Le Quattro stagioni di Giuseppe Arcimboldo appese in due file al Louvre: quattro teste di profilo composte da frutti, fiori e rami
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Arcimboldo, il pittore che componeva volti con la frutta: la scienza dietro le teste dell’imperatore

Arcimboldo, il pittore che componeva volti con la frutta: la scienza dietro le teste dell’imperatore

Una pera diventa un naso. Una pesca, una guancia rosata. Un baccello di piselli si apre in un sorriso. Guardate da lontano, le teste di Giuseppe Arcimboldo sono ritratti; guardate da vicino, sono un mercato, un orto, un erbario. E dietro il gioco che ancora oggi fa sorridere i bambini nei musei c’è un pittore milanese del Cinquecento che osservava la natura con la pazienza di un naturalista.

Le Quattro stagioni di Giuseppe Arcimboldo appese in due file al Louvre: quattro teste di profilo composte da frutti, fiori e rami
Le Quattro stagioni di Giuseppe Arcimboldo esposte al Museo del Louvre di Parigi.

In breve

  • Chi: Giuseppe Arcimboldo, pittore nato a Milano nel 1527 e morto nella stessa città nel 1593.
  • Corrente ed epoca: Manierismo, seconda metà del Cinquecento, alla corte degli Asburgo a Vienna e a Praga.
  • Opere chiave: le Quattro stagioni, i Quattro elementi, il Vertumno (Rodolfo II), le teste reversibili.
  • Perché conta: ha trasformato la conoscenza della natura in ritratto, anticipando di secoli il gusto surrealista.

Chi era Giuseppe Arcimboldo?

Giuseppe Arcimboldo era un pittore milanese del Manierismo, nato il 5 aprile 1527, famoso per le teste composte da frutti, fiori, animali e oggetti dipinte per la corte imperiale degli Asburgo. Ma il suo inizio non ha nulla di bizzarro. Il padre, Biagio, lavorava come pittore per la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, e il figlio cresce nella sua bottega.

Intorno al 1549 Giuseppe disegna i cartoni per le vetrate della cattedrale: le storie di santa Caterina d’Alessandria, realizzate in vetro nel 1556 dal maestro vetraio tedesco Corrado Mochis, sono ancora legate al suo nome. Nello stesso anno lavora all’Albero di Jesse affrescato nel Duomo di Monza, e poco dopo prepara il cartone per un arazzo destinato al Duomo di Como. È una formazione solida, artigiana, fatta di disegno e di luce che passa attraverso il colore. Niente lascia presagire quello che verrà.

Nel 1562 Arcimboldo lascia Milano per Vienna, chiamato alla corte asburgica. Ci resterà a lungo, prima a Vienna e poi a Praga, servendo tre generazioni di imperatori. E lì, lontano dalle vetrate, inventa qualcosa che nessuno aveva mai visto.

Come sono fatte le teste composte di Arcimboldo?

Le teste composte di Arcimboldo sono ritratti di profilo o di fronte in cui ogni parte del volto è costruita con elementi naturali riconoscibili, scelti in base al tema: frutti per l’estate, rami secchi per l’inverno, pesci per l’acqua. Il principio è semplice da descrivere e difficilissimo da realizzare.

L'Estate di Arcimboldo: una testa di profilo composta da pesche, ciliegie, pere, spighe di grano e una veste di paglia intrecciata
L’Estate di Giuseppe Arcimboldo, 1563, al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Guardate l’Estate del 1563, oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna. La guancia è una pesca matura. Il naso, un cetriolo. Le labbra, due ciliegie. L’orecchio è una pannocchia di mais, una pianta arrivata dalle Americhe da pochi decenni e ancora rarissima nelle mense europee. Sul petto spunta un carciofo; la veste è intrecciata di paglia e di spighe di grano. Ogni elemento è dipinto con una precisione da tavola botanica: si riconoscono le varietà, la buccia, il punto esatto di maturazione.

Qui si capisce la doppia natura di Arcimboldo. È un pittore di corte che diverte. Ed è un osservatore che cataloga. L’effetto finale è un volto; il materiale è un inventario. Chi ha studiato biologia riconosce in questo modo di procedere qualcosa di familiare: la classificazione, il gusto di mettere ordine nella varietà del vivente, la meraviglia davanti al numero di forme che la natura sa produrre.

Le Quattro stagioni e i Quattro elementi: un’enciclopedia dipinta

L’Estate fa parte di una serie. Le Quattro stagioni dialogano con i Quattro elementi, Aria, Fuoco, Terra e Acqua: otto allegorie pensate per essere appese una di fronte all’altra nelle residenze imperiali, in modo che ogni stagione rispondesse al suo elemento. La Primavera del 1563 è oggi a Madrid, alla Real Academia de Bellas Artes de San Fernando; l’Acqua e il Fuoco sono a Vienna. Una serie completa delle Stagioni, datata 1573, è al Louvre.

Non erano solo decorazioni. Le copie delle Stagioni venivano donate ai sovrani d’Europa come strumento diplomatico, e una Primavera apparteneva alla famiglia reale spagnola. Il messaggio era chiaro: l’imperatore governa il ciclo del tempo e gli elementi del mondo, e la natura intera, docile, compone il suo ritratto.

Questo spiega anche il legame tra Arcimboldo e la Kunst- und Wunderkammer di Rodolfo II a Praga, la camera delle arti e delle meraviglie in cui l’imperatore raccoglieva conchiglie, minerali, animali imbalsamati, strumenti scientifici e opere d’arte. Il pittore ne fu consigliere per gli acquisti. Le sue teste sono, in un certo senso, quella collezione rimessa in forma umana. Ne resta una traccia preziosa anche in Italia: agli Uffizi di Firenze (FI) è conservato il cosiddetto Carnet di Rodolfo II, una raccolta di 148 disegni legata al suo lavoro per l’imperatore. È il modo più vicino, per un visitatore italiano, di entrare nel laboratorio del pittore e vedere come un’idea passava dalla carta alla corte.

Lo stesso spirito di inventario attraversa le nature morte che, a fine secolo, avrebbero trovato in Italia un capolavoro come la Canestra di frutta di Caravaggio, e l’attenzione al dettaglio vegetale che ritroviamo nei fiamminghi della mostra sui Brueghel a Palazzo Reale.

Vertumno: l’imperatore fatto di frutta

Il punto più audace arriva con il Vertumno, datato tra il 1590 e il 1591 e oggi conservato al castello di Skokloster, in Svezia. Il soggetto è Rodolfo II in persona, trasformato nel dio romano delle stagioni e della trasformazione.

Rodolfo II ritratto come Vertumno da Arcimboldo: un volto frontale fatto di frutta, verdura, spighe e fiori
Rodolfo II come Vertumno, dipinto da Giuseppe Arcimboldo nel 1591, al castello di Skokloster in Svezia.

Qui il volto è frontale, pieno, quasi gioviale. Le guance sono mele, la barba un groviglio di ricci di castagna, la fronte e i capelli un raccolto di grappoli e spighe. Sul petto, un mazzo di fiori di ogni stagione. È un ritratto ufficiale che sfida qualsiasi regola del ritratto ufficiale. Eppure fu un omaggio, e Rodolfo lo accolse come tale: un sovrano che si riconosceva nella natura abbondante, in tutte le stagioni insieme. Arcimboldo era stato nominato conte palatino dall’imperatore e, dal 1587, aveva ottenuto di tornare a Milano pur restando al suo servizio. Il Vertumno è dipinto da lontano, quasi come un congedo.

Il gioco delle teste reversibili

Arcimboldo inventò anche un’altra forma di meraviglia: le teste reversibili. Si tratta di nature morte che, capovolte di centottanta gradi, rivelano un volto.

Testa reversibile di Arcimboldo mostrata in due versi: un cesto di frutta che capovolto diventa un volto
La Testa reversibile con cesto di frutta di Arcimboldo, verso il 1590, vista nei due versi.

Il caso più celebre in Italia è L’ortolano, dipinto tra il 1587 e il 1590 e conservato al Museo civico Ala Ponzone di Cremona (CR), in Lombardia: una ciotola di ortaggi che, girata, diventa la faccia di un contadino con il cappello. È un esperimento sulla percezione prima ancora che sulla pittura. Il nostro cervello è programmato per cercare volti ovunque, nelle nuvole, nelle macchie, nelle prese elettriche; Arcimboldo sfrutta questa tendenza con quattro secoli di anticipo sulla psicologia che le avrebbe dato un nome.

Perché Arcimboldo piace ancora?

Arcimboldo piace ancora perché le sue teste funzionano su due livelli che non si escludono: il colpo d’occhio immediato del volto e la scoperta lenta dei singoli elementi. Dopo la morte, avvenuta a Milano l’11 luglio 1593, la sua fama si spense quasi del tutto. Per secoli fu considerato una curiosità.

A riscoprirlo, nel Novecento, furono i pittori surrealisti, affascinati da quelle immagini doppie che anticipavano le loro ricerche. Chi conosce il metodo paranoico-critico di Salvador Dalí ritrova in Arcimboldo un antenato diretto: la stessa forma che è due cose insieme. Il filosofo Roland Barthes, più tardi, descrisse invece la sensazione quasi inquietante del brulichio di forme che compone quei volti. Entrambe le letture sono vere. Le teste di Arcimboldo fanno sorridere e, a guardarle troppo a lungo, mettono un po’ a disagio.

E forse è proprio questo il loro segreto. Ci ricordano che il nostro volto è fatto della stessa materia del mondo che mangiamo, coltiviamo, osserviamo. Un’idea che oggi, nell’epoca dell’ecologia, ha qualcosa di sorprendentemente attuale: non siamo separati dalla natura. Ne siamo una composizione. Un tema che attraversa tutta la storia dell’arte, come racconta il nostro percorso su cibo e arte come linguaggio universale.

Domande frequenti

Dove si possono vedere le opere di Arcimboldo?

Le principali opere di Giuseppe Arcimboldo sono al Kunsthistorisches Museum di Vienna (Estate, Acqua, Fuoco), al Louvre di Parigi (serie delle Quattro stagioni del 1573), alla Real Academia de San Fernando di Madrid (Primavera), al castello di Skokloster in Svezia (Vertumno) e al Museo civico Ala Ponzone di Cremona (L’ortolano).

A quale corrente artistica appartiene Arcimboldo?

Arcimboldo appartiene al Manierismo, la stagione artistica della seconda metà del Cinquecento che privilegiava l’invenzione, la meraviglia e l’artificio. Le sue teste composte sono un esempio estremo del gusto manierista per il bizzarro e per il gioco intellettuale.

Che cos’è il Vertumno di Arcimboldo?

Il Vertumno è il ritratto dell’imperatore Rodolfo II dipinto da Arcimboldo tra il 1590 e il 1591 come il dio romano delle stagioni, con il volto composto da frutta, verdura e fiori. Oggi si trova al castello di Skokloster, in Svezia.

Che cosa sono le teste reversibili?

Le teste reversibili sono dipinti di Arcimboldo che mostrano una natura morta, come una ciotola di ortaggi o un cesto di frutta, e che capovolti rivelano un volto umano. L’esempio più noto in Italia è L’ortolano del Museo civico Ala Ponzone di Cremona.

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