3 grandissimi artisti che hanno fatto la storia, nati a gennaio

3 artisti che hanno fatto la storia, nati a gennaio

C’è qualcosa di simbolico nel fatto che gennaio, il mese che inaugura l’anno e porta il nome di Giano bifronte, il dio romano che guarda simultaneamente al passato e al futuro, sia anche il mese in cui sono nati alcuni tra i più rivoluzionari artisti della storia. Paul Cézanne, il padre della pittura moderna, è nato un 19 gennaio. Édouard Manet, il ponte tra tradizione e rivoluzione impressionista, il 23 gennaio. Jackson Pollock, l’incarnazione dell’energia selvaggia dell’espressionismo astratto americano, il 28 gennaio. Non sono coincidenze casuali nel calendario, ma appuntamenti con il destino che il tempo ha fissato all’inizio dell’anno, come a voler segnare ogni gennaio con l’energia di chi ha saputo guardare avanti senza dimenticare da dove veniva.

19 gennaio 1839: nasce Paul Cézanne, colui che ha costruito il ponte verso il futuro

Ad Aix-en-Provence, nel sud della Francia, in una famiglia benestante dove il padre gestiva una banca, nasceva Paul Cézanne. Nessuno poteva immaginare che quel bambino cresciuto tra i privilegi della borghesia provenzale avrebbe trascorso gran parte della vita in un isolamento volontario, dipingendo ossessivamente la stessa montagna decine di volte, richiedendo alla moglie centocinquanta sedute per completare un singolo ritratto, venendo deriso dai critici e ignorato dal pubblico per la maggior parte della sua carriera.

Eppure proprio Cézanne, con la sua ricerca metodica e solitaria, ha costruito il ponte che collega l’Ottocento al Novecento. Quando affermava che bisogna trattare la natura per mezzo del cilindro, della sfera e del cono, non stava semplicemente descrivendo una tecnica pittorica: stava annunciando la nascita del cubismo, dell’astrazione, di tutto ciò che avremmo poi chiamato arte moderna.

La sua Casa dell’impiccato del 1873, presentata alla prima mostra impressionista, mostrava già quella che sarebbe diventata la sua cifra distintiva: il colore non come superficie ma come struttura, le pennellate dense e oblique disposte come tessere di un mosaico, la natura non come impressione fuggevole ma come architettura eterna. Mentre i suoi amici impressionisti catturavano l’effimero, Cézanne cercava il permanente.

La serie della Montagna Sainte-Victoire, che dipinse ossessivamente negli ultimi anni della sua vita nella sua amata Provenza, rappresenta il vertice di questa ricerca. Non sono paesaggi nel senso tradizionale, ma indagini sulla struttura profonda del visibile, tentativi di catturare non ciò che appare ma ciò che è. Picasso e Braque avrebbero guardato a quelle tele come ai testi fondativi di una nuova religione dell’arte.

Morì il 22 ottobre 1906, dopo essere stato sorpreso da un temporale mentre dipingeva en plein air. Pochi giorni prima di morire, scrisse a un amico: “Sto facendo lenti progressi”. Era la quintessenza di Cézanne: fino all’ultimo giorno, la ricerca inesausta, il dubbio metodico, la convinzione che l’arte non sia mai completa ma sempre in divenire.

23 gennaio 1832: nasce Édouard Manet, il padre inconsapevole di una rivoluzione

A Parigi, in una famiglia dell’alta borghesia con forti legami politici, nasceva Édouard Manet. Il padre, alto funzionario del Ministero della Giustizia, aveva altri piani per lui: una carriera nell’amministrazione, nella politica, in qualcosa di rispettabile. Non certo la pittura, quel mestiere da bohémien che frequentavano i caffè di Montmartre.

Ma Manet, che pure per tutta la vita avrebbe desiderato il riconoscimento ufficiale del Salon e l’approvazione dell’establishment, finì per diventare il catalizzatore involontario della più grande rivoluzione artistica dell’Ottocento. La sua Colazione sull’erba del 1863, esposta al Salon des Refusés, provocò uno scandalo di proporzioni enormi. Non perché mostrasse una donna nuda – l’arte accademica ne era piena – ma perché quella donna era contemporanea, guardava direttamente lo spettatore, stava lì senza alibi mitologici o storici che giustificassero la sua presenza.

L’Olympia, esposta due anni dopo, raddoppiò lo scandalo. Ancora una volta, il problema non era la nudità ma la contemporaneità, l’assenza di sublimazione, il rifiuto dell’idealizzazione. Quella non era Venere, era una donna del suo tempo, e questo l’establishment non poteva perdonarglielo.

Eppure Manet non si considerava un rivoluzionario. Ammirava i maestri del passato – Velázquez, Goya, i veneziani – e aspirava al riconoscimento ufficiale che gli fu sempre negato in vita. Fu solo dopo la sua morte, il 30 aprile 1883, che venne riconosciuto per quello che era: l’artista che aveva aperto la strada all’impressionismo senza mai diventarne parte, il ponte tra il realismo di Courbet e le sperimentazioni dei giovani che si riunivano al Café Guerbois.

I giovani Monet, Renoir, Pissarro, Cézanne lo consideravano un maestro. Ed effettivamente lo era, ma di una rivoluzione che non aveva scelto di guidare e che spesso lo metteva a disagio. Come scrisse il critico Théodore Duret: “Manet voleva essere un pittore classico, e contro la sua volontà divenne un innovatore”.

28 gennaio 1912: nasce Jackson Pollock, l’energia selvaggia dell’America

A Cody, Wyoming, in una famiglia di agricoltori poveri, nasceva il più giovane di cinque fratelli: Paul Jackson Pollock. Il Wyoming del 1912 era ancora selvaggio, territorio di frontiera dove l’Ovest americano conservava qualcosa della sua energia primordiale. Quella stessa energia, decenni dopo, Pollock l’avrebbe trasformata in pittura.

La sua giovinezza fu turbolenta: espulsioni scolastiche per indisciplina, problemi con l’alcol che iniziarono precocemente e che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita, un carattere ribelle e anticonformista che mal sopportava le regole e le convenzioni. Nel 1929 si trasferì a New York, dove studiò con Thomas Hart Benton, che lo incoraggiò anche se non riuscì mai veramente a plasmarlo secondo i canoni del realismo americano che professava.

Ma fu l’incontro con Peggy Guggenheim nel 1943 a cambiare la sua vita. La grande collezionista non solo gli dedicò la prima personale nella sua galleria-museo Art of This Century, ma gli offrì un contratto che gli permise di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947. E fu proprio in quegli anni, dopo il trasferimento con la moglie Lee Krasner a Springs, Long Island, che Pollock sviluppò la tecnica che lo avrebbe reso immortale.

Il dripping non era una tecnica nuova – altri l’avevano sperimentata prima di lui – ma Pollock la portò a una dimensione mai vista. Stendeva enormi tele sul pavimento del suo studio, si muoveva intorno ad esse in quella che sembrava una danza rituale, faceva colare, spruzzare, sgocciolare il colore con bastoncini, mestichini, lame. Creava opere come Lavender Mist (1950) o Autumn Rhythm (1950), dipinti che sembravano esplosioni di energia controllata, caos ordinato, selvaggio e insieme calcolato.

Quando un critico del New York Times scrisse che le sue opere sembravano “esplosioni di energia completamente disorganizzata e casuale”, Pollock rispose annotando sui suoi appunti: “controllo totale”, “negazione del caso”, “situazione ordinata”. E aveva ragione. Quelle tele che sembravano nate dall’impulso erano in realtà il risultato di una concentrazione estrema, quasi uno stato di trance in cui l’artista sapeva esattamente cosa voleva ottenere.

Al critico Clement Greenberg, che lo rimproverava di non ispirarsi abbastanza alla natura, Pollock rispose con una frase che riassume perfettamente la sua visione: “Io sono la Natura”. Era la quintessenza dell’action painting americana, la pittura come gesto fisico totale, come affermazione esistenziale.

Morì l’11 agosto 1956 in un incidente d’auto a Long Island, alla guida in stato di ebbrezza. Aveva solo quarantaquattro anni, ma aveva cambiato per sempre il corso dell’arte americana e aveva dimostrato che New York poteva essere, finalmente, il centro dell’arte mondiale.

Gli eventi che hanno segnato gennaio nella storia dell’arte

Oltre alle nascite, gennaio ha ospitato eventi cruciali. Il 1° gennaio 1863 Lincoln firmò il Proclama di Emancipazione che aboliva la schiavitù negli Stati Confederati, un evento che avrebbe influenzato profondamente l’arte americana successiva. Il 13 gennaio 1913 si inaugurava l’Armory Show a New York, la mostra che introdusse l’arte moderna europea al pubblico americano, provocando scandali e aprendo nuove strade.

Nel gennaio 1944 moriva Piet Mondrian, il fondatore del neoplasticismo che aveva ridotto la pittura ai suoi elementi essenziali: linee rette, colori primari, l’essenza pura della forma. E nel gennaio 1974 si spegneva ad Aix-en-Provence Max Ernst, uno dei padri del Surrealismo, chiudendo simbolicamente un cerchio che collegava le avanguardie storiche alle nuove ricerche.

Perché gennaio è importante per chi ama l’arte

Gennaio non è solo un mese di celebrazioni e ricorrenze. È anche il momento in cui molti musei rinnovano le loro collezioni permanenti, quando le mostre invernali offrono l’occasione di vedere capolavori lontani dalla folla estiva, quando il calendario delle aste inizia a delineare i trend dell’anno.

È il mese in cui, simbolicamente, anche noi possiamo guardare avanti e indietro come Giano, riflettere su cosa l’arte è stata e immaginare cosa potrà diventare. E forse non è un caso che tre dei più grandi rivoluzionari della storia dell’arte siano nati proprio in questo mese: Cézanne che ha costruito il ponte verso la modernità, Manet che l’ha attraversato senza saperlo, Pollock che ha bruciato i ponti dietro di sé per costruire qualcosa di completamente nuovo.

Ogni volta che guardiamo un calendario e vediamo gennaio, dovremmo ricordare che questo mese porta il nome di un dio che guarda in due direzioni. E dovremmo ricordare che tre degli artisti nati in questo mese hanno fatto esattamente quello: hanno guardato al passato con rispetto profondo e al futuro con coraggio rivoluzionario. Hanno saputo essere, nel senso più profondo, quello che ogni grande artista deve essere: custodi di una tradizione e profeti di un mondo nuovo.

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