizione. Pieni e vuoti, fronte e retro: l’opera va guardata come un oggetto nello spazio, e le tracce sulla carta ne mostrano la versione più essenziale, fatta di densità e consistenze. In una delle piccole cornici il volto di un bambino affiora da una superficie danneggiata, circondato dai fili. Su un basamento, accanto a pezzi di intonaco, giace un foglio scritto a mano.

Foglio scritto a mano su un basamento bianco, accanto a frammenti di intonaco
Un foglio manoscritto accanto ai frammenti di intonaco su basamento. Zhang Xingyu. Courtesy Gao Hanteng

Nessuno di questi lavori prova a restaurare un’immagine perduta o a imitare un reperto. La domanda è che cosa rimanga dell’immagine quando non può più essere letta come un insieme continuo, e la risposta della mostra è che la sua frammentazione diventa il linguaggio stesso con cui impariamo a leggerla.

È lo stesso principio che anima, in questi giorni, Broken a Palazzo Strozzi: il frammento convince spesso più dell’intero, perché lascia vedere la materia, il tempo, la mano. A Roma lo fa su una scala minore, e con una voce più sottile.

Immersione e lettura

La scelta più riuscita del progetto curatoriale riguarda forse lo spazio. La proiezione immersiva e la luce blu producono un’esperienza avvolgente e instabile, mentre la pittura e i suoi dettagli chiedono uno sguardo ravvicinato, quasi un’osservazione da restauratore. Il percorso alterna questi due modi di stare davanti alle cose, l’apparizione e la permanenza, senza proporre una progressione lineare. Chi lo attraversa è invitato a verificare come cambino i propri criteri di riconoscimento e di conservazione: che cosa decidiamo di salvare, che cosa di lasciar cadere.

Recipienti in ceramica e una superficie specchiante sulla sabbia bianca
Ceramiche, sabbia e superficie specchiante nell’installazione di Andrea Rizzo & Nie Mengxi. Courtesy Gao Hanteng

C’è una tradizione italiana, quella dell’Arte Povera, che ha fatto della materia umile e della sua memoria un campo di pensiero. PESO SPECIFICO le somiglia nella fiducia con cui affida a ceramica, stucco e sabbia ciò che altri affiderebbero alle parole, e se ne distingue per il tono. Qui non c’è rivendicazione, c’è attenzione.

Chi attribuisce valore

Gao Hanteng lo dice con chiarezza: la mostra non cerca una definizione conclusiva del valore. Lo lascia instabile di proposito, perché è nell’instabilità che si vede chi guarda. Lo stesso coccio che sul manifesto sembra una lettera, e in una teca sarebbe un reperto, sulla sabbia illuminata di blu diventa un’altra cosa ancora. Non è cambiata la ceramica, è cambiato il luogo in cui la incontriamo, e con il luogo il peso che le attribuiamo.

Nel suo autunno, mentre Roma si prepara ad accogliere grandi rassegne istituzionali come Fireworks a Palazzo Esposizioni, una galleria di via Margutta ha chiesto per sei giorni che cosa acquisti peso quando un oggetto perde la forma, il posto o l’integrità. La mostra si è chiusa il 25 ottobre. Anche lei, a guardar bene, è un reperto: dura poco e poi sopravvive solo a pezzi, in un manifesto fatto di cocci, in qualche fotografia, nella memoria di chi l’ha attraversata.

Restare, come suggerisce il testo di Zhang Xingyu, non significa essere intatti. Significa continuare a produrre senso dopo la trasformazione. Forse è l’unico peso che vale la pena misurare, e l’unico che non si lascia misurare mai.

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