Broken: il potere del frammento a Palazzo Strozzi
Dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027 Palazzo Strozzi a Firenze ospita “Broken. Il potere del frammento”, organizzata con la National Gallery of Art di Washington, curata da C. D. Dickerson e Andrew Sears con la collaborazione del direttore generale Arturo Galansino: oltre ottanta opere che attraversano 4.300 anni di storia della scultura, dall’archeologia all’arte contemporanea, per raccontare come l’incompletezza sia diventata, nel tempo, una categoria estetica a pieno titolo.
La mostra, promossa da Fondazione Palazzo Strozzi e National Gallery of Art, sarà accolta nella sede di Washington nella primavera del 2027, al termine della tappa fiorentina.
Dal danno accidentale alla scelta estetica
Il percorso espositivo, incentrato sulla sezione “Scolpire il frammento”, ricostruisce un percorso che parte da un paradosso storico: per secoli la scultura frammentata fu percepita come un danno da riparare, non come un valore da preservare. Solo a partire dal Rinascimento, con la riscoperta e lo studio sistematico delle sculture antiche sopravvissute incomplete, l’incompletezza cominciò a essere percepita come portatrice di un proprio fascino autonomo, capace di stimolare l’immaginazione dello spettatore più di un’opera integra.
Tra i grandi maestri rinascimentali e barocchi in mostra figurano Giovanni Pisano, Michelangelo, Antonio Canova e Auguste Rodin, quest’ultimo tra i primi artisti a includere deliberatamente il frammento — mani isolate, torsi privi di arti — come opera compiuta e non come abbozzo da completare, un gesto che anticipò di decenni la piena legittimazione artistica dell’incompletezza. Il tema della scultura come corpo spezzato e tuttavia eloquente attraversa in altra forma anche l’analisi del Giudizio Universale di Michelangelo, dove è la carne stessa, più che il marmo, a essere sottoposta a una tensione che la lacera.
Canova e le teste ferite dalla guerra
Uno dei nuclei più toccanti della mostra riunisce quattro teste in gesso di Antonio Canova provenienti dalla Gypsotheca di Possagno, danneggiate dai bombardamenti della Prima guerra mondiale. In questo caso il frammento non nasce da una scelta estetica dell’artista, né dall’usura del tempo antico, ma da una violenza storica precisa e documentabile: un cortocircuito che costringe il visitatore a confrontarsi con la differenza tra la rottura come categoria critica e la rottura come ferita reale, inferta da un evento bellico su un’opera nata integra appena un secolo prima.
Gli artisti contemporanei e l’eredità del frammento
La sezione dedicata al contemporaneo coinvolge, tra gli altri, Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober, Francesco Vezzoli e Danh Vo, che hanno utilizzato il frammento come punto di partenza concettuale piuttosto che come esito di un danno. Per questi artisti l’incompletezza diventa strumento di indagine sull’identità, sulla memoria culturale e sul corpo, in continuità con un linguaggio che il Novecento ha reso centrale in molte pratiche scultoree e installative.
Per il Cortile rinascimentale del palazzo è prevista inoltre una nuova installazione site-specific di Mark Manders, Silent Studio (Reduced to 88%), concepita come uno studio d’artista temporaneo e aperto, che dialoga direttamente con l’architettura storica del cortile strozziano.
Perché il frammento convince più dell’intero
Uno dei temi critici più ricorrenti nelle recensioni della mostra riguarda un paradosso percettivo che gli psicologi della visione conoscono da tempo: un’opera frammentata lascia allo spettatore uno spazio di completamento immaginativo che un’opera integra, già risolta in ogni suo dettaglio, non concede. Il torso senza arti di una statua classica, privato della possibilità di un gesto definito, può suggerire contemporaneamente mille gesti diversi, nessuno dei quali la pietra smentisce apertamente. È un meccanismo che la mostra sembra voler rendere esplicito, affiancando sistematicamente opere integre e frammentate per permettere al pubblico di percepire concretamente questa differenza di effetto, raramente resa così visibile in un unico percorso museale.
Un dialogo tra due istituzioni internazionali
La collaborazione tra Fondazione Palazzo Strozzi e National Gallery of Art di Washington rappresenta uno dei casi più significativi di coproduzione museale internazionale degli ultimi anni nel panorama italiano, con prestiti concessi da oltre cinquanta istituzioni e collezioni private di tutto il mondo secondo le fonti più caute, superiori a sessanta secondo altre stime giornalistiche. Questo modello di mostra itinerante, concepita fin dall’inizio per due sedi su due continenti diversi, permette di ripartire i costi di produzione tra le due istituzioni e di garantire un pubblico più ampio a un progetto di ricerca particolarmente ambizioso sul piano scientifico.
Un approccio di collaborazione internazionale che si ritrova, in forma diversa, anche nella mostra su Ileana Sonnabend a Palazzo Esposizioni Roma, dove i prestiti provengono da una fondazione newyorkese e da una collezione mantovana riunite per l’occasione in un unico percorso.
Il restauro come protagonista del racconto
Un aspetto meno visibile ma scientificamente rilevante della mostra riguarda il lavoro di restauro e di studio conservativo che ha accompagnato la preparazione di diversi prestiti, in particolare per le opere archeologiche più antiche, spesso ricomposte da frammenti recuperati in scavi diversi e in epoche diverse. Il percorso espositivo dovrebbe rendere visibile, almeno in alcune sezioni, il processo stesso di ricostruzione filologica di un’opera frantumata, mostrando al pubblico non solo il risultato finale ma anche la logica con cui gli storici dell’arte e i restauratori decidono quali lacune riempire, quali lasciare visibili, e quali ipotesi ricostruttive restano comunque provvisorie.
Questa trasparenza metodologica, non sempre presente nelle grandi mostre di argomento storico-artistico, rappresenta uno dei contributi più originali della curatela di Dickerson e Sears, entrambi provenienti da un’istituzione, la National Gallery di Washington, con una tradizione consolidata di comunicazione scientifica rivolta anche al pubblico non specialistico.
Palazzo Strozzi, laboratorio di grandi mostre
Palazzo Strozzi ha costruito negli ultimi quindici anni una reputazione specifica come sede capace di alternare mostre di arte antica e contemporanea con un approccio divulgativo che non rinuncia al rigore scientifico, un equilibrio non sempre facile da mantenere nelle grandi istituzioni museali italiane. “Broken” si inserisce in questa linea, affiancando capolavori assoluti della tradizione scultorea occidentale a interventi contemporanei pensati per dialogare direttamente con l’architettura rinascimentale del palazzo, dal cortile alle sale del piano nobile.
Info-box: Broken a Palazzo Strozzi
- Dove: Palazzo Strozzi, piazza Strozzi, Firenze.
- Quando: dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027.
- Curatela: C. D. Dickerson e Andrew Sears (National Gallery of Art), con Arturo Galansino.
- Opere in mostra: oltre 80, dal 2300 a.C. a oggi.
- Artisti principali: Giovanni Pisano, Michelangelo, Antonio Canova, Auguste Rodin, Louise Bourgeois, Robert Gober.
- Installazione site-specific: Mark Manders, nel Cortile rinascimentale.
- Orari: tutti i giorni 10:00-20:00, giovedì fino alle 23:00.
- Biglietti: intero 16 euro.
- Prossima tappa: National Gallery of Art, Washington, primavera 2027.
Nota redazionale
Le informazioni riportate sono aggiornate alla data di pubblicazione e si basano sui comunicati diffusi dagli organizzatori della mostra. Il numero esatto dei prestatori internazionali varia secondo le fonti consultate: si raccomanda di verificare eventuali dettagli aggiornati, insieme a orari e tariffe, sul sito ufficiale di Palazzo Strozzi prima di programmare la visita.
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