Joan Miró: il segno, il sogno e la libertà del gesto
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Joan Miró: il segno, il sogno e la libertà del gesto

Joan Miró: il segno, il sogno e la libertà del gesto

Ogni tanto, guardando un Miró, mi viene da pensare a un bambino che disegna. Non per diminuire: per capire. Perché quello che Miró fa con le forme — quella libertà precisa, quella giocosità che è tutt’altro che spontanea — richiede una disciplina enorme per essere raggiunta. Non è ingenuità: è l’ingenuità riconquistata da chi sa troppo per permettersi di essere davvero innocente. Joan Miró ha lavorato tutta la vita per tornare a quel punto di partenza, e tutta la vita ha saputo che non ci sarebbe mai arrivato del tutto. È la tensione che rende il suo lavoro irrisolto nel senso migliore del termine.

Barcellona, la terra e il silenzio

Joan Miró nasce il 20 aprile 1893 a Barcellona, figlio di un orologiaio. La famiglia trascorre le estati a Mont-roig del Camp, nel Tarragona, e quel paesaggio — la roccia rossa, il cielo bianco di calore, i carrubbi — resta in Miró per tutta la vita. Anche nelle opere più astratte degli anni Cinquanta e Sessanta, quando i colori sono ridotti a tre e i segni a poche linee, quella terra catalana è ancora lì come un substrato. Non come nostalgia, ma come grammatica.

Studia arte a Barcellona contro la volontà del padre, che lo manda a lavorare in un magazzino. Una depressione nervosa, poi la scarlatina, lo rimandano a Mont-roig. Quando torna alla pittura, qualcosa è cambiato. I suoi primi quadri sono iperrealistici — paesaggi catalani dipinti con una precisione quasi ossessiva, ogni singolo filo d’erba, ogni stelo di grano. Poi la precisione si scioglie. Non improvvisamente, ma con una logica interna che è possibile seguire, opera per opera.

Parigi e il Surrealismo: incontro e distanza

Nel 1920 Miró va a Parigi, dove conosce Picasso — che lo incoraggia e lo introduce negli ambienti d’avanguardia. L’incontro con il Surrealismo è inevitabile: André Breton lo include ufficialmente nel gruppo nel 1924, il momento in cui il Surrealismo ha appena trovato il suo nome e la sua forma teorica. Miró partecipa alla prima mostra collettiva surrealista del 1925, e le sue opere di questo periodo hanno chiaramente qualcosa del sogno, dell’inconscio liberato, dell’immagine che non obbedisce alla logica diurna.

Ma il rapporto con il Surrealismo è più complicato di una semplice adesione. Mentre Salvador Dalí costruisce sogni con una tecnica iperrealista — il paradosso come sistema — e Man Ray usa la fotografia come strumento di deformazione e scandalo, Miró va in direzione diversa. Non il sogno raccontato, ma il sogno come principio costruttivo. Non l’immagine onirica, ma il segno che ha la logica libera del sogno pur essendo astratto e non narrativo. È una sottile ma decisiva differenza, e Miró la custodisce per tutta la vita.

Breton definisce il lavoro di Miró «il più surrealista di tutti» — ma Miró non si chiama mai surrealista in modo esclusivo. Come Giorgio de Chirico, che precedeva e in qualche modo anticipava il Surrealismo senza esserne parte, Miró usa il movimento come una lingua tra le molte che può parlare, non come la lingua unica a cui deve obbedire.

La pittura-sogno e la riduzione del segno

Tra il 1925 e il 1928 Miró dipinge le opere che sono diventate le più identificative del suo stile: tele quasi monocromatiche su cui galleggiano forme biomorfe — cose che sembrano occhi, arti, corpi in forma di ameba, stelle a cinque punte, segni che potrebbero essere lettere o potrebbero essere altro. Il colore è piatto, i contorni netti come nella grafica pubblicitaria, lo spazio inesistente nel senso prospettico del termine. Eppure c’è una profondità enorme: la profondità del sogno, che non ha prospettiva ma ha densità.

Nel 1928 dichiara che vuole «assassinare la pittura» — non per smettere di dipingere, ma per liberarla dalle sue convenzioni. Sperimenta i collages, le sculture-oggetto, i materiali trovati. Incolla cartoni di fiammiferi, pezzi di corda, fotografie ritagliate dai giornali. La pittura come mezzo privilegiato non è sacra: è uno degli strumenti disponibili, e Miró vuole usare tutti gli strumenti.

Le Costellazioni e la guerra

La guerra civile spagnola e poi la seconda guerra mondiale coincidono con uno dei momenti di maggiore concentrazione nella vita di Miró. Tra il 1940 e il 1941, in fuga da Parigi, prima a Varengeville in Normandia poi a Palma di Maiorca, dipinge le Costellazioni: ventitré piccoli gouache su carta in cui il formato si riduce — trenta per trentasei centimetri — e la densità si moltiplica. Ogni foglio è un sistema complesso di segni, linee, punti, forme che si intrecciano senza gerarchia, senza un centro visivo dominante. Sembrano mappe di universi minuscoli o grandissimi, a seconda di come li si guarda.

Le Costellazioni sono probabilmente le opere più amate di Miró — e sono anche le più difficili da spiegare. Non raccontano nulla nel senso letterale. Non rappresentano. Sono sistemi di relazioni tra segni, e il piacere che producono è il piacere di riconoscere un ordine senza capirlo completamente. Come le stelle nel cielo, che puoi nominare in costellazioni oppure lasciare come puntini bianchi su fondo nero: entrambe le opzioni dicono qualcosa di vero, e nessuna delle due è la verità finale.

La scultura, la ceramica e gli spazi pubblici

Dagli anni Quaranta in poi Miró lavora sempre più con la scultura e la ceramica, spesso in collaborazione con Josep Llorens Artigas. Le terrecotte di Miró hanno la stessa qualità biomorfa dei suoi dipinti: forme che sembrano organismi, oggetti che potrebbero essere strumenti rituali di una civiltà sconosciuta. Non c’è mai ironia in queste sculture, anche quando sembrano giocose. C’è la stessa serietà di fondo che attraversa tutto il lavoro di Miró: qualcosa che non è mai divertimento superficiale, anche quando usa i colori più brillanti.

In questo senso, il confronto più illuminante non è con i surrealisti, ma con i muralisti e con chi ha pensato l’arte come esperienza pubblica. Il Mural del Sol i de la Lluna (1958), realizzato per l’Unesco a Parigi, o le grandi ceramiche per l’aeroporto di Barcellona, pongono un problema che le opere su tela non affrontano: cosa significa un segno libero, un segno onirico, in uno spazio che deve essere attraversato da chiunque? La risposta di Miró è che funziona ugualmente. Che il segno non ha bisogno di essere compreso per essere percepito. Che l’arte non è un codice da decifrare, ma una presenza da abitare.

Palma di Maiorca: il cerchio che non si chiude

Joan Miró muore il 25 dicembre 1983 a Palma di Maiorca, a novant’anni. Aveva lavorato fino a pochi mesi prima. Nel 1992, la Fundació Joan Miró di Barcellona — aperta al pubblico dal 1975, con un edificio di Josep Lluís Sert — diventa uno dei musei più visitati di Spagna e il più completo archivio del suo lavoro.

Quello che rimane, però, non è un archivio. È la domanda: perché quei segni, quei colori primari, quelle stelle e quegli occhi e quelle mezzalune continuano a funzionare? Perché sembrano sempre appena nati, sempre leggermente prima del linguaggio, sempre in quel momento in cui una cosa non ha ancora un nome e può essere qualsiasi cosa? Non lo so. E forse non devo saperlo. Forse il punto è restare in quel non sapere, che è esattamente lo spazio in cui Miró passava tutto il suo tempo.

Foto: Steve A Johnson via Pexels

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