Arte sostenibile: SUART 2026 a Milano apre un dibattito che non si può più rimandare
C’è una domanda che si aggira per i corridoi dei musei e le sale dei convegni da qualche anno, sempre più insistente e sempre meno rispondibile con le categorie che abbiamo a disposizione: cos’è, esattamente, l’arte sostenibile? Non nel senso operativo — quanti artisti usano materiali di recupero, quante gallerie hanno compensato le proprie emissioni di CO₂, quante fiere d’arte si sono dotate di una politica ambientale. Nel senso più profondo e più difficile: può l’arte essere sostenibile senza tradire sé stessa? Può rispondere all’urgenza ecologica del presente senza diventare manifesto, senza ridursi a messaggio, senza perdere quella qualità di eccedenza e gratuità che la distingue da qualsiasi altra forma di comunicazione?
Il 9 luglio 2026, nella Sala Conferenze di Palazzo Reale a Milano, questi interrogativi hanno trovato un luogo — non ancora una risposta, ma un luogo in cui essere posti con la serietà che meritano. SUART 2026 — Sustainable Art, il forum internazionale dedicato alla sostenibilità dell’arte ideato e diretto dal critico d’arte Marco Eugenio Di Giandomenico, si è concluso con oltre 25 relatori e circa 200 partecipanti, riunendo istituzioni, università, operatori culturali e rappresentanti del mondo economico in una giornata che ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto il tema abbia smesso di essere di nicchia. Organizzata da Associazione Ethicando e Fondazione Maria Cristina Carlini ETS, in collaborazione con il Comune di Milano, Palazzo Reale e università partner tra cui l’Università Pontificia Comillas di Madrid, l’Università degli Studi di Milano e UnitelmaSapienza di Roma, la manifestazione ha messo in scena qualcosa di raro nel panorama culturale italiano: un tentativo genuino di rendere interdisciplinare una questione che rischia continuamente di restare confinata ai suoi compartimenti originari.
La materia che parla: Carlini e il problema del materiale, e il rapporto con l’arte sostenibile
Il cuore vivo di SUART 2026 non è stato il convegno, per quanto denso e partecipato. È stata la mostra che lo ha accompagnato e che continua fino al 30 agosto: Materie viventi di Maria Cristina Carlini, ospitata nel Cortile d’Onore e nel Giardino di Palazzo Reale, si configura come un caso applicato di arte sostenibile in cui materiali, processo creativo e fruizione diventano parte integrante della riflessione sul rapporto tra materia, tempo e responsabilità umana.
Le due opere in mostra — Bosco (2012) e Filemone e Bauci (2021) — sono realizzate con materiali naturali e di recupero: ferro, legno, oro. Sculture monumentali che non abitano lo spazio di Palazzo Reale come oggetti estranei portati dall’esterno, ma che sembrano emergere da quel cortile come se ci fossero sempre state, come se la pietra e il legno si fossero semplicemente decisi a prendere una forma. Questo è il primo punto che vale la pena sottolineare, perché dice qualcosa di importante sul tipo di sostenibilità che Carlini pratica: non è una sostenibilità dichiarativa, non è una sostenibilità di manifesto. È una sostenibilità che nasce dalla relazione profonda tra l’artista e la materia — da anni di ascolto di quello che il ferro arrugginito e il legno consumato hanno da dire, prima ancora che si decida cosa farne.
La ricerca artistica di Carlini invita a considerare la materia come un elemento vivo e portatore di memoria. Non è un invito ideologico. Non sta dicendo che bisogna riciclare — non è una campagna di sensibilizzazione. Sta dicendo qualcosa di più sottile e di più radicale: che la materia ha una storia prima di noi, che quella storia non finisce quando un oggetto smette di essere utile, e che il compito dell’artista — uno dei compiti possibili, forse il più necessario — è di tenere aperta quella storia invece di chiuderla.
Il problema dell’etichetta
C’è però un rischio in tutto questo, ed è il rischio che qualsiasi etichetta porta con sé: quello di diventare una categoria prima ancora che una pratica. Il termine “arte sostenibile” è già sufficientemente circolato da aver accumulato i suoi cliché — i pannelli solari sui tetti delle gallerie, le opere in plastica recuperata dal mare presentate come atti di protesta, le installazioni che simulano la crisi climatica con effetti speciali di ghiaccio fondente. Nessuna di queste cose è necessariamente cattiva arte. Ma nessuna di queste cose è necessariamente buona arte nemmeno, e il problema è che l’etichetta “sostenibile” tende a coprire entrambe con la stessa approvazione morale, come se la buona intenzione fosse garanzia estetica.
L’arte sostenibile non riguarda solo i materiali utilizzati, ma una vera e propria filosofia — un approccio che cambia il modo in cui gli artisti pensano, creano e condividono le proprie opere. È una definizione giusta, e al tempo stesso è una definizione che apre più problemi di quanti ne chiuda. Perché cosa significa “cambiare il modo di pensare”? Significa pensare prima all’impatto ambientale del processo e poi alla qualità dell’opera? O significa che la qualità dell’opera emerge proprio da questo cambiamento di prospettiva — che l’attenzione alla materia, al tempo, alla durata produce opere migliori, più vere, più necessarie?
Carlini sembra propendere per la seconda ipotesi. E la forza delle sue sculture — quella qualità di inevitabilità che hanno quando le si incontra, la sensazione che non avrebbero potuto essere fatte diversamente — suggerisce che abbia ragione. Non perché il ferro di recupero sia moralmente superiore al marmo nuovo. Ma perché il ferro di recupero porta con sé qualcosa che il marmo nuovo non ha: il tempo. Le tracce di un uso precedente. Una biografia.
Arte, ecologia e la trappola del messaggio
Il dibattito aperto da SUART 2026 tocca anche un nervo scoperto che chiunque si occupi di arte e ambiente conosce bene: la tensione tra la libertà dell’arte e la necessità del messaggio. Agnes Denes — l’artista ungherese americana che nel 1982 seminò un campo di grano a Manhattan nel mezzo della speculazione finanziaria, in quello che è considerato un atto fondativo dell’arte ecologica — non stava facendo propaganda ambientalista. Stava costruendo una metafora talmente precisa e talmente fisica da rendere visibile una contraddizione che le parole non riuscivano a contenere. La differenza tra quell’opera e una campagna pubblicitaria sull’ambiente è la differenza tra la poesia e lo slogan: entrambi usano le parole, ma solo uno di essi usa le parole per aprire invece che per chiudere.
Questa distinzione è quella che SUART 2026 — nel suo momento migliore, quello rappresentato dall’opera di Carlini nel cortile di Palazzo Reale — ha tentato di tenere viva. Il forum ha ribadito un principio che condividiamo: l’arte favorisce il cambiamento culturale necessario per stimolare una coscienza collettiva, ma questo accade quando l’arte rimane sé stessa, non quando si trasforma in strumento. Il rischio è sempre quello di rovesciare il rapporto — di fare dell’arte uno strumento del messaggio invece di fare del messaggio una conseguenza, non garantita e non programmabile, di un’arte che vale la pena fare.
Come abbiamo raccontato nel nostro approfondimento sull’Arte Povera italiana, la tradizione italiana di lavorare con materiali umili e quotidiani non è mai stata in primo luogo una scelta ideologica, ma una scelta estetica e filosofica — una risposta alla domanda su cosa debba essere la materia dell’arte, non su cosa debba dire. Carlini si inscrive in questa tradizione, e SUART 2026 ha il merito di averla collocata in un contesto in cui quella tradizione può dialogare con le urgenze del presente senza dissolversi in esse.
Cosa rimane aperto
La mostra Materie viventi è aperta fino al 30 agosto. Vale la pena andarci, e non perché offra risposte. Le sculture di Carlini nel cortile di Palazzo Reale non rispondono alla domanda su cosa sia l’arte sostenibile — la complicano, nel senso migliore del termine. La complicano mostrando che la risposta non può essere una definizione, ma solo una pratica: una serie di scelte concrete su come trattare la materia, il tempo, lo spazio, la memoria.
La sostenibilità non è un assunto ideologico, ma l’esito naturale di un rapporto profondo tra l’artista e la materia. È forse la frase più onesta che si possa dire sull’argomento. E forse la più utile — non perché chiuda il dibattito, ma perché lo sposta nel posto giusto: non nella politica culturale, non nel marketing delle fiere, non nei comunicati stampa, ma nel lavoro. Nel gesto concreto di chi prende un pezzo di ferro arrugginito e decide di ascoltarlo prima di trasformarlo.
L’arte verde non esiste. Esiste l’arte che sa stare dentro il tempo — il proprio, quello della materia, quello del mondo. Carlini lo sa da anni. SUART 2026 ha fatto il servizio di ricordarlo ad alta voce, in uno dei cortili più belli di Milano, con il sole di luglio che batteva sul ferro e sul legno e faceva sembrare tutto, per un momento, necessario.
QUI, LA NOTA STAMPA CHE INTRODUCE ALL’OTTAVA EDIZIONE DEL BICENTENARIO D’AMERICA A LIMA (PERÚ).
